“Perché mi hai abbandonato?”, al Palazzo Creberg mostra di Ugo Riva
L’esposizione rimarrà aperta al pubblico dal 19 novembre 2022 al 7 maggio 2023
Bergamo. Un nuovo appuntamento espositivo, il terzo, che la Fondazione Credito Bergamasco dedica, a Palazzo Creberg, all’artista Ugo Riva, nato a Bergamo nel 1951. Riva ha un profondo rapporto affettivo con i luoghi e con le persone, essendo stato dipendente della banca Credito Bergamasco (oggi Banco BPM) dal 1970 al 1996. Poi le dimissioni e l’inizio di un nuovo capitolo della vita, certamente più rischioso e meno rassicurante ma inevitabile. Per Ugo Riva la professione dello scultore è una missione da svolgere, un compito calato dall’alto senza preavviso né intenzione, quasi una sottomissione ad
una volontà superiore; una vocazione che, nel momento della consapevolezza, egli ha accettato come scelta di vita irrinunciabile.
Le recenti opere – create tra il 2020 e il 2022 ed esposte a Palazzo Creberg da novembre fino alla primavera 2023 – dialogano con Anima Mundi, segno permanente commissionato da Fondazione Creberg a Ugo Riva per celebrare il 120° anniversario del Credito Bergamasco. Anima Mundi venne collocata davanti all’ingresso principale del Palazzo Storico, in Largo Porta Nuova, nel 2011 dopo il restyling della piazza realizzato dal Creberg per celebrare il suo centoventesimo anniversario. Dal 2021,
quando la pandemia era ancora in corso, Fondazione Creberg ha dedicato la monumentale scultura al ricordo delle vittime del Covid.
Come afferma Angelo Piazzoli, Presidente di Fondazione Creberg e curatore dell’evento espositivo: “Dalla pandemia, da periodi di silenzio e di ritiro, nascono prima le opere del ciclo “A Mezzogiorno si fece buio su tutta la terra” – omaggio scultoreo al pittore manierista Rosso Fiorentino, presentato a Volterra nell’estate 2021 – e in seguito Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato? installazione temporanea site-specific realizzata appositamente per noi. Quando gli chiesi di esporre a Bergamo, a Palazzo Creberg, i lavori dedicati a Rosso Fiorentino, Riva mi manifestò il desiderio di realizzare, quasi fosse un’urgenza dello spirito, un’opera ad hoc per il Loggiato, nella quale sono evidenti, oltre alle inquietudini legate alla pandemia, le angosce derivanti dalla guerra che, da febbraio 2022, tocca l’Europa. Nei periodi di difficoltà, di dolore, di privazione, sono gli animi più sensibili o tormentati a liberare la creatività lasciandoci testimonianze artistiche dense di pathos e di pensiero. Così succede con Ugo Riva”.
La mostra/Prima Sezione – A Mezzogiorno si fece buio su tutta la terra
L’esposizione Perché mi hai abbandonato – curata da Angelo Piazzoli e Tarcisio Tironi – presenta, nel Salone principale di Palazzo Creberg, le opere costituenti la prima sezione di mostra intitolata A Mezzogiorno si fece buio su tutta la terra.
Al centro del Salone troviamo Solitudine (2020, terracotta policroma, ferro, legno, 146 × 87 H 286 cm). L’imponente gruppo scultoreo è stato ideato da Ugo Riva per celebrare il Cinquecentenario dall’esecuzione della Deposizione dalla Croce che, nel 1521, il pittore manierista Rosso Fiorentino realizzò per una cappella della chiesa di San Francesco a Volterra e che oggi è conservata nella Pinacoteca Civica. Si trattava di una commissione gradita a Ugo Riva, molto legato alla tradizione nella quale ha sempre trovato perenne ispirazione, soprattutto in quella rinascimentale e manierista. Ricorda
lo scultore: “Per me, amante del disegno, Rosso Fiorentino e Pontormo erano viscerali. Iniziai così uno studio sistematico di approfondimento sia attraverso letture critiche e storiche sia con visite mirate alle opere. Divennero punti di riferimento fermi di stile, come mi capitò anni prima con la Pala di Brera di Piero della Francesca”.
Nel catalogo che accompagna l’esposizione – offerto gratuitamente ai visitatori – lo storico dell’arte Antonio Natali ben descrive questo lavoro: “Nel suo omaggio alla Deposizione del Rosso, Riva dà un séguito alla vicenda della tavola volterrana, raccontando ora quel che accadde dopo che il corpo di Gesù fu sconficcato dal legno su cui s’era compiuta quella morte scandalosa. E lo fa come se guardasse la cima del Golgota con gli occhi del Rosso, immaginandosi l’evolversi della gestualità dei pochi ch’erano rimasti ai piedi della croce. A osservare la concezione della rilettura della pala proposta da Riva, ci s’accorge che lo sgomento delle donne e il pianto ripiegato di Giovanni, prima raccolti all’ombra del martirio, sono stati scossi da un impulso centrifugo”.
In questa rilettura della Deposizione di Rosso Ugo Riva non rappresenta la croce ma utilizza l’albero secco e spoglio come metafora del legno, eliminando un momento importante della scena sacra. «Destrutturo l’impianto piramidale a due livelli composti dal Rosso» spiega lo scultore. «Do dinamicità al contrario suo, alla parte inferiore, eliminando d’emblée quella superiore. Sparpaglio i protagonisti ai margini della base circolare della vera del chiostro, come spinti da una forza centrifuga che li isola: nemmeno si sfiorano; ognuno è solo nel proprio straziante dolore. Priva della croce, la scena si mostra in tutta la sua fragile umanità. Si riempie di un silenzio assordante. L’angoscia trattenuta è palpabile e la richiesta d’aiuto inascoltata”.
Riva si comporta esattamente come un pittore del Rinascimento, perché ambienta una successione di episodi diversi e conseguenti in un unico spazio in modo da creare una narrazione continua che si dipana cronologicamente nel tempo. L’artista, dunque, prolunga e varia la trama d’una storia sacra che ha il suo esordio nella Deposizione del Rosso del 1521.
In nicchie laterali del Salone, appositamente studiate, troviamo poi le altre opere della ricerca dell’artista.
Sine Pietate et Amore Dei (2020, terracotta policroma, ferro, 48 × 35 H 119 cm) mostra la rappresentazione del dolore per morte violenta. Un bue squartato diventa un’allegoria laica del Cristo in Croce, che esprime una sofferenza fisica. La sutura grossolana è il tentativo di ricomporre la ferita, per cercare di lenirla e contenere il dolore che la lacera e fuoriesce. Esso richiama simbolicamente il supplizio inflitto da altre persone e rappresenta la malvagità che ha infierito senza pietà.
La posizione della carcassa appesa dalle zampe inferiori nel portico di ferro ricorda l’altro gruppo scultoreo allestito a poca distanza: Stabat Mater (2020, terracotta policroma, metallo, 50 × 44 H 108 cm). Dentro un tabernacolo, Maria tiene Cristo in grembo: accostati rappresentano la versione laica della Pietà e la versione sacra del soggetto. È interessante notare l’effetto estetico della preziosità del tabernacolo che ospita Stabat Mater rispetto al portico essenziale e rustico dell’opera precedente (quasi a richiamare i portici delle cascine lombarde) ma che si trasforma in un altare laico sul quale Riva ricorda il rito dell’uccisione degli animali che osservava, turbato, da bambino.
Eros e Thanatos (Cleopatra) – 2020, terracotta policroma, stoffa, ferro, ottone, 33 × 42 H 80 cm) – ed Eros e Thanatos (Cristo) – 2020, terracotta policroma, ferro, 40 × 32 H 62 cm – ci portano al centro del mistero dell’uomo. Eros rappresenta la pulsione alla vita che implica il principio della sopravvivenza mentre Thanatos la pulsione di morte che rappresenta le tendenze autodistruttive.
I due personaggi scultorei, entrambi allestiti in Salone, sono stati abbinati da Riva per rappresentare la carnalità e la sensualità espressa già da Rosso Fiorentino nelle sue opere con lo stesso soggetto (il Cristo morto compianto da quattro angeli databile al 1525-1526 circa e conservato nel Museum of Fine Arts di Boston e la Morte di Cleopatra databile al 1525 e conservata nell’Herzog Anton Ulrich-Museum di
Braunschweig in Germania) a cui Riva si ispira, interpretando la volontà di Rosso di scardinare l’iconografia tradizionale. Sebbene il corpo esprima giovinezza, vigore, tonicità, sensualità, il volto di Cristo appare rassegnato, con l’accettazione del suo destino di sofferenza, sfinito, spento e senza più nessuna reazione e anelito vitale. La bellissima anatomia è solcata da una profonda cicatrice e, spostandosi intorno alla scultura si può osservare la mano inchiodata allo scranno, quasi il Figlio di Dio fosse trafitto nel corpo e nello spirito senza via d’uscita.
Ugo Riva rivela: “È quest’ambiguità, se così posso definirla, a intrigarmi; questo intreccio tra sacro e profano, in cui la morte annunciata non è presente. I corpi nudi profumano di piacere, di bellezza che esplode negli abiti degli angeli e dalle preziose stoffe. Nessun accenno alla tragedia incombente, se non l’aspide sul braccio di lei e i chiodi a terra per il Cristo”.
La Mostra/Seconda Sezione – Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Elì, Elì, lemà sabachtani?) – 2022, terracotta, ferro, reti da pesca, arredo liturgico, gabbie, foglie, 320 × 80 H 300 cm – è una installazione temporanea site-specific allestita sul grande Loggiato; la si incontra dopo aver percorso la scalinata che collega il Salone Principale all’area riservata agli uffici direzionali.
Lo spazio a disposizione sul loggiato della Banca è molto vasto e si apre sul vuoto del Salone principale. Ugo Riva decide di occuparlo quasi interamente con una struttura aperta e semitrasparente che lascia filtrare la luce naturale proveniente dall’enorme lucernario a copertura dell’edificio.
Le due strutture portanti laterali sono costruite con tondini di ferro nervato e rivestite da fogli di rete elettrosaldata a maglia, un materiale impiegato nell’edilizia come armatura per la realizzazione di massetti per pavimenti, solai o muri divisori. La sezione centrale, composta da sottili lastre in ferro tagliato al plasma, collega le due “gabbie” laterali formando una nicchia dove Riva ha collocato un’antica lampada a sospensione in ottone cesellato, di quelle che se accese indicano la presenza nel tabernacolo del Santissimo Sacramento. Un oggetto di pregio, lavorato pazientemente a mano viene accostato a materiali industriali, non nobili, ma di enorme utilità pratica. L’artista mette in evidenza elementi che normalmente restano nascosti nel calcestruzzo, restituendo loro dignità.
Un grande velo trasparente avvolge quasi completamente la struttura. Si tratta di due reti da pesca, una a maglie sottili e l’altra un po’ più grosse. Per i credenti la rete richiama immediatamente la nota parabola del Vangelo secondo Luca, nella quale Gesù incita i pescatori che non avevano preso nulla durante la notte a gettare di nuovo le reti e ad avere fiducia in lui.
Le gabbiette da richiamo per uccelli che costellano la struttura di ferro contengono piccole figure umane abbozzate nella terracotta, un materiale che sottolinea la fragilità dell’essere. Che non evochino un clima di stabilità e fiducia lo comprende anche chi è totalmente digiuno di arte contemporanea. Siamo continuamente sotto l’attacco di forze ostili invece di essere aiutati e protetti da un Dio benevolo. Le opere di Ugo Riva sono molto chiare: è lui stesso che proprio attraverso l’impostazione e la costruzione
della scena figurativa ne fornisce la traccia di lettura tant’è che non hanno quasi mai bisogno di un testo critico esplicativo a latere.
È Tarcisio Tironi – Direttore del Museo d’Arte e Cultura Sacra di Romano di Lombardia – a spiegare il titolo dell’opera: «Mi ha sempre colpito come la parte più estesa della narrazione nei Vangeli dei trentatré anni della vita di Gesù sia il racconto della Passione, che invece dura solo alcune ore. La narrazione si dilata nel descrivere le numerose e varie sofferenze del Nazareno: nel Getsemani la paura del morire, la solitudine (gli amici prima dormono e poi scappano), il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Pietro, le torture fisiche di ogni genere, la lunga agonia, la morte in croce cioè per soffocamento e asfissia come per molti ammalati di Covid. Ma la prova patita e più straziante è quella descritta dagli evangelisti poco prima della morte: “Alle tre del pomeriggio, Gesù gridò a gran voce: “Elì, Elì, lemà sabachtani?”, che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
Il culmine della paura e del dolore attanaglia Gesù come uomo quando, preso dal dubbio più grande, quello della fede, implora a gran voce Dio che resta muto.
Conclude Angelo Piazzoli: “Il titolo che – insieme all’artista – abbiamo scelto pone di fronte a interrogativi ai quali né lui, né altri possono dare risposte certe. Non sapremo, fino all’ultimo momento, come Ugo Riva deciderà di concludere questo lavoro che è stato, “in itinere”, assoggettato a numerosi cambiamenti: sostituirà con freschi elementi naturali la massa di fogliame secco che, nella “prova” in studio aveva gettato a terra? Strapperà di nuovo la rete a maglia grossa per cambiarla con una rete a maglia ancor più fine? Rimuoverà la figura in terracotta imbragata sul vecchio cardine di porta che si trova nella parete destra della nicchia oppure la terrà?
La bellezza di un processo creativo risiede anche nella sua fluidità; un’opera di questo tipo non ha un tempo né una scadenza, è aperta, può continuare la sua evoluzione all’infinito e modificarsi in relazione ai mutamenti di “stato” dell’artista, oppure può diventare una tappa nella costruzione di qualcos’altro. Mi piace pensare che tra qualche anno, senza perdere alcuna coerenza, si possa trasformare per esempio in un monumento o, chi sa, in un altare…”.
La mostra/Terza Sezione – Una grande sorpresa a Palazzo Creberg. Ecco gli Angeli (2004, terracotta, ferro 175 x 45 x 66 cm – 183 x 50 x 50 cm)
Mentre scriviamo questo comunicato, una sorpresa last minute ci è stata offerta dall’artista come gesto di vicinanza alla Fondazione e come ulteriore dono per gli occhi dei visitatori di Palazzo Creberg. Si tratta della concessione degli originali in terracotta delle due sculture in bronzo collocate dal 2016 nel parco del Vittoriale degli Italiani a Gardone Riviera.
Nell’idea dell’artista questi Angeli, fuori dal percorso ufficiale di mostra e collocati all’ingresso del Palazzo, fungono da guardiani protettori, divinità benefiche e salvatrici come i Dioscuri, Castore e Polluce. In continuità con Anima Mundi essi simboleggiano il raccordo celeste tra l’esterno e l’interno dell’edificio.
Informazioni sulla mostra
L’esposizione rimarrà aperta al pubblico dal 19 novembre 2022 al 7 maggio 2023, con accesso libero e gratuito, nei giorni feriali (orari di apertura al pubblico della Filiale di Porta Nuova del Banco BPM).
E’ prevista una prima apertura straordinaria (altre ne saranno annunciate per la primavera 2023) per Sabato 19 novembre 2022 con il seguente programma:
– Ore 10.00 – 19.00 Apertura del Palazzo Storico del Credito Bergamasco (Banco BPM) in Bergamo, Largo Porta Nuova, 2.
– Ogni ora, a partire dalle 10.30 e fino alle ore 18.30, saranno attivati servizi di visite guidate gratuite della durata di mezz’ora ciascuna (10.30, 11.30, 12.30, 14.30, 15.30, 16.30, 17.30, 18.30).
– Ore 16.00 – Presentazione ufficiale della mostra nel Salone Principale di Palazzo Creberg (durante la presentazione, della durata di 15 minuti, saranno sospese visite libere e guidate).
A tutti i visitatori verrà consegnato, come sempre gratuitamente, il catalogo edito dalla Fondazione Credito Bergamasco con testi di Antonio Natali, Angelo Piazzoli, Ugo Riva, Tarcisio Tironi.
La successiva tappa della mostra è fissata al Museo d’arte e Cultura Sacra di Romano di Lombardia (27 maggio/30 luglio 2023).


