Il cortometraggio
“18 marzo”, un atto d’amore e di memoria di fronte ad un dramma inesplicabile
Beppe Manzi ha presentato a Bergamo Film Meeting il suo nuovo cortometraggio, dove racconta la nascita dell’amore “a distanza” tra Emanuele ed Alessandra. Alla storia confinata tra mura dal lockdown si aggiunge, terribile, la Storia, quando i carri militari dell’Esercito portano i feretri fuori dalla città
Bergamo. Restano gli sguardi, consci del presente e rivolti al futuro, in “18 marzo”, cortometraggio diretto da Beppe Manzi, presentato in anteprima nazionale a Bergamo Film Meeting proprio sabato 18 marzo, in occasione della Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’epidemia di Coronavirus, alla presenza del regista, del cast e dell’Assessore alla Cultura Nadia Ghisalberti.
In un giorno di febbraio 2020, Alessandra (Melissa Bartolini) tiene una lezione di violino via Zoom a Chiara (Clarissa Malavasi). Insieme alla studentessa, nella stanza, c’è il fratello Emanuele (Giovanni Anzaldo), invaghito della giovane insegnante. Tra Alessandra ed Emanuele nasce una relazione a distanza, coltivata tra le quattro mura di casa a causa del lockdown appena imposto. Tutto sembra scorrere in maniera serena, fino a quando la Storia decide di irrompere nella vita dei due.
Beppe Manzi prende ispirazione da un articolo di Greta Sclaunich, pubblicato all’interno della rubrica La 27ora del Corriere della Sera, che racconta la vera storia di un amore nato durante la prima fase più dura del lockdown. Il regista decide poi di ambientare questa storia a Bergamo, la città più martoriata nella prima fase dell’epidemia di Covid-19.
Nel cortometraggio, il rapporto tra i due ragazzi cresce e si intensifica solo grazie agli schermi: monitor, chiamate FaceTime e messaggi sullo smartphone. Il regista racchiude spesso i due protagonisti nei confini di un monitor e tra le pareti delle proprie stanze. Mentre la conoscenza cresce, in un misto tra ansia perenne e difficoltà ad adeguarsi alle restrizioni, all’esterno si sentono, continue, le sirene delle ambulanze. Un suono apparentemente lieve, ma che è una costante nello svolgersi della trama. Una storia d’amore in fieri che si muove spesso tra il desiderio di incontrarsi dal vivo e le preoccupazioni rispetto a ciò che sta avvenendo.
La storia rimane confinata tra quattro mura, fino a quando la Storia decide di irrompere nelle vite di Emanuele ed Alessandra. Il ragazzo scorge, infatti, dalla finestra una lunga fila di carri militari dell’Esercito che, la sera del 18 marzo 2020, attraversa Bergamo per trasportare i feretri dal cimitero monumentale verso altre città.
Gli sguardi d’amore misti ad apprensione scambiati dai due si trasformano in sguardi di incredulità, sguardi attoniti che rivelano nella loro semplicità tutta la disarmante potenza di quell’immagine. Se prima solo l’incessante suono delle sirene indicava che qualcosa di anomalo stava succedendo, la fila dei carri armati, ripresa da una finestra, diventa testimonianza visiva, immagine viva e terribile che si fa manifestazione del dramma.
Fotogramma vivo che, nel cortometraggio di Manzi, diventa memoria e catarsi. Il regista è abile nel mettere in scena una storia di singoli che diventa Storia di una comunità, senza per questo eccedere nel sentimentalismo. Il cortometraggio racconta in maniera predominante una storia che guarda al futuro, ad una nuova speranza e ad una voglia di riscatto. Di fronte alla storia recente di Bergamo, Beppe Manzi omaggia così i suoi abitanti e la loro resilienza, una piccola storia d’amore in tempo di Pandemia che si fa parte per il tutto.
In una delle scene più emblematiche del cortometraggio, Emanuele scende in strada e cammina incredulo di fianco ai mezzi militari. Ancora una volta, si mostra lo sguardo attonito. Sguardo che cambia quando, di fronte a lui, trova Alessandra, anche lei scesa in strada, testimone dell’inesplicabile.

Lo sguardo atterrito diventa sguardo d’amore, nello scambio tra i due. Una nuova storia, un rapporto che guarda al futuro. Gli autocarri però sono ancora lì, in attesa di completare la loro triste fila. Lo sguardo allora diventa duplice, prende consapevolezza del dramma in atto cercando di prospettare un futuro migliore. Rimane il riconoscimento, l’atto di memoria che definisce l’identità, il dramma all’interno di una piccola storia che è già dramma collettivo. Con il proseguo della storia, all’interno di un Teatro Sociale diventato simbolo delle riaperture dopo le restrizioni, la vicenda drammatica diventa spinta verso il Bello. Un bello semplice e concreto, composto ma non per questo meno profondo, che nel cortometraggio di Manzi diventa metafora di un futuro. Lo sguardo allora si apre, in un Sociale simbolo di rinascita. Il Bello architettonico ed artistico, accompagnato necessariamente da un nuovo ritorno sul palco. Sempre di persone si parla e forse sta proprio a queste il compito di “uscirne migliori”: un compito per il quale serve impegno e dedizione, come per imparare a suonare un violino. Resta ancora una volta lo sguardo, che solo con rinnovato impegno può guardare al futuro.


