Donadoni dà voce a Giacomo Matteotti, eroe solitario contro il fascismo
Non basta un solo spettacolo per indagare e scoprire l’uomo che fu Giacomo Matteotti, come non basta un’ora e mezza per contenere la passione di Maurizio Donadoni per la vicenda
Io avrei avuto lo stesso coraggio? “Matteotti Medley”, in scena mercoledì 21 dicembre al Teatro Sociale di Bergamo, pone una chiara domanda. Rispondersi non è facile, richiede tempo e onestà. Queste sei parole si sono insinuate nella testa delle persone presenti, molte delle quali studenti delle scuole superiori, e ci staranno per chissà per quanto.
Le luci sono ancora accese, il teatro pieno. Sul palco, la fisarmonicista Katerina inizia a suonare. In platea entra Maurizio Donadoni, attore bergamasco, per quella sera voce di Giacomo Matteotti e di tutti quelli che in vita hanno percorso la “direzione ostinata e contraria” al fascismo, ad ogni forma di ingiustizia e oppressione.
Dopo quel 10 giugno del 1924, quando il parlamentare socialista veniva rapito e ucciso a trentanove anni, i libri di storia, compresi quelli scolastici, hanno raccontato del delitto, di come la denuncia dei brogli elettorali e delle violenze perpetrate da Benito Mussolini nelle elezioni del 6 aprile 1924 fu per Matteotti fatale.
Pochi però sanno che l’uccisione, a cui partecipò una squadra di otto persone capeggiata da Amerigo Dumini – un uomo di rara spregevolezza messo da Mussoli a capo della Ceka, organizzazione creata dal futuro duce per tutti i lavori sporchi di cui quest’ultimo aveva bisogno – fu di una violenza inaudita. Pochi sanno che il corpo del defunto fu schiacciato in una buca troppo piccola, che fu privato dei vestiti per favorirne la decomposizione e impedirne il riconoscimento. Nei libri delle scuole superiori non viene raccontato che Giacomo Matteotti, padre e marito, lasciava la moglie, Velia, poetessa e romanziera, e tre figli. Non c’è scritto che Velia Titta, per avere notizie del marito, si era recata dallo stesso Mussolini, il quale, seppur consapevole dell’assassinio, le disse che c’era ancora speranza.
Preziosissimi dettagli emergono nello spettacolo, a metà tra recitazione e dialogo intimo con il pubblico. Il tutto condito da una scenografia intrisa di storia e memoria. Ovunque i riferimenti dell’epoca evocano il personaggio, un uomo integro, coerente a sé stesso e ai valori del socialismo fino alla fine. Momenti di ilarità, scanditi da citazioni di canzoni dei primi decenni del ‘900, si alternano al racconto crudo di ciò che accadde prima e dopo la notte del 10 giugno 1924.
Non basta un solo spettacolo per indagare e scoprire l’uomo che fu Giacomo Matteotti, come non basta un’ora e mezza per contenere la passione di Maurizio Donadoni per la vicenda. “Ci sarebbero tante altre cose da dire che questa sera non possiamo – si confida l’attore –. Nel programma di sala trovate un QR code che vi permetterà di leggere le parti omesse”.
Quarantaquattro pagine di riflessioni e particolari. “Perché credeva in un socialismo unito, riformista, democratico, alieno dalla violenza, contrarissimo alla dittatura, anche del proletariato. Idea da cui non derogava, a costo di rimanere isolato, esposto, vulnerabile, solitario, per non dire abbandonato, nel suo attaccare il fascismo con metodo scientifico, documenti alla mano, e insieme con tanta forza polemica, da meritarsi il soprannome di “tempesta”, si legge.
E ancora, “Certo è che Matteotti, non ha mai fatto nulla, per facilitarsi i rapporti col Duce e i suoi. A fine febbraio del 24 Mussolini, aveva trovato, in bella evidenza sul suo tavolo da lavoro, un opuscolo di 96 pagine, sequestrato dalla polizia per vilipendio delle istituzioni intitolato “Un anno di dominazione fascista.” Firmato Matteotti. La figura del presidente del consiglio ne usciva implacabilmente demolita. Nella prima parte, dati alla mano, l’onorevole contestava che il governo avesse migliorato la situazione”. Dopo il fatidico discorso in aula, i compagni di partito dissero a Matteotti: “Vuoi farci ammazzare?”.
In Matteotti Medley scopriamo un politico, riformatore fino al midollo, padre e marito, eroe tristemente solitario, parte di una sinistra che già allora non era in grado di essere unita contro il fascismo.



