Cristoforo Colombo a 530 anni dalla scoperta dell’America
Lo sviluppo tecnico e scientifico, la ricerca di spazi e ricchezze, ambizioni antiche e moderne che si abbracciano, saldandosi nell’istante di un futuro prossimo e remotissimo
Il XV secolo fu epoca di scoperte e mutamenti, transizione tumultuosa di uomini e di mondi verso orizzonti invalicabili, punti di fuga da un passato ancora presente, da decifrare, da interpretare.
Lo sviluppo tecnico e scientifico, la ricerca di spazi e ricchezze, ambizioni antiche e moderne che si abbracciano, saldandosi nell’istante di un futuro prossimo e remotissimo.
L’eterna contesa tra la terra e il mare, tra lo stato solido e quello liquido, visse un arco temporale da protagonista, animando esistenze straordinarie di avventurieri, condottieri, esploratori e affaristi senza scrupoli. Sovrani e marinai, simpatie e gelosie, sogni e disfatte: il XV secolo quale metafora imperitura della condizione umana, perennemente protesa al superamento di se stessa, dei propri limiti e desideri, lungo rotte inesplorate, ignote. Non esiste viaggio che non conduca l’uomo alla fonte del proprio agire ed essere: conoscere dispiega possibilità infinite, sapere è libertà.
A cavallo tra XV e XVI secolo, si creò una convergenza tra volontà e pensiero, tra tecnica e immaginazione. L’impensabile si rese finalmente possibile. Era giunto il momento di rinascere, di vestirsi a festa, di salpare. I progressi nella cantieristica navale, il perfezionamento della bussola, la disponibilità di carte nautiche più precise e affidabili si accompagnarono alla brama di conquista e di potere delle grandi potenze europee, Spagna e Portogallo in testa, nonché a una fortunata generazione di marinai dotati di straordinaria esperienza e dall’infinita fantasia.
Bartolomeo Diaz, Vasco da Gama, Giovanni Caboto, Ferdinando Magellano, il nostro Cristoforo Colombo e molti altri: dall’Africa alle Indie, da est a ovest, i venti si fecero propizi per imprese memorabili, da scolpire nella memoria delle onde. Una bellezza che richiede di essere raccontata e narrata, rivissuta quale memoriale identitario dell’uomo calato nel fluire degli anni. Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza: l’antico adagio dantesco prese carne e sangue, spingendo l’uomo oltre i propri confini fisici, mentali, culturali e geografici.
La mattina del 12 ottobre del 1492, convinto di trovarsi in terra d’Asia, l’ammiraglio Cristoforo Colombo toccava terra, dopo un lungo viaggio iniziato il 3 agosto del medesimo anno dal piccolo porto di Palos. L’esplorazione, finanziata dalla monarchia spagnola e da banchieri italiani, si proponeva di dimostrare la possibilità di raggiungere l’oriente circumnavigando il globo verso la rotta occidentale. Il celebre genovese, insignito di titoli e concessioni dalla sovrana Isabella, tra cui la carica di viceré e governatore degli eventuali territori scoperti, privilegi nobiliari e accordi di compartecipazione agli utili, non si accorse di essersi imbattuto in un continente inesplorato. Il vessillo spagnolo sancì l’appartenenza, e la rivendicazione, dell’odierna isola di Watling, nelle Bahamas, alla corona ispanica. Colombo battezzò quel lembo di terra con il nome di San Salvador.
La Spagna ottenne in cambio oro, animali esotici e alcuni indiani, ma la luna di miele con i reali non sarebbe durata a lungo. Le spedizioni successive delusero le aspettative dei “Re Cattolici” e lo stesso ammiraglio genovese si trovò costretto a difendersi dall’accusa di malgoverno. Seguirono delusioni e amarezze, ma anche ulteriori imprese quali la scoperta delle foci del fiume Orinoco e la
perlustrazione di zone costiere del Centro America. Colombo si avviava a divenire una figura contraddittoria di primaria grandezza, una sorta di sconfitto di successo: uno straordinario navigatore a suo agio nel domare terribili tempeste e burrasche, ma anche un amministratore incapace nel gestire con efficacia e competenza i territori affidatigli. Fece la storia senza accorgersene appieno, mancando la fama del suo tempo, consegnandosi, tuttavia, all’immortalità dei posteri.
Una figura misteriosa, amata e detestata, da rileggere rifuggendo anacronismi e semplificazioni, come giustamente ammonisce lo storico Marco Valle: “Colombo è figlio del suo tempo, un tempo fervido d’ingegni, prodigo di contrasti, armonioso e feroce, illuminato e imbarbarito, raffinato e disperato. […] Colombo rimane un tema affascinante e irrisolto, un tavolo di lavoro incompiuto e sempre aperto a nuovi, magari inattesi contributi. Una sfida che pochi storici hanno avuto la forza e il coraggio di affrontare e indagare in profondità. Con serena rigorosità”.


