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Attivismo e informazione: l’etica della comunicazione spiegata a BergamoScienza

Il ruolo del divulgatore scientifico e del comunicatore che spesso devono veicolare messaggi e contenuti mantenendo un confine tra trasmissione di informazioni e attivismo

L’ETICA DELLA COMUNICAZIONE: TRA ATTIVISMO E TRASMISSIONE DI INFORMAZIONI
Divulgare dati scientifici o più semplicemente comunicare non sono mestieri per nulla semplici, come abbiamo potuto constatare venerdì 7 ottobre durante l’incontro di BergamoScienza dal titolo “L’Etica della comunicazione”.
Grazie alla moderazione del coordinatore scientifico della kermesse Luca Perri, volti noti del settore come Serena Giacomin, Barbascura X, Agnese Collino e Alessandro Masala (alias SHY) hanno dato vita a un dibattito coinvolgente sul tema della comunicazione e delle diverse forme che può assumere nel tempo.

Nel primo giro di domande, si è affrontato il tema del bilanciamento tra trasmissione di dati, contenuti e attivismo, limite per niente facile da mantenere perché l’informazione non può escludere le idee politiche di chi comunica, come afferma il content creator e volto di Breaking Italy Alessandro “Shy” Masala: “Bisogna esser onesti con la gente. Tutti quanti ci rendiamo conto della visione del mondo degli altri. Dividiamo ogni argomento in macroblocchi: dati e opinioni. Bisogna presentarsi umili al pubblico. Prima ancora ci interroghiamo sulla veridicità delle notizie. Poi decidiamo cosa è importante e cosa no. Anche se è noiosa, una notizia noi la vogliamo dire, magari inserendola tra due notizie divertenti, non per ingannare il fruitore, ma perché sappiamo che la soglia dell’attenzione è poca e perché ogni scelta editoriale è attivista alla fine”.

Ma è davvero così labile il confine tra divulgazione e attivismo? Ecco cosa ne pensa Agnese Collino, divulgatrice e supervisore scientifico di Fondazione Veronesi: “ Prima di entrare in fondazione, ero anche io una ricercatrice e attivista, quando si parlava di sperimentazione animale. Se ne parlava male, quindi ho deciso di fondare un’associazione per parlarne, sono stata sempre fan del dibattito. L’attivismo mobilita le persone, le spinge a fare massa critica. Nel tempo mi sono accorta che nei dibattiti si fa lotta muscolare, lasciando ancora più confuse le persone. Ho iniziato a studiare comunicazione della scienza, perché ho capito che la figura del divulgatore mi calzava meglio, perché si parla a tutto il pubblico, è la persona che cerca di presentare tutto ciò che c’è sul tavolo, con le giuste proporzioni i pro e contro”.

La trasmissione di dati puri, senza opinioni è alla base della divulgazione scientifica che però spesso deve scontrarsi con altri problemi apparentemente minori, come conferma la climatologa e presidentessa dell’Italian Climate Network Serena Giacomin: “Abbiamo i dati con cui comunicare, quindi c’è poco spazio per le opinioni. C’è però un sottobosco da non sottovalutare. Si dà per scontato che cosa sia la comunità scientifica, che cosa sia il metodo scientifico, e non c’è tempo oggi per spiegare in maniera efficace questo sottobosco. Forse si riesce con dei progetti a medio-lungo termine, come quelli a scuola o conferenze ad hoc. Si parla di emergenza climatica, ma è difficile parlare di qualcosa che ci sembra lontano nel tempi e nello spazio”.

L’ETICA DI COMUNICATORI E AZIENDE: IL TEMA DEL GREENWASHING
Da un punto di vista etico, sicuramente il tema della coerenza è un aspetto importante: come ricorda Barbascura X “Le sponsorizzate sono importanti, perché dietro alla creazione di contenuti come i video di Youtube c’è una quantità di lavoro impressionante, ma dal punto di vista etico cerco sempre di scegliere sponsor affini, e che quindi non creino conflitti di interesse, come il greenwashing”.

Proprio il tema del Greenwashing, ossia la tendenza da parte delle aziende di mostrarsi sostenibili in teoria, ma per nulla nel concreto è strettamente legato al tema del cambiamento climatico, e spesso individuare chi veramente crede di poter attuare una politica aziendale sostenibile e chi invece fa buon viso a cattivo gioco non è per nulla semplice, come spiega Serena Giacomin: “Si tratta di un fenomeno subdolo, quindi è difficile capirlo. Quante aziende hanno i giusti strumenti per combattere l’impatto ambientale? Se un’azienda mostra impegno sotto questo aspetto, ci affianchiamo o no? Sicuramente serve attenzione e impegno, ma anche coraggio nel dare fiducia a certe aziende. Alcune sono palesemente greenwashing, ma per altre il confine è labile. C’è un solo dato di fatto: che tutte stanno cercando di mostrarsi agli occhi nostri come aziende sostenibili”.

I PROBLEMI DELLA COMUNICAZIONE: POLARIZZAZIONE E CENSURA
Trasmettere dei contenuti, e quindi della informazioni influisce sul modus pensandi delle gente, che si crea una propria opinione sulla base di ciò che recepisce.
Soprattutto sui social si assiste sempre più a una polarizzazione non sempre facile da gestire, ma che può in certi casi risultare un aspetto positivo secondo Alessandro Masala: “Credo che in qualche modo la polarizzazione delle opinioni sia positiva. Lo scontro è meglio dell’indifferenza. Nello scontro si evolvono le idee. Su internet si creano le eco-chambers, e anche io constato questo problema. Mi sono accorto che la community è una bolla ed è difficile da bucare. Quando esprimi un concetto, ti stai incasellando, e molti non ti ascoltano. Nella mia testa la soluzione sia quella di puntare sulla comunità e fornire gli giusti strumenti per andare al contrattacco”.

Di converso però il dibattito accesso e l’ostentazione della libertà di parola soprattutto sulle piattaforme è soggetta a censura, non sempre però efficace secondo il fondatore di Breaking Italy: “Il fatto che le piattaforme si intestino la responsabilità di moderare i contenuti è positiva. C’è chi guadagna dalla disinformazione, soprattutto su Youtube. Le piattaforme hanno iniziato a mettere delle toppe che però sono controllati da persone. L’intenzione è buona, l’esecuzione non è perfetta, ma capisco che sia difficile operare la scelta, perché il volume di contenuti caricato ogni secondo è impressionante”.

I LIMITI DELLA COMUNICAZIONE: BIAS COGNITIVI E DISSONANZA
Chi comunica deve fare i conti con alcuni limiti invalicabili, come la contingenza e il modo di processare le informazioni da parte del nostro cervello. Il nostro supercomputer interno, infatti, spesso applica di sistemi di deviazione dalla realtà, facendoci valutare fatti o opinioni in modo irrazionale o controintuitivo.

Un problema non da poco quindi e che costringe gli addetti ai lavori a trovare il giusto equilibrio tra la trasmissione di informazioni e la loro interpretazione, come capita spesso a Barbascura X durante i suoi monologhi di stand-up comedy: “Difficile trovare il giusto compromesso, perché dipende sempre dal pezzo di standup comedy e a chi ti rivolgi. Ognuno la fa in base alle proprie esperienze. Non c’è una formula precisa. C’è chi va sul pesante, chi racconta esperienze personali. Quando fai stand-up non sei in veste di divulgatore, ma come esser umano, quindi prendi posizione”.

L’emergenza climatica rimane uno dei principali problemi affrontati negli ultimi anni, ma in precedenza tale tematica era gi presente e stata avanzata dai vari divulgatori scientifico, ma mai affrontata o presa sul serio dal pubblico perché reputata lontana nel tempo e nello spazio.

Tale concezione dei problemi fa parte della cerchia dei bias cognitivi e conosciuta come dissonanza, ma combatterla non è affatto semplice secondo Serena Giacomin: “La dissonanza cognitiva è il vedere un problema lontano nel tempo e nello spazio. La comunità scientifica nel caso del cambiamento climatico, per esempio, lo ha sempre associato al concetto di futuro. Per come siamo fatti, siamo programmati per affrontare le crisi vicine.

A 10 anni fa comunicavo il cambiamento con molti dati, ma ho visto che nessuno si allarmava. Allora ho studiato il fenomeno dal punto di vista psicologico e ho visto che il nostro cervello lo affronta con delle barriere, come la dissonanza, la distanza, l’identità. E poi la barriera della negazione. Ci affidiamo quindi all’opinionista di turno che nega. Bisogna cercare di capire come comunicare il dato in base a quella che potrebbe esser la nostra reazione di fronte all’evidenza”.

Chiude il giro di domande Agnese Collino che cerca di fare chiarezza sul tema dell’incertezza scientifica che soprattutto durante la pandemia è stata ignorata per dare invece più spazio alla notizia, rendendo secondario quindi il come ci sia arriva a un certo dato o scoperta: “ Difficile perché bisogna farlo non in tempo di crisi o emergenza. Bisogna faro prima, in tempo di pace che ha bisogno di tanto tempo e attenzione. Per quanto riguarda ai tempi della ricerca, per me bisognerebbe dare più notizie su come funziona la ricerca, come lavora il ricercatore, perché siamo arrivati a quel dato, al percorso pregresso, a quella ricerca più che sulla notizia in sé della scoperta”.