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Magoni unica donna bergamasca eletta in Regione, Riccardi fuori: “Serve cambio di mentalità”

L’ex assessore al Turismo di Fratelli d’Italia che ha triplicato le sue preferenze di cinque anni fa: “Il divario tra donne e politica è ancora troppo ampio”

Bergamo. È lei la donna, l’unica donna, di Regione Lombardia. Lara Magoni, assessore uscente al Turismo, Moda e Marketing del Pirellone, è uscita vincitrice dalla tornata elettorale del 12 e 13 febbraio, riconfermando così la sua presenza nel governo del centrodestra a guida Attilio Fontana. E lo ha fatto triplicando i voti presi cinque anni fa, passando precisamente da 2700 a 8013, terza anche per il suo partito, Fratelli d’Italia, a livello regionale.

Un risultato conquistato sul campo, all’insegna del low profile, anche e soprattutto in campagna elettorale trascorsa in mezzo alla gente. Alla sua gente.

Esattamente come ha condotto il suo assessorato, con e per i cittadini. Un impegno speso macinando chilometri per raggiungere anche i paesi più piccoli della provincia bergamasca, facendo del confronto e della conoscenza, com’è nel suo stile, le armi e gli strumenti del suo fare politica. Ora, il suo percorso naturale la vorrebbe di nuovo in veste di assessore. Magari, e perché no, alla montagna, l’ambito che tanto ama e per il quale si è spesa negli anni.

“Il mio non era un risultato scontato, tutt’altro – racconta Magoni -, non solo perché non si conosce mai l’esito delle urne e soprattutto perché io ero espressione di una Giunta che da molti è stata criticata e contestata. Non è vero che la mia rielezione era scontata e facile, solo perché volto conosciuto, piuttosto il contrario. Il periodo pandemico e le scelte fatte si sarebbero potute rivelare un boomerang, avrei potuto perdere consensi. Invece è stato il contrario. E di questo ringrazio tutti i cittadini che hanno scelto di scrivere il mio nome sulla lista, che hanno deciso di darmi fiducia e di riconoscere il lavoro che ho fatto in questi dieci anni di attività sul territorio. Sono orgogliosa e fiera, anche perché il mio modo di approcciarmi alla gente e ai problemi del vivere quotidiano, li stessi che affrontiamo tutti e per i quali cerco di dare il mio contributo ogni giorno, sono rimasti gli stessi”.

E, spiace dirlo, lei è l’unica donna che è riuscita a farcela. In un’epoca in cui si parla tanto di donne al Governo, con Giorgia Meloni Premier, peraltro la leader del suo partito, Lara Magoni, record di preferenze al femminile, è l’unica donna che ce l’ha fatta. Fuori tutte le altre. Niente da fare anche per Adriana Bellini, quota di Forza Italia, che ha raccolto 2824 voti, seguita da Francesca Riccardi, Partito Democratico, 2633 preferenze. Una realtà triste, molto. Segno che la modernità non porta con sé un vero cambio di passo. Segno del fatto che le donne devono ancora farne così di strada per trovare gli stessi spazi degli uomini. Nove gli eletti in bergamasca alle Regionali, otto uomini e una donna.

C’è da chiedersi cosa non va. C’è da chiedersi il perché. E perché soprattutto se si considera che la lista prevedeva una doppia preferenza, una al maschile e una al femminile. Appunto. L’amarezza è tanta e non solo per la mancata elezione, soprattutto perché il gap da colmare è ancora troppo ampio. Lo racconta la stessa Magoni quando dice che “nonostante la soddisfazione per la rielezione, spiace vedere che le quota rosa sono ancora infinitesimali. La distanza è troppo ampia”.

E il pensiero di Riccardi è sulla stessa linea d’onda: “Non entro nel merito della competenza e della bravura degli eletti – racconta -, partendo proprio dai miei compagni di avventura del Partito Democratico. Politicamente tutti ineccepibili. Però, a margine di questo pensiero, sincero, mi sento di dire che, comunque, la corsa è davvero impari e complicata. La mia soddisfazione è grande, perché ho preso moltissime preferenze, solo 1000 in città, e devo dire che ho percepito una grande solidarietà anche da parte della mia coalizione e del mio partito”. Il problema, almeno per la narrazione che fa, sembra non appartenere tanto alla gente comune, quanto alla politica: “La mia non è un’accusa verso gli uomini in generale, non voglio essere fraintesa, piuttosto quello che percepisco è che manca ancora una visione sul mondo femminile in politica. Serve un cambio di passo, di mentalità. La mia è stata una corsa in solitaria: per scelta ho deciso di non fare nessun ticket strutturato, nessuna cordata, di non associare il mio a quello di nessun altro, anche perché penso che, alla fine, questo metodo serva solo a tirare un candidato e mai due. Insieme ai miei compagni ho vissuto tanti momenti collettivi, segnati però da altrettanti in cui ciascuno, anche come è giusto che sia, ha pensato a se stesso”.

Detto questo, la strada è stata tracciata: “Il rammarico c’è, ma anche la speranza che qualcosa sta cambiando. In Lombardia siamo ancora un passo indietro rispetto ad altri e questo è un dispiacere. Ma da qui non si torna indietro. Il mio obiettivo non è fare recriminazioni, anzi sono grata al mio partito per avermi scelta e dato la possibilità di misurarmi, ma puntare l’attenzione sul ruolo delle donne che faticano a farsi largo con le loro competenze e le loro qualità. Tutte le candidate, me compresa, hanno un’esperienza conclamata in termini amministrativi, hanno alle spalle un trascorso e un vissuto, un percorso di tutto rispetto. E meritano di avere le stesse possibilità degli uomini”.

La stessa cosa vale per le amministrative a Bergamo? “Sicuramente il mio partito, il Partito Democratico, farà delle primarie lo strumento principe di scelta del candidato sindaco, metodo che, a prescindere dall’uomo o dalla donna, concorrerà a fare del merito e dell’espressione popolare l’unico fattore determinante del nome che ne uscirà”.