Unità e dialogo: l’insegnamento di Giovanni XXIII
Eletto il 28 ottobre 1958, a quasi settantasette anni, fu considerato una figura di “transizione”, chiamata a rivestire un ruolo marginale e temporaneo. Fu in grado, tuttavia, durante il suo breve
pontificato, di traghettare la Chiesa nella modernità, imprimendo una significativa svolta pastorale e teologica
Il 28 ottobre 2008, Benedetto XVI, in occasione del cinquantesimo anniversario dell’elezione di Giovanni XXIII, in San Pietro, ricordò la straordinaria figura storica e umana del Pontefice di Sotto
il Monte descrivendolo quale “uomo e pastore di pace, che seppe aprire in Oriente e in Occidente inaspettati orizzonti di fraternità tra i cristiani e di dialogo con tutti”.
Giovanni XXIII non fu soltanto il Papa buono, ma fu innanzitutto un buon papa, un uomo che mise i suoi particolari talenti, e carismi, a servizio dell’umanità intera. Condusse un’esistenza dedita alla santità e all’edificazione personale, giocandosi attivamente nel mondo, accettando sfide complicate, vivendo incomprensioni e delusioni. L’amore per il messaggio evangelico e lo studio solido del passato lo spronarono ad assumere uno sguardo aperto di fronte ai cambiamenti del tempo, optando per un approccio comunicativo che si rivelò efficace, vincente: ascoltare, accettare il confronto, rinunciare a giudicare gli altri, mantenendo salda la propria fede nel rispetto delle opinioni altrui.
Eletto il 28 ottobre 1958, a quasi settantasette anni, fu considerato una figura di “transizione”, chiamata a rivestire un ruolo marginale e temporaneo. Fu in grado, tuttavia, durante il suo breve
pontificato, di traghettare la Chiesa nella modernità, imprimendo una significativa svolta pastorale e teologica. L’operato di Giovanni XXIII, sempre attento ai segni dei tempi, rifuggendo i profeti di sventura e i cattivi maestri, si confrontò con un periodo storico non semplice: le tensioni dovute alla “guerra fredda”, la diffusione del laicismo relativista e dell’ideologia comunista, il cambiamento degli usi e dei costumi in ambito morale e sociale.
La strategia di colui che nulla avrebbe desiderato se non di servire umilmente Santa Madre Chiesa, da semplice povero prete di campagna, poggiava su due principi, cioè quello della fedeltà alla tradizione, e all’insegnamento dei Padri, nonché un sincero e profondo amore per l’uomo, ben situato storicamente, nella concretezza della sua epoca.
Ai suoi occhi nessun uomo perdeva mai del tutto il legame con Dio, per chiunque era sempre possibile risollevarsi, intraprendendo un cammino di conversione e di redenzione. Giovanni XXIII
giunse a formulare la celebre distinzione tra l’errore (la condotta o l’opinione da condannarsi) dall’errante (l’uomo peccatore che mantiene sempre la sua dignità di persona). La sua propensione al
dialogo e all’ascolto lo convinsero a rivolgersi ai “fratelli separati”, invitandoli come osservatori al concilio Vaticano II (1962-1965). Il gesto suscitò malumori e critiche che, tuttavia, non riuscirono a distoglierlo dai suoi propositi di unità e di speranza. L’unità dei cristiani e di tutti gli uomini, nella verità di Cristo.
Nell’enciclica Pacem in terris (11 aprile 1963), il Pontefice decise di rivolgersi non solo “ai venerabili fratelli patriarchi, primati, arcivescovi, al clero e ai fedeli di tutto il mondo”, ma anche “a tutti gli uomini di buona volontà”, indipendentemente dal loro credo religioso. Il bene più grande da coltivarsi, ieri come oggi potremmo dire, è quello della pace.
Solo instaurando un clima di reciproca fiducia, tentando instancabilmente di ricomporre dissidi e discordie, è possibile accrescere il benessere di tutti: “Mettetevi dunque all’opera, con fiducia e coraggio, che la luce che viene dall’alto possa illuminarvi e l’aiuto di Dio assistervi. Volgete lo guardo ai popoli a voi affidati, ascoltate le loro voci!” (estratto dell’appello alla pace di Giovanni XXIII del 29 ottobre 1958).
Un insegnamento attuale, ma decisamente inascoltato.


