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Rapina a casa Caldara, assolto il figlio del Ragno: “In passato ho sbagliato, ma ora ho cambiato vita”

Le parole di Mattia Zambetti prima del verdetto del giudice: “I colpi in banca da minorenne, ma non ho mai sparato”

Bergamo. Una lunga deposizione in cui ha raccontato tra le altre cose di aver cambiato vita e soprattutto la spiegazione del suo avvocato sulle intercettazioni che lo avevano portato a processo, ha convinto il giudice Giovanni Petillo ad assolvere Mattia Zambetti per la rapina commessa la sera del 2 dicembre 2010 in una villa di Albino.

Si chiude così il processo di primo grado nei confronti del figlio di Giambattista Zambetti, conosciuto come il “Ragno” della Val cavallina, con alle spalle diverse condanne per rapina e usura. Lo stesso curriculum criminale del suo primogenito, 33 anni, che mercoledì mattina ha parlato poco prima della sentenza: “Nella mia vita ho fatto scelte sbagliate – ha spiegato davanti alla Corte d’Assise – . Ero minorenne, ma coraggioso e determinato in quel che facevo. Non è un vanto, ma ho deciso di intraprendere quel percorso rispettando delle regole. Fin da subito ho scelto le banche: prima ragione perché non volevo toccare i soldi delle persone private. Secondo perché ero affascinato dal classico colpo in banca. Durante le rapine, però, non ho mai trattato male nessuno, non ho mai sparato un colpo. Ero calmo e cercavo di trasmettere tranquillità ai dipendenti”.

“In ogni caso – ha aggiunto il 33enne, in cella a Bergamo dove deve scontare altri due anni per condanne precedenti – adesso ho cambiato vita, per mia figlia e per la mia compagna. Con le mie scelte ho rovinato la mia vita e la loro. Sono 33 anni che ho a che fare con il carcere, prima per le visite a mio padre detenuto e poi la mia reclusione. Adesso ho deciso di dare una svolta alla mia vita”.

Poi Zambetti è tornato a ribadire la propria estraneità in merito alla rapina del 2010 in via San Giuseppe ad Albino, quando tre malviventi fecero irruzione a casa di Filippo Caldara e, approfittando della sua assenza, minacciarono la moglie col figlioletto di 18 mesi per farsi consegnare il denaro nella cassaforte, senza riuscirci: “Sono passati quasi 13 anni da questa vicenda – le parole dell’imputato – , e già all’epoca dei fatti avevo capito che c’era stato un errore giudiziario nei miei confronti. Ho sempre sostenuto la mia estraneità. Potevo chiudere in trenta secondi la mia versione, invece sono qui a spiegare i particolari e le intercettazioni ambientali contestate”.

Ad avvalorare la tesi ci ha pensato il suo legale, l’avvocato Alessandro Turconi, che ha spiegato non solo come “dagli agganci delle celle telefoniche del cellulare, la sera della rapina Zambetti non poteva essere in quella zona”, e anche che “dal materiale sequestrato a casa sua nei giorni successivi non è emerso nulla di riconducibile a quel colpo”. Per questo ne aveva chiesto l’assoluzione.

Il pubblico ministero Giampiero Golluccio aveva invece ribadito le accuse, spiegando di come Lidia Bortolotti, la donna rapinata, “abbia fornito un identikit sulla fisionomia dei banditi riconducibile all’imputato”.

La Corte, però, ha assolto Mattia Zambetti per non aver commesso il fatto.