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La sua è una posizione marginale: contattato da uno degli arrestati, avrebbe sistemato una pistola con la matricola abrasa rendendola funzionante

Caravaggio. Risulta indagato anche il titolare di un’armeria di Caravaggio nell’indagine “Vico Raudo”, portata avanti dalla Squadra mobile milanese, coordinata dalla Procura Direzione Distrettuale Antimafia del capoluogo. Nella mattinata di martedì 22 novembre gli agenti hanno eseguito 49 misure cautelari per associazione a delinquere di stampo mafioso, traffico di sostanze stupefacenti, estorsione, minacce, violenza privata, incendio, detenzione e porto illegale di armi aggravati dal metodo e dalla finalità mafiosa nonché per il reato di intestazione fittizia di beni.

L’inchiesta ha svelato la ricostituzione di una struttura territoriale di ‘ndrangheta, denominata “Locale di Rho”, già oggetto dell’indagine “Infinito” condotta dalla stessa Dda nel 2010. Il promotore, un italiano di 74 anni già condannato in via definitiva per associazione di tipo mafioso, una volta scontata la sua pena, ha ripristinato la presenza dell’organizzazione mafiosa sul territorio con la collaborazione dei membri della sua famiglia e di altri soggetti.

Dalle indagini svolte dalla Polizia di Stato è emerso come l’uomo, beneficiando della concessione della misura alternativa al carcere della detenzione domiciliare ottenuta grazie alla falsificazione di documenti attestanti una sua presunta invalidità che lo avrebbe portato a muoversi su una sedia a rotelle, aveva ripreso il pieno controllo del territorio di Rho attraverso una serie di intimidazioni e atti di natura estorsiva consistenti nel far appiccare incendi ad autovetture, esercitare violenze fisiche e minacce, assicurandosi il controllo dello spaccio di sostanza stupefacente.

Il quadro emerso nel corso delle numerosissime intercettazioni, dei servizi e degli appostamenti effettuati dagli agenti della 1^ Sezione Criminalità Organizzata della Squadra Mobile, è stato quello di una struttura mafiosa pervasiva, legata fortemente ai segni e ai simboli tipici dell’ndrangheta. Basti pensare che, in due circostanze, la Polizia di Stato ha documentato l’acquisto e il posizionamento di una testa di maiale davanti all’abitazione di uno degli indagati come avvertimento, sia per farlo desistere dalle richieste di mantenimento economico sia da possibili intenti di collaborazione con la giustizia. In un’altra circostanza, è stata intercettata una conversazione in cui alcuni dei soggetti indagati, sempre per esercitare delle pressioni su un uomo e sul figlio considerati dei collaboratori delle forze dell’ordine, progettavano di far recapitare una testa di agnello mozzata con in bocca un biglietto in cui si avvertiva che la prossima testa sarebbe stata quella del figlio: messaggi mafiosi a cui si aggiungevano minacce e violenze anche solo per non aver portato rispetto agli esponenti dell’organizzazione.

Sono stati anche intercettati dialoghi in cui è emersa la struttura gerarchica della locale con l’indicazione delle doti di alcuni degli esponenti, tra cui il possesso della dote superiore della “Santa” del 74enne grazie alla quale egli poteva conferire “doti” agli affiliati, tra i quali il figlio, nonché, secondo i rituali dell’ndrangheta, comporre la cosiddetta “Copiata” per battezzare e conferire la dote di “Picciotto” a un altro soggetto.

Tra le attività criminali poste in essere dall’organizzazione vi erano le estorsioni anche in danno di persone legate alla criminalità: sono stati documentati, infatti, diversi episodi estorsivi effettuati in danno di soggetti dediti allo spaccio di sostanze stupefacenti a cui l’organizzazione guidata dal 74enne chiedeva delle somme di denaro mediante violenza e minaccia. Dall’attività investigativa è emerso che sul territorio di Rho, oltre alla struttura territoriale di ‘ndrangheta, era presente un’associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti composta da due gruppi, uno formato dagli stessi appartenenti alla “Locale di Rho”, l’altro da altri soggetti tratti anch’essi in arresto questa mattina.

I due gruppi criminali, agguerriti e senza scrupoli, operavano in alleanza secondo le seguenti modalità: quello riferibile al 74enne si riforniva in via esclusiva dall’altro gruppo che, a sua volta, riceveva dal primo garanzie circa l’esclusività della piazza di spaccio e la risoluzione di problemi in ragione della sua matrice mafiosa.

I numerosi servizi di osservazione e pedinamento svolti dagli agenti della Squadra Mobile milanese, con il supporto delle intercettazioni audio e video, hanno consentito di individuare altri soggetti che acquistavano la cocaina dal sodalizio per farne, a loro volta, autonomo commercio al dettaglio.

I proventi derivanti dalla vendita della sostanza stupefacente garantivano agli associati di beneficiare di un elevato tenore di vita non giustificato dai redditi dichiarati tanto che il nucleo familiare del 74enne risultava addirittura beneficiario del “reddito di cittadinanza”. La Polizia di Stato ha appurato come i proventi delle attività illecite siano stati investiti nell’acquisto di alcuni esercizi commerciali, nel rilevare un’attività di somministrazione ambulante di alimenti e bevande intestate a prestanome e nell’acquisizione, senza formale passaggio di proprietà, di una palazzina composta da tre appartamenti.

Tale diversificazione degli investimenti certificava come, pur connotandosi per la sua tradizionalità, la ‘ndrangheta risultava avere quella vocazione imprenditoriale che, già in pregresse attività d’indagine, era emersa come fortemente caratterizzante della criminalità organizzata e che conferma la presenza di quella ‘ndrangheta 2.0 sul territorio lombardo. Sempre nell’ottica del rispetto delle regole dell’’ndrangheta una parte dei proventi veniva destinato al sostentamento dei detenuti affiliati.

Le articolate indagini, rese difficoltose anche dall’accortezza degli indagati i quali, nel timore di essere oggetto di attività da parte della Autorità Giudiziaria e delle forze dell’ordine, erano soliti effettuare anche controlli sulle proprie autovetture con la collaborazione di alcuni tecnici compiacenti che provvedevano a bonificare i veicoli, hanno permesso di ottenere numerosi riscontri alle dichiarazioni in termini di sequestri di sostanza stupefacente e di armi: nel corso delle investigazioni è stato rinvenuto e sequestrato un vero e proprio arsenale composto da armi comuni da sparo, anche clandestine, armi da guerra e relativo munizionamento, a disposizione dell’associazione.

Le operazioni vedono impegnati centinaia di poliziotti, tra cui oltre agli agenti del Servizio Centrale Operativo e della Squadra Mobile di Milano, anche poliziotti della Squadra Mobile di Alessandria, Bergamo, Biella, Catanzaro, Cremona, Como, Lecco, Lodi, Mantova, Monza e Brianza, Novara, Parma, Pavia, Piacenza, Reggio Calabria, Varese.

Sono stati impiegati per l’esecuzione delle misure cautelari anche il personale del Reparto Prevenzione Crimine di Milano, Piemonte, Liguria, Toscana ed Emilia-Romagna, le unità cinofile della Questura di Milano, del Gabinetto Regionale della Polizia Scientifica di Milano, nonché un elicottero della Polizia di Stato del Reparto Volo di Malpensa.

Il bergamasco è accusato, in concorso con un altro indagato, di detenzione illegale di una pistola calibro 9×21 con matricola abrasa e di averla portata in un luogo pubblico. La sua è una posizione marginale, sul suo conto non sussistono esigenze cautelari “data la sua incensuratezza ed il contributo isolato prestato su ordine di un altro indagato, consentono di ritenere non sussistente il pericolo di condotte recidivanti”.

In particolare il titolare dell’armeria il 26 gennaio 2021 sarebbe stato contattato da G.D.L., 61 anni, residente a Milano, per una consulenza. Due giorni dopo il telefono del 61enne viene localizzato dalla polizia a Caravaggio, agganciato alla cella nei pressi dell’attività del bergamasco. Secondo quanto ricostruito dalla Squadra mobile, quel giorno l’indagato avrebbe consegnato l’arma per farsela sistemare e renderla funzionante. “Questo lo si desume, altresì, dai contatti dei giorni seguenti, dove il titolare dell’armeria informa G.D.L. in merito alle difficoltà riscontrate nel compiere il lavoro richiesto sulla pistola, confermando così il fatto che l’arma da sistemare era stata consegnata”, si legge nell’ordinanza.

Il milanese avrebbe esortato il bergamasco ad utilizzare anche pezzi nuovi di ricambio, visto che “la fantasia non ti manca, per cui non c’è limite! quello che c’è si fa insomma… mi raccomando sono nelle tue mani”, come riportato nelle intercettazioni telefoniche tra i due.

Il 9 marzo una nuova telefonata, nel corso della quale il titolare dell’armeria avrebbe riferito le sue difficoltà nella lavorazione richiesta. Ma il 2 aprile conferma, sempre al telefono, di essere riuscito a sistemarla. Costo dell’operazione 140 euro.