Donadoni al Sociale racconta Giacomo Matteotti: “Nel suo ricordo il coraggio di scegliere”
L’attore bergamasco porta in scena la storia del politico rapito e ucciso dai fascisti il 10 giugno 1924: “In un momento in cui tutti andavano nella stessa direzione, lui decise di andare contro corrente. Mi chiedo sempre alla fine di ogni spettacolo: ma io avrei quel coraggio?”
Bergamo. È impossibile non rimanere travolti dall’esuberanza di Maurizio Donadoni, noto attore bergamasco. È come un fiume, in cui entusiasmo e immaginazione scorrono liberamente. Per questo, anche durante un’intervista, è quasi difficile dargli del Lei. Non si tratta di una mancanza di cortesia. Con Maurizio, un uomo del popolo bergamasco, viene più spontaneo rivolgersi in maniera informale, quasi amichevole.
Dalle Ghiaie di Bonate Sopra, frazione in cui ha vissuto da bambino, è arrivato a calcare prestigiosi palchi, raggiungendo anche la televisione e il cinema. Mercoledì 21 dicembre alle 20,30 sarà al Teatro Sociale di Città Alta, in scena con “Matteotti Medley” spettacolo – primo del ciclo Appuntamento con la Storia – che ripercorre la storia dell’assassinio di Giacomo Matteotti, rapito e ucciso dai fascisti il 10 giugno del 1924.
“Lui è un esempio per tutti noi – spiega Donadoni -. Non racconterò la sua vicenda come nei libri storici. In scena si alterneranno i fatti nudi e crudi, a citazioni da musiche all’epoca popolari: dalle marcette squadriste agli stornelli contro il Negus, dalle musiche da ballo alle canzoni d’amore diffuse dalle radio Balilla. Da qui il titolo “Matteotti Medley”.
Al termine dello spettacolo avrà luogo, sempre al Teatro Sociale, un incontro con lo stesso Maurizio Donadoni, moderato da Maria Grazia Panigada e realizzato insieme a ISREC Bergamo, Istituto bergamasco per la Storia delle Resistenza e dell’Età Contemporanea.
“Ogni epoca ha avuto i suoi martiri, le sue vittime, gli inutili eroi che, col loro sacrificio, hanno aperto gli occhi e la strada agli altri”, così disse Giacomo Matteotti parlando con i suoi coetanei. Vent’anni dopo venne assassinato dai fascisti. Perché raccontare la sua storia a teatro?
Perché c’è una necessità collettiva, ma non solo. Io stesso ho avvertito l’esigenza di raccontare la storia di questo politico che ha sacrificato la propria vita per gli altri. In un momento in cui tutti andavano nella stessa direzione, lui decise di andare contro corrente: un aspetto che mi affascina particolarmente. Mi chiedo sempre alla fine di ogni spettacolo: ma io avrei quel coraggio? Se fossi stato in lui, con tre figli e una moglie, il mio ideale politico e sociale sarebbe stato così forte da sormontare l’amore per la mia famiglia? Non ho ancora una risposta. Sono però convinto che Matteotti sia una persona che valga la pena conoscere. Sono stati scritti tanti libri e saggi su di lui, ma il teatro è quella forma d’arte che avvicina maggiormente le persone alla storia, facendola rivivere. Matteotti è stato ed è un esempio per tutti. E a teatro tutti impariamo qualcosa di nuovo.
Dopo l’assassinio di Matteotti, il fascismo rischiò il capolinea. Ma ciò non avvenne: l’occasione fu persa dalle opposizioni che, ritiratesi dal parlamento, lasciarono campo libero a Mussolini. Come emergono queste complesse dinamiche nello spettacolo?
Lo racconto con rammarico. Penso sia evidente sotto gli occhi di tutti che, da quell’epoca, le sinistre non hanno fatto altro che dividersi continuamente. In quel caso c’erano le correnti all’interno della sinistra: i massimalisti, i comunisti della scissione di Livorno, i socialisti unitari di cui Matteotti era segretario (Il partito Socialista Unitario era a sua volta nato da una scissione del Partito Socialista Italiano al Congresso di Roma dell’ottobre 1922, ndr). Ma alla fine non trovarono mai una quadra e fecero la sciagurata scelta dell’Aventino, cioè di uscire dall’aula parlamentare, lasciando campo libero a Mussolini. Una scelta che si è rivelata fallimentare. La sinistra chiese poi l’intervento del Re, che però, essendo un monarca costituzionale, non poteva agire con il Parlamento svuotato e mantenne quindi la sua posizione di ambiguità. La sinistra avrebbe dovuto restare unita e combattere come aveva sempre fatto Matteotti.
Chi era Giacomo Matteotti? Chi era l’uomo che ha scoperto grazie a questo spettacolo?
Era un riformista fino al midollo. Era anche un uomo estremamente ricco. Non a caso Mussolini lo aveva soprannominato il ‘social milionario’. Persino i suoi compagni di partito lo chiamano ‘socialista in pelliccia’. Lui in realtà andava in piedi, col calesse e col treno nei piccoli paesi a insegnare ai contadini come leggere i bilanci dei Comuni per non farsi fregare. Questo era il vero socialismo di Matteotti: insegnare a chi non sapeva come intervenire direttamente nella vita politica. Era poi molto intransigente soprattutto relativamente a Mussolini, che invece aveva una retorica da giornalista. Aveva infatti bisogno di slogan che potessero essere ripetuti di bocca in bocca. Penso che Mussolini abbia avuto il fantasma di Matteotti sempre davanti agli occhi. Il discorso del 30 maggio del 1924, in cui Matteotti chiese l’annullamento delle elezioni perché c’erano state delle violenze, è l’esempio dell’influenza che Matteotti aveva su Mussolini. Il duce era solito leggere il giornale, sbrigare faccende operative durante le sessioni parlamentari, ma quando interveniva Matteotti stava in costante attenzione. Secondo la testimonianza di Giorgio Amendola, figlio di Giovanni (deputato del Regno d’Italia, ndr), che all’epoca aveva 17 anni e stava in piccionaia ad assistere, più Matteotti andava avanti nel discorso e più Mussolini continuava a spazientirsi, finché esplose con un gesto volgare nei confronti dell’oppositore politico. Non solo, dopo la morte di Matteotti, Mussolini fu soggetto per tutta la vita a un’ulcera psicosomatica.
Questo spettacolo pone una domanda: qual è il ruolo della democrazia?
Io credo che dai politici e da noi stessi dovremmo pretendere la sincerità. La democrazia è un valore non acquisito per sempre. Come un fuoco, deve essere alimentato. Non bisogna pensare alla democrazia come valore fondamentale nelle piccole cose. Se si compra un pallone, ad esempio, una persona democratica deve accertarsi che non sia stato fabbricato da un bambino e nel caso non acquistarlo. Il totalitario passa anche attraverso il consumismo. Come sosteneva Hannah Arendt il totalitarismo è un virus: può regredire, ma non muore. Anni dopo ritorna in una forma che le persone non riconoscono come dittatura.


