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Mondi diversi e lontani, uniti dai sentimenti comuni dell’essere umano: è il cinema, bellezza!

Quattro film in concorso: “Minsk”, “The Good Driver”, “Le prix du passage”, “Le proprietà dei metalli”

Una delle magie e dei punti di forza del cinema sta nella capacità di trasportarci in mondi diversi e lontani, geografici ed umani, e avvicinarci intimamente a situazioni – talvolta portarci a scoprirle – rendendole quasi palpabili.

Così la full immersion offerta dal Bergamo Film Meeting, e in particolare dalle sette serate del concorso, ci hanno portato martedì sera nella capitale bielorussa, con “Minsk” di Boris Guts, calandoci nelle proteste giovanili dell’estate 2020, per molti di noi sbiadite nell’effetto marmellata delle news; mercoledì sera con “The Good Driver” di Tonislav Hristov eravamo in Bulgaria, a pochi kilometri dalla Turchia, e insieme alle vicende personali del protagonista conoscevamo la dura realtà dei profughi e clandestini che transitano su quel confine; giovedì eravamo a Calais, con “Le prix du passage” di Thierry Binisti, di nuovo spettatori di storie che ruotano attorno al dramma dell’immigrazione; venerdì sugli appennini emiliani, con “Le proprietà dei metalli” di Antonio Bigini, con una delicata pellicola esploravamo le leggi invisibili della fisica e delle relazioni umane.

In vista della premiazione di questa sera – ricordiamo che esiste una Giuria del pubblico che vota ogni sera il miglior film e una Giuria internazionale per la migliore regia – richiamiamo brevemente questi film e che cosa di essi ci ha colpito.

MINSK

“Minsk” propone la tecnica di un unico piano sequenza – sei take girati in meno di una settimana senza tagli di montaggio– e riesce efficacemente a tenere lo spettatore incollato ai personaggi e a quel che succede in una terribile notte di violenza. Si apre con una giovane coppia di innamorati ansimanti dopo un rapporto, nel letto del loro appartamento essenziale ma accogliente della periferia, con un’atmosfera di amore giocoso e complicità, progetti di avere un figlio. Pasha e Yulia escono di casa per restituire l’auto alla ex-moglie di lui, si dirigono verso il centro e si imbattono nella folla in protesta contro le elezioni presidenziali. Si troveranno risucchiati nelle violenze contro i manifestanti, subiranno torture dalla polizia e tornando miracolosamente a casa Pasha morirà colpito accidentalmente da un amico, perché in guerra ogni riferimento salta. È senz’altro uno dei messaggi centrati da questo film mozzafiato, insieme alla potenza di “mostrare che uno stato di polizia totalitario può distruggere una vita davanti ai tuoi occhi in un’ora e mezza, mentre stai ancora guardando il film” dice il regista. Tutto si rovescia: “sei vivo?” all’inizio della pellicola chiede divertita Yulia a Pasha dopo il sesso, “respira, respira…”; alla fine sarà Yulia ad ansimare distrutta, incoraggiata da un’amica a gestire il respiro.

THE GOOD DRIVER

“The Good driver” ci racconta i guai di un emigrato bulgaro rientrato in patria dalla Finlandia, dove ha lasciato da qualche anno moglie e figlio, che lavora come tassista in una località bulgara sul Mar Nero e spera di poter tornare in Finlandia e riparare i propri errori. Ma le cose vanno storte con la mafia locale e Ivan deve tornare nel paese natale, in campagna, dove per guadagnare si trova a usare il proprio mezzo per trasportare immigrati clandestini, perlopiù siriani. Di male in peggio, Ivan verrà arrestato dalla polizia e in fuga con il cugino – che ha tradito la mafia della località turistica – cercherà invano di riavvicinarsi alla famiglia, ma da loro verrà respinto. Tornerà in patria dove il destino suo e del cugino sono segnati dalla vendetta della malavita. Una storia di migrazioni dunque, di andate e ritorni di Ivan che si avvita senza riuscire a trovare soluzioni e serenità, mentre il regista ci mostra il contrasto tra la località sul Mar Nero – discoteche e malavita – contrapposta all’apparente semplicità della vita rurale: una partita a calcio dopo un funerale prima delle ultime condoglianze, ma anche il sindaco trafficante di profughi. Emerge anche il contrasto tra Bulgaria e Finlandia e l’impossibilità di Ivan di appartenere a quel mondo. Va detto però che, nonostante il passato da documentarista del regista proprio nella stessa zona di confine dove è stato girato questo film, la realtà dell’immigrazione clandestina resta sullo sfondo alla vicenda di Ivan e il film non è particolarmente incisivo in questo senso.

LE PRIX DU PASSAGE

Tutto l’opposto di quel che avviene in “Le prix du passage”, il miglior film in concorso a nostro parere, dove il tema dell’immigrazione è alla base di una vicenda fiction che illumina con efficacia molti aspetti sociali e relazionali di questo fenomeno inarrestabile e doloroso. Anche in questo film la protagonista è una persona in gravi difficoltà economiche che si trova a trasportare clandestini da Calais a Dover per sbarcare il lunario, ma le analogie con “The Good driver” finiscono qui. Natasha, giovane madre single che lavora come cameriera in un fast food e cresce con fatica ma ottima intesa il figlio Enzo di otto anni, incarna lo sguardo che si posa per la prima volta su una comunità, quella dei migranti accampati a Calais e periodicamente sfollati dalle forze dell’ordine in attesa di riuscire a passare in qualche modo nel Regno Unito, e ne scopre – insieme allo spettatore – dinamiche, profondi disagi e sentimenti. Nonostante la storia fittizia, il grande lavoro alle spalle di sceneggiatura e regia svolto con associazioni e migranti riesce a dare volti e emozioni autentiche a quello che l’informazione spesso riduce a freddi numeri e statistiche. La storia di Natasha e Walid, complici improvvisati nel traffico di clandestini, consente di conoscere i motivi di chi è partito, i destini e le speranze di una vita nuova legate alla partenza, consente di cambiare il nostro sguardo proprio come cambia nel film quello della giovane. È la speranza di chi fa cinema in questo modo. Riflettiamo infatti sui sogni che tutti abbiamo e vogliamo realizzare. Walid sogna di proseguire gli studi, ma anche Natasha è costretta tra le responsabilità di madre, l’indipendenza economica e il sogno di andare in Italia, terra vagheggiata e mai conosciuta. Anche Natasha, immersa in una situazione di grande precarietà – vive in un appartamento senza riscaldamento, non paga l’affitto – condivide in qualche misura il disagio e l’urgenza di vivere dei giovani migranti che incontra e a poco a poco conosce. Il film procede con ritmo serrato e avvincente, senza tralasciare però di approfondire strada facendo psicologie e relazioni – Walid e i suoi compagni di strada, la madre di Natasha, il rapporto tra Natasha e il figlio – con una narrazione compiuta e ricca di colpi di scena che ci “parla di due mondi totalmente diversi, due universi paralleli che si incontrano, scontrano, solidarizzano”, dice il regista. Ottime le interpretazioni, in particolare dei protagonisti, e la colonna sonora imperniata su una canzone italiana scritta per il film: all’inizio il testo sottolinea il rapporto solidale tra madre e figlio “tu accanto a me, … ho bisogno di te e tu di me”, ma si allarga poi lungo il film alle altre relazioni di aiuto reciproco che ci vengono mostrate. Bello.

LE PRORPIETÀ DEI METALLI

Un discorso a parte merita “Le proprietà dei metalli”, ambientato negli anni Settanta, che fa riferimento agli studi sul paranormale e sui “baby Geller” (i ragazzini in grado di piegare i metalli con la forza del pensiero) che presero piede in quegli anni. È un professore americano che lavora presso l’Università di Bologna, dai tratti e dai modi gentili e sensibili, ad avvicinare Pietro per conoscerne le proprietà straordinarie. Entriamo così in un mondo a parte, fatto di giochi di bambini ambientati tra l’asprezza dei calanchi e la dolcezza dei colli appenninici, e allo stesso modo tra la durezza e la tenerezza del padre vedovo di Pietro e le sue difficoltà emotive ed economiche, la cattiveria dello strozzino del paese e la bontà di Pietro e del suo fratellino Simone. La trama è un po’ esile ma la vicenda, compreso il tentativo di vincere un premio in denaro con l’esperimento certificato di riuscire a piegare una barretta di titanio, ci è parsa in realtà un pretesto originale per parlare, più che delle proprietà dei metalli, delle relazioni tra le persone, in particolare della straordinaria sensibilità di alcuni, come Pietro. Più che le leggi invisibili della fisica – e tutto il portato scientifico, filosofico e psicanalitico sotteso alle teorie del paranormale – sono le nascoste vibrazioni e i desideri profondi che albergano nella psiche dell’essere umano a divenire sottilmente centrali. Nessuna spettacolarizzazione ma molta quotidianità e umanità caratterizzano la narrazione di questa pellicola, che in qualche misura trasferisce allo spettatore le residue atmosfere antiche della ruralità introducendo anche tocchi di un realismo magico che guarda al mondo con lucidità e incanto e confonde i confini tra realtà, desiderio e sogno. Un tempo sospeso ricreato dalla sicura regia, dalla sceneggiatura con dialoghi asciutti, dall’originale colonna sonora di flauti, legni (marimba) e – ovviamente – metalli (xilofono). Il finale sembra preludere alla fine dell’infanzia e al nascere di nuovi affetti, che forse illumineranno le ombre della tristezza.