Sotto il segno di Scaloni: il filo che unisce Atalanta e Lazio
Amatissimo a Bergamo, è arrivato dopo l’esperienza con i biancocelesti. Percassi gli aveva offerto di restare in società, oggi è il Ct dell’Argentina di Messi
Bergamo. Tra circa un mese l’Argentina tenterà l’assalto alla Coppa del Mondo in quello che sarà l’ultimo Mondiale per Leo Messi. Le sorti della nazionale sudamericana, campione continentale un anno fa, sono anche, se non soprattutto, nelle mani di chi siede in panchina: Lionel Scaloni. Che a Bergamo ha vissuto la sua ultima esperienza da calciatore, acquistato nel 2013 dalla Lazio e ritiratosi nel 2015 per intraprendere un percorso tecnico che lo ha portato fino al ruolo più prestigioso nel suo paese per un allenatore.
Difficilmente (eufemismo) domenica sarà sulle tribune del Gewiss Stadium per assistere al match delle sue due ex squadre, essendo impegnato a preparare l’appuntamento in Qatar, tra nodi su convocazioni da sciogliere e giocatori da guardare. Certo, magari un’occhiata a Musso può valere la pena darla, essendo il numero uno della Dea uno dei giocatori in bilico per quanto riguarda la rosa dei 26.
Aldilà di questo, comunque, il nome del ‘Toro’ Scaloni – anche se il suo soprannome ai tempi del Deportivo La Coruna era ‘El Caballo’, ‘il cavallo’, per il suo stile di corsa – lega indissolubilmente Atalanta e Lazio, che sono state la coda di una carriera di successo soprattutto in Spagna, con quel Deportivo con cui ha vinto Liga e coppa nazionale, arrivando anche a sfiorare la finale di Champions League.
A portarlo in Italia furono i biancocelesti nel 2007, ma la sua avventura di fatto è iniziata solo nel 2009, al rientro dal prestito al Mallorca di un anno e mezzo: nei primi sei mesi era spesso finito in panchina. Nonostante non sia mai riuscito ad essere un titolare in pianta stabile, anche complici i problemi fisici, nei tre anni e mezzo successivi si è ritagliato un ruolo importante soprattutto nello spogliatoio più che in campo: alla fine sono state solo 67 presenze in biancoceleste e un gol, prima del trasferimento, appunto, a Bergamo.
A quell’affare è legato un aneddoto: era la sera 29 gennaio 2013 quando si giocava la semifinale di Coppa Italia tra la Lazio e la Juventus. Scaloni era già in città, il suo trasferimento era già stato ufficializzato. Alvaro Gonzalez, centrocampista della Lazio, dopo l’1-0 (gara vinta 2-1 dai biancocelesti) aveva esultato mostrando la sua maglia numero 5.
“Mi sono emozionato”, aveva Scaloni detto a Radiosei, “è stato il migliore arrivederci che potessi ricevere. Non me l’aspettavo, mentre guardavo la partita un po’ nervoso, mi sarebbe piaciuto essere lì con loro perchè un pezzo di quello che hanno raggiunto è anche un po’ mio. Mi sono accorto di quanto mi volevano bene”.
Mentre i biancocelesti si avviavano verso il successo in finale contro la Roma nel derby probabilmente più sentito di sempre, il 35enne terzino a Bergamo ha iniziato una storia breve, di due anni e mezzo, fino al ritiro nel 2015, e se vogliamo vederla da un punto di vista di traguardi in campo neanche così intensa (17 presenze), ma ha conquistato l’ambiente e un posto nel cuore degli atalantini.
Conscio del peso dei 34 anni e della corsa ormai decisamente meno fluida di quanto era all’inizio della sua carriera, il Toro si è accontentato di spezzoni. Gli bastava esserci, allenarsi, stare dentro al calcio e dentro all’Atalanta. Un esempio in ogni seduta di allenamento. E anche quando nell’estate 2013 era stato messo ai margini della rosa, lui si allenava con le giovanili. Poi ha ottenuto altri due anni di contratto tagliandosi notevolmente l’ingaggio. Così è arrivato il reintegro. Ennesimo atto di amore.
“I soldi per me non sono stati mai il motore di niente” aveva detto al Fatto Quotidiano, “né all’inizio, né ora. È difficile da spiegare, ma chi vive il calcio come me, dal campo non vorrebbe uscire mai”.
L’ultima stagione con Colantuono al timone (poi rimpiazzato da Reja nel finale) gli ha regalato la soddisfazione di un assist, contro l’Avellino in Coppa Italia — “Avevo la voglia che avevo a 20 anni”, dirà al Corriere della Sera, e poi le ultime sgambate, tra cui una ventina di minuti contro il Milan all’ultima giornata a Bergamo in quella che è stata la sua ultima uscita da giocatore.
Percassi gli aveva offerto di rimanere in società, alla fine le strade si sono separate. Quella di Scaloni è arrivata fino alla panchina dell’Argentina, su cui siede dal 2018, su cui ha vinto la Copa America. Oggi la ‘Selecciòn’ è diventata la ‘Scaloneta’. E Atalanta-Lazio, almeno in Italia, rimarrà sempre la sua partita.






