Angeloni: “Covid, i camion con le bare ci hanno cambiato la vita per sempre”
L’assessore del Comune di Bergamo, con delega ai Servizi Cimiteriali, ripercorre i drammatici momenti del trasferimento delle salme degli ottanta bergamaschi con i camion militari verso i forni crematori di Bologna e Modena
Bergamo. Non basterebbe una vita intera per dimenticare quanto ha visto e sentito in quei giorni, cosa gli ha fatto accapponare la pelle, cosa gli ha provocato quel misto di angoscia, dolore e impotenza. Del resto, non c’è terapia che tenga per rimuovere dalla mente e dal cuore tutto lo strazio che il Covid si è portato dietro. Lo stesso del quale Giacomo Angeloni, assessore al Comune di Bergamo con una serie di deleghe, tra le quali appunto quella ai Servizi Cimiteriali, è stato, involontariamente, protagonista.
Mai, infatti, avrebbe immaginato, sia durante il primo che il secondo mandato, di vivere una situazione simile e di essere chiamato anche a gestirla, di essere voce e portavoce delle tante famiglie che nei primissimi mesi della pandemia hanno visto volare via i loro cari.
Famiglie spezzate, visi mai più rivisti ma solo ricordati, sgomento, lacrime e pianti, tanto da accendere tristemente i riflettori su un luogo di culto ordinariamente tanto monumentale quanto diventato infinitamente piccolo rispetto al dolore del quale si è riempito.
E chi più di Angeloni poteva far riaffiorare, in un flusso dei pensieri e di coscienza, proprio in occasione della terza giornata nazionale volta a commemorare le vittime del Covid, la drammaticità di quei momenti.
È stata una giornata importante quella di sabato 18 marzo: anniversario nero di un martirio, come ha ben ricordato il sindaco Giorgio Gori nel suo intervento, di una strage moderna che ha segnato, più di tutte le altre, inesorabilmente, la nostra terra.
La giornata simbolo a ricordo della diaspora di ottanta feretri, di quelli che non sono riusciti a vincere la battaglia contro il virus e dunque portati lontano, verso i forni crematori di Bologna e di Modena, dai camion militari.
Perché? Perché l’impianto della città non riusciva più a reggere il ritmo, vorticoso e incessante. Oltre duecento le cremazioni ogni giorno.
Un’immagine, quella scattata dallo steward di Ryanair, che ha fatto il giro del mondo; che, con la stessa velocità con cui è arrivata sugli schermi dell’altro lato del pianeta, ci è tornata indietro, sbattuta in faccia, a ricordarci per bene quanto stava accadendo. Difficile dimenticare. Impossibile.
Ne esce un racconto, quello dell’assessore in prima linea, accorato e difficile, soprattutto perché costruito anche sulle emozioni degli altri. Le emozioni degli stessi che gli hanno chiesto di scattare fotografie o fare video da inviare per avere, sul cellulare, un ultimo ricordo del proprio caro.
Una cosa che, solo fino a qualche anno fa, sarebbe suonata come una bestemmia, un atto totalmente blasfemo. Ma che, nell’epoca moderna e in condizioni disperate, si è rivelata nient’altro che l’estremo e disperato gesto di un padre, di una madre, di un figlio o di una figlia, di cercare di sentirsi vicino a chi non c’era più, a chi non si è riusciti a vedere nemmeno per l’ultima volta, strappato alla vita da un virus tanto microscopico quanto letale. Nessuna carezza della fine, nessun bacio d’addio.
E se anche Angeloni ammette di sentire ormai lontani nel tempo fatti, forse perché rinchiusi in una cella della mente di cui ha scelto di buttare le chiavi, in realtà sa perfettamente che non è così. Lo capisci da come parla veloce, tratto che peraltro gli appartiene da sempre, da come ricorda tutto, per filo e per segno.
Parole pesanti, ma sempre vere. Come è vero lui quando racconta di essere abituato a gestire le emergenze: lo ha fatto tante volte per la Caritas, lo ha ha fatto quando ha scelto di raggiungere i luoghi di guerra per portare il suo contributo. Ma mai avrebbe immaginato di doverlo fare nella sua città.
Vero è quando non nasconde di essere cambiato con e dopo la pandemia, sia come politico che come uomo.
Vero è quando ci confida di aver tenuto un diario di quel periodo, una raccolta privata, per mettere nero su bianco i pensieri. “Mi serviva”, dice. Una forma catartica e terapeutica per affrontare quanto stava accadendo.
Vero quando non nasconde il senso di profonda inadeguatezza vissuto quando, con la chiesina del Cimitero colma di bare, non sapeva più come fare.
Vero quando la fila di carri funebri all’ingresso del camposanto lo hanno praticamente messo di fronte alla più triste delle verità.
Vero quando il telefono continuava a squillare e dall’altra parte del filo non c’erano ancora i parenti, ma i referenti degli ospedali cittadini che chiedevano aiuto perché non sapevano più come gestire i decessi.
Vero come quando racconta che l’emergenza era tale da provvedere ad una sepoltura ogni mezz’ora.
Vero come quando ammette che il giorno successivo alla partenza dei feretri con i camion, avesse rappresentato un momento di decompressione, perché era viva la consapevolezza dell’essere riusciti a gestire una situazione più grande di chiunque.
Come? Con 42 viaggi.
Con le due notti insonni di Valentina, dipendente del Comune, che non ha dormito per completare le pratiche delle salme. Con il lavoro di Marco, l’elettricista, che ha puntato un faro per consentire, di notte, di trasferire le bare dalla chiesina ai camion. O, ancora, con tutto l’amore di Fra Mario che, nonostante gli acciacchi legati all’età, ha letto con tenerezza tutti i nomi e i cognomi, nella benedizione che li ha accompagnato l’ultimo saluto.
Consapevoli, anche, del fatto che anche nei giorni più bui, quelli in cui la fine non si intravedeva nemmeno lontanamente, l’amministrazione ha dimostrato di esserci, di essere l’istituzione più prossima al cittadino, non lasciando mai soli i feretri.
Come a dire che, nonostante il virus non fosse ancora stato sconfitto, almeno la più grande paura dei parenti delle vittime sì.

