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Via Novelli, le ‘sliding doors’ dell’omicidio: “Patelli non uccise per legittima difesa, ecco perché”

Condannato a 21 anni di carcere per l’assassinio del 34enne Maouan Tayari. I giudici della Corte: “Rimproverato, fu lui a provocare la vittima prima di accoltellarla a morte”. Unica attenuante: la giovane età

Bergamo.“Sliding doors”, letteralmente “porte scorrevoli”. Il titolo di un film di successo è diventato una locuzione di uso comune, volta a indicare quel momento che può cambiare imprevedibilmente le sorti di una storia. Il presidente della Corte d’assise del Tribunale di Bergamo, Giovanni Petillo, utilizza quest’espressione per ricostruire e motivare la sentenza che lo scorso 18 novembre ha condannato a 21 anni di carcere Alessandro Patelli, il ventenne giardiniere a processo per l’omicidio del 34enne Marwen Tayari, ucciso a coltellate l’8 agosto del 2021 in via Novelli davanti alla moglie e alle figlie di 12 e 2 anni.

La Corte si rifà in primis alle considerazioni del dottor Matteo Marchesi, consulente della procura: “Le ferite riscontrate sul corpo di Tayari – si legge – furono causate da uno strumento tagliente e ben affilato (un coltello a farfalla con una lama di quasi 10 centimetri, ndr) utilizzato con modalità tali da non provocare solo ferite, facendolo perciò scorrere lungo la superficie corporea, ma per penetrare nel corpo della vittima”. Si sottolinea che “l’aggressore attinse alla regione anteriore sinistra del torace, che è una regione anatomica per la quale è nozione comune, non solo di chi è un professionista sanitario, che è la regione dove è collocato il cuore”. La lama, dunque, è stata affondata “in modo tale da superare lo spessore non solo della cute, ma anche della parete toracica”, arrivando al cuore. Proprio per questo, i giudici condividono la tesi che Patelli, nel colpire la vittima, “fosse animato da dolo omicidiario”: insomma, aveva messo in conto la possibilità di uccidere.

Altro nodo: il giovane agì per legittima difesa? Le motivazioni sono chiarissime. Dalla versione resa agli inquirenti dalla moglie e dalla figlia 12enne della vittima emerge come Patelli, con il coltello già nella mano destra, si rivolse a Tayari dicendo “vieni qui adesso se hai gli attributi” (la frase, pronunciata utilizzando un termine ben più colorito, è stata riportata testualmente da entrambe). Tayari, però, decise di non arretrare e anzi, mostrò le cicatrici che aveva sul petto e sulla pancia, rassicurando il 19enne di non voler fargli del male. Tant’è che per essere credibile poggiò a terra la bottiglia di birra che stava bevendo, una potenziale arma contundente (“voi arabi siete capaci di fare casino solo con le bottiglie rotte”, è la frase riportata in udienza dalla moglie della vittima e attribuita all’imputato). Poi, nel giro di pochi istanti, successe l’irreparabile.

In questo caso non si può parlare di legittima difesa perché “la giurisprudenza dominante – scrive il giudice – ritiene che non possa essere invocata se la situazione di pericolo è volontariamente cagionata dal soggetto che reagisce”. Sono poi venuti a mancare due requisiti essenziali: “quello della necessità della difesa e quello dell’ingiustizia dell’offesa”. Come anticipato, fu Patelli a provocare Tayari: la moglie e la figlia 12enne “sono state concordi e precise al riguardo”.

L’imputato stesso ha poi ribadito come, ad un certo punto, la vittima alzò la maglietta per mostrare le ferite che aveva sul corpo, per dimostrare che non temeva situazioni del genere. “Sotto profilo logico – annota la Corte – appare evidente che un gesto del genere ha una sua spiegazione solo considerando che Patelli, in quei momenti, già impugnava con fare minaccioso il coltello. Non è pertanto credibile quanto sostenuto dalla difesa, ossia che il suo assistito tirò fuori l’arma solo perché intenzionato a difendersi dall’atteggiamento aggressivo” del 34enne. Allo stesso modo i giudici faticano a immaginare che la vittima, con moglie e figlie al seguito – una di nemmeno 2 anni – si sia lanciata in una lite in strada. “Ma anche se si volesse ipotizzare un qualche comportamento non del tutto remissivo da parte del Tayari”, la decisione della Corte sull’insussistenza della legittima difesa “non muterebbe”, proprio perché sarebbe stato Patelli a creare i presupposti di una situazione potenzialmente pericolosa.

La legittima difesa è peraltro invocabile in presenza di altri due requisiti: “occorre che la reazione sia connotata da inevitabilità, nel senso che l’agente non deve avere altra alternativa per proteggere il suo diritto minacciato o leso se non quella di reagire – conclude la Corte -. Anche a tal riguardo, le evenienze processuali hanno evidenziato che Patelli, piuttosto che armarsi e sfidare” la vittima, “avrebbe comodamente potuto allontanarsi, mettendosi in sella alla sua moto raggiungendo l’azienda di famiglia”, dove sarebbe dovuto andare quella domenica. Bisogna infine che sussista una proporzione tra difesa e offesa: l’imputato impugnava un coltello a serramanico, mentre la vittima non brandiva nessun’arma.

Per quanto riguarda il riconoscimento delle attenuanti generiche, i giudici scrivono che in passato Patelli non ha “manifestato segni di aggressività o intollerenza verso il prossimo”, apparendo piuttosto “timido e introverso”. La condanna a 21 anni, invece, è stata commisurata per renderlo “consapevole del torto commesso e del danno arrecato”, senza al tempo stesso precluderne un futuro reinserimento in società (soltanto ventenne, rischiava l’ergastolo).

Torniamo poi alle “sliding doors” menzionate dal giudice. Quella mattina la famiglia della vittima era in centro città a fare shopping. Arrivata in treno  da Terno d’isola verso le 13, dopo aver comprato delle calze ed una valigia aveva preso la strada del ritorno passando per viale Papa Giovanni e avviandosi verso piazzale Marconi. Tayari, la moglie Eleonora Turco e le figlie Sofia e Benedetta avrebbero raggiunto la stazione in pochi minuti se, una volta giunti all’altezza di via Novelli, il 34enne tunisino non avesse deciso di fermarsi a scambiare due parola con un clochard. L’incontro tra i due si era prolungato: Tayari aveva deciso di accettare un po’ del pane e del formaggio che l’uomo stava mangiando, consumandolo con lui, prima di ricambiare il favore donandogli un paio della calze che aveva acquistato. Nel frattempo la moglie e la figlia Benedetta, stanche ed accaldate, si erano sedute a riposare sui gradini davanti al portone d’ingresso della palazzina al civico 4, dove abitava l’allora 19enne Patelli.

Il giovane, nonostante fosse l’ora di pranzo, stava ancora dormendo. E avrebbe continuato a farlo se la telefonata della madre non lo avesse svegliato: il fratello era finito in ospedale per una ferita alla gamba che si era procurato con la motosega nell’azienda di famiglia, a Trescore Balneario, dove Patelli era stato invitato dalla madre a recarsi al più presto. Il giovane si era quindi vestito per andare a prendere il motorino in garage, lasciando il casco in appartamento. Dopo aver parcheggiato il mezzo in strada, risalì i gradini davanti al portone d’accesso urtando nella foga Benedetta, seduta a fianco della madre. Tayari, che assististì alla scena, rimproverò Patelli invitandolo a stare più attento. Lui rispose stizzito e con parole volgari, suscitando l’ulteriore reazione del 34enne che gli suggerì di non usare quel linguaggio in presenza di una ragazzina. Il giovane salì a casa e uscì poco dopo, col casco in testa.

Tornato in strada, incrociò di nuovo Tayari. Ma invece di salire in sella alla moto decise di affrontarlo, ancora risentito per quei rimproveri. I due arrivarono a strettissimo contatto e il tunisino lo sgambettò, cadendo a sua volta. Quel che successe dopo è cosa tristemente nota.