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Il carcere visto dal buco della serratura

Assistiamo ad un continuo ricorso a soluzioni settoriali delle problematiche carcerarie, quasi fosse una torta da tagliare a fette: e comunità che accolgono detenuti tossicodipendenti, a quando strutture intermedie?

È da giorni che il termine “svuotamento” delle carceri corre veloce sulla stampa, intendendo questo “sgombero” di tossicodipendenti detenuti, come soluzione di un problema a tutela di tutti i detenuti e del personale di custodia. Diciamo subito che più che risolvere complicazioni, si vuol provocare attenzione giornalistica; ieri toccava ai detenuti con articolo 41 bis, qualche mese fa ai morti suicidi sia detenuti che operatori in divisa, oggi eccoci al turno dei detenuti tossici, con soluzione annessa: mandarli nelle comunità terapeutiche.

Mi sembra che emerga la totale incapacità di analizzare il contesto carcere, quasi si volesse analizzare il tutto dal buco della serratura e non aprire le porte e guardare a 360 gradi sia il contenuto che il contenitore, quest’ultimo pur sempre un agglomerato di persone e mezzi in costante evoluzione anche se si presenta nella sua apparente immobilità.
Ora, dal buco della serratura, si sbircia il soggetto tossicodipendente detenuto come una entità omogenea traslocabile alle comunità terapeutiche: questo non viene però fissato, appunto perché l’occhio dalla serratura vede solo una settorialità amalgamata e compatta, e se l’occhio poi si sposta di qualche centimetro, vede i detenuti malati di tumore, anziani, dementi, ma anche quelli violenti ed i trasgressori a vita, ecc..

Guardare dal buco della serratura offre vedute parziali che porteranno solo a soluzioni parziali e quasi certamente non risolutive del problema, infatti far arrivare un tossicodipendente dal carcere alla comunità quale problema risolve?

Il tossicodipendente in carcere non è un’utente facile, ne tantomeno omologabile in una sola fattispecie, ed è detenuto tra tanti, mentre nelle comunità, con le loro modalità di controllo totali e personali, è utente unico. Come è noto le comunità accolgono ma non costringono, persuadono ma non contengono in modo forzoso, come possono assolvere al mandato costituzionale non solo di rieducare ma anche di custodire, entrambi insiti in una medesima entità giuridica che è la pena?

È stato l’Ordinamento Penitenziario, grazie a leggi di esecuzione non detentiva, ad occuparsi dei tossici in carcere ponendo le comunità come centro di un trattamento non detentivo; ma ciò non ha mai diminuito il loro numero in carcere, dato che gli elementi base che fanno mantenere le presenze in carcere del tossico, sono il non accettare le regole delle comunità improntate sul fare, mentre nel carcere è l’opposto, in quanto il non fare, la pigrizia e la mancanza di impegno, sono consoni al non abbandonare l’uso di sostanze.

Ammesso comunque si attuasse questo pellegrinaggio forzato da carcere a comunità, come si concilierebbero i presupposti di volontarietà e impegno, capisaldi per essere ammessi nelle comunità, se la volontà, che è presente e non mai venuta meno è quella dell’assunzione della droga?

Esperimenti di costituzione di strutture intermedie tra carcere e territorio sono state proposte in passato, ma non attuate, e così il carcere è diventato un letto ed un tetto per tutti, in quanto mancano strutture alternative allo stesso carcere e alle famiglie; si finisce cosi per detenere coloro che sono poveri e malati in quanto privi di valido contesto esterno, mentre vengono rilasciati, in misure non carcerative, persone che forse dovrebbero trovare il posto letto in carcere perché hanno quel supporto esterno.

Andando indietro nel tempo proposte di strutture intermedie ci sono state, ma sono rimaste nei cassetti o in balia dei tagliacarte o di certi burocrati che male informano il politico sulle possibile soluzioni, in quanto personalmente non condivise. Quella delle strutture intermedie è una soluzione vista non dal buco della serratura ma al contrario aperta a tutto il contesto detentivo, perché guarda dentro, individuando ciò che è del carcere e ciò che non lo è, trovando soluzioni che garantiscono congiuntamente custodia e reinserimento, o meglio come si parlava con i terroristi dissociati, riappacificazione e restituzione sociale per il danno arrecato col reato.

Fedele al moto di Virgilio, “audentes fortuna iuvant”, proposi al Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria la costituzione di “Casa Giustizia”, cioè un TERZO POLO CUSTODIALISTICO (struttura intermedia tra carcere e libertà in misura alternativa) per non tenere in carcere persone povere in quanto prive di soluzioni esterne. Il progetto del 2008, si attuava con la collaborazione tra Amministrazione Penitenziaria, Magistratura di Sorveglianza, Ente Locale, Privato Sociale e prevedeva già allora di attuare appieno forme di Giustizia Riparativa.

Dopo 15 anni tutto tace…..anche il sommo poeta amato da Dante!

Antonio Nastasio*, è un ex dirigente superiore dell’Amministrazione penitenziaria, in quiescenza