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“Le mura di Bergamo” di Stefano Savona, Italia 2023. Documentario fuori concorso nella rassegna Visti da vicino

Il documentario “Le mura di Bergamo” è realizzato da Stefano Savona insieme a Danny Biancardi, Sebastiano Caceffo, Alessandro Drudi, Silvia Moia, Virginia Nardelli, Benedetta Valabrega, Marta Violante, già suoi allievi alla scuola di documentario del CSC di Palermo. Presentato e salutato benevolmente al 73° Festival Internazionale di Berlino (sezione Encounters), giunge al Bergamo Film Meeting, nella città dove ebbero luogo le riprese durante la prima tragica ondata di pandemia, e desta nel pubblico e in chi scrive riflessioni molteplici.

La prima parte, dedicata a contestualizzare cosa accadde in quelle terribili settimane attraverso riprese in ospedale e dialoghi con operatori sociosanitari, è un pugno allo stomaco: risentire il
suono incessante delle sirene, le voci del 118 che rimbalzano i pazienti, rivedere le strade e le mura deserte della città, le luci accese aldilà delle finestre dove si stava tutti un po’ sospesi, sentire
le parole degli infermieri, i suoni ospedalieri dei monitor e soprattutto il respiro affannoso dei pazienti. Impressionante vedere i degenti sotto i CPAP o intubati e sentire la loro apnea, immaginare i loro pensieri in quello stato grazie all’efficace inserimento di film videoamatoriali tratti dall’archivio Cinescatti. In questo modo la memoria della città – vacanze al lago, in montagna, feste, funerali – viene utilizzato dalla regia per rappresentare in bianco e nero sentimenti e memoria interiore di chi soffre: un tuffo sottacqua, corse a perdifiato – metafora eloquente di apnee d’altro tipo – passeggiate di figurine nere dai contorni indefiniti – poetiche ma anche inquietanti – che si muovono in lontananza sulla neve.

Il documentario procede poi dedicandosi a testimoniare la fase della convalescenza nei “Covid hotel” e nelle strutture via via organizzate per liberare i letti degli ospedali e attendere la
negativizzazione dei contagiati guariti. Vengono individuate figure che ci troveremo a seguire, a tratti, in questo percorso di riavvicinamento alla vita in un momento di distanziamento tra le
persone attraverso mascherine e guanti, di separazione dai propri cari, fino a scoprire a volte che non sono più a casa ad attenderli. Mario – che era vicino e pronto a morire e ora depresso dice che
non vuole ritrovarsi in quel momento di passaggio, che era meglio andarsene già che c’era – una volta a casa non si corica più volentieri perché il letto ricorda vividamente i giorni in ospedale;
Luisa contatta i figli perché le han detto che è dimessa, non li trova, si affanna al telefono e una volta a casa trova il frigorifero riempito dal marito prima di ammalarsi e morire di Covid.
In questa fase entrano in scena anche i volontari, persone preziose e generose resesi disponibili per fare la spesa, recapitare farmaci e vigilare in qualche misura su situazioni di solitudine, disagio,
sofferenza. Allo stesso modo vediamo in azione medici di base che si recano costantemente a domicilio dai pazienti.

Da questo nucleo centrale si dipana la fase dedicata alla rielaborazione del lutto, documentata seguendo gli incontri di un piccolo gruppo di persone – volontari, operatori socio sanitari, ex
pazienti di Covid, parenti di vittime, la titolare di un’impresa di pompe funebri – che si ritrovano alla “montagnola” sulle mura (nei pressi di porta S. Lorenzo/Garibaldi) perché sentono il bisogno di confrontarsi, sia per andare a confortare persone incontrate nei giorni più terribili della prima ondata, sia per rielaborare personalmente quanto hanno vissuto. È la parte più innovativa del
documentario verrebbe da dire, perché vuole andare oltre la cronaca dello sgomento e in qualche modo affrontare la sofferenza e non rimuoverla, bensì trarne un’energia migliore nelle relazioni e
forse con se stessi.

Paradossalmente però ci è sembrata eccessivamente lunga e dettagliata nei vissuti di ognuno, a scapito un poco della messa a fuoco dell’argomento, così rilevante. Sono infatti i temi che tutta la collettività si è posta per rispondere adeguatamente al disagio del dolore, dell’isolamento, della fragilità e della depressione seguiti al Covid, per ritrovare la forza di vivere in modo più
consapevole. Nel gruppo si narrano aneddoti personali e si disquisisce della morte, si cercano le parole che la nostra società non ha più per parlarne.

Però, a tratti, chi scrive ha avuto l’impressione di un’operazione necessaria e privata troppo insistita all’interno del documentario; forse perché la discrasia temporale, a tre anni dai quei terribili giorni, ci vede proiettati oggi verso una dimensione che ha superato l’introspezione e cerca di nuovo l’altro per gioire insieme di essere vivi.
Ad ogni modo lo spaccato offerto dal documentario testimonia la forza delle persone che hanno tenuto insieme e sorretto la città in quei giorni: “le mura di Bergamo, i veri bastioni sono loro”, ha
detto Savona nella chiacchierata col pubblico dopo il film. E dal pubblico vengono domande esclusivamente da persone coinvolte nell’aspetto socio-sanitario, dapprima timidi interventi poi
un fiume in piena di racconti di sentimenti provati, affermazioni di impotenza, rivendicazioni di un ruolo, denuncia di una disillusione, di un’occasione mancata: “Avevamo detto che ne saremmo usciti migliori”.

Anche queste esternazioni ci riportano ai tanti spunti sollevati da questo lavoro: attraverso quali riti passa la guarigione di un lutto collettivo (6000 decessi in due mesi nella provincia di Bergamo)? La visita del Presidente Mattarella, il concerto al Cimitero, sono una faccia della medaglia, complementare al gruppo che si riunisce alla montagnola.
Dolore, rimozione, rabbia, rassegnazione, rinascita, delusione: a che punto siamo adesso?
Non dimentichiamoci di proseguire il lavoro di prossimità alle persone, perché una società forte conosce e soccorre i fragili.