Una piaga troppo spesso sottovalutata che colpisce l’adolescente nella sua fragilità
Sempre più spesso mi capita di fornire assistenza a minori vittime di cyberbullismo.
In sé, il bullismo non è un fenomeno di nuova generazione, ma è innegabile che oggi presenti caratteri di novità, uno dei quali è ascrivibile alle potenzialità offerte dalla tecnologia: infatti il cyberbullismo è frutto dell’attuale cultura globale in cui le macchine e le nuove tecnologie sono vissute come vere e proprie estensioni del sé. Nel bullismo digitale, la responsabilità può essere condivisa anche da chi visiona un video, un’immagine e decide di inoltrarla ad altri, acquisendo un ruolo e una responsabilità per molti aspetti maggiore e, a volte, inconsapevole.
Ci troviamo frequentemente di fronte a casi di cyberbullismo e dal confronto con le famiglie dei malcapitati emergono quasi sempre due costanti: da un lato, la sofferenza generata da queste forme di violenza si estende all’intero nucleo familiare e, dall’altro, la stessa famiglia non ha mai adottato alcuna misura di prevenzione.
Questi aspetti riflettono la considerazione comune secondo cui il cyberbullismo sarebbe ancora molto distante da noi e i nostri ragazzi.
Ma invece non è così. A testimoniarlo l’esperienza di Federico e della sua famiglia.
Federico, che ha attualmente concluso il terzo anno di una scuola superiore di Bergamo, si è rivolto a me con i propri genitori, raccontando una vicenda in cui del resto molti possono riconoscere un’istantanea della propria adolescenza: in gita scolastica, insieme ad alcuni compagni, ha acquistato alcuni alcolici per consumarli la sera in camera.
“Ero in stanza con compagni più popolari di me in classe e a scuola e ho pensato che, se mi fossi tirato indietro, sarei passato per sempre come uno sfigato” dice Federico.
“Dopo aver bevuto”, prosegue cominciando a emozionarsi, “ho cominciato a sentirmi poco bene e dopo qualche ora di confusione, mi sono addormentato sul pavimento della camera”.
“Il giorno dopo, quando sono sceso per colazione”, riprende a raccontare Federico, “sono stato accolto da risate e commenti di scherno senza che riuscissi a capire. Ho pensato che i miei compagni di camera avessero raccontato quanto accadutomi la sera precedente, ma non che mi avessero ripreso”.
“Solo dopo”, racconta “quando siamo saliti sul pullman, una mia compagna mi ha rivelato dell’esistenza di un video postato sulla chat di classe, mostrandomelo dal cellulare”.
“Mi sono sentito crollare il mondo addosso” dice Federico. “Ho pensato subito ai miei genitori e alla delusione che avrebbero potuto provare vedendo quel filmato e mi sono venuti tutti i peggiori propositi”.
La vittima riferisce di aver anche chiesto ai propri compagni di stanza di cancellare il filmato, ma senza alcun esito: “mi hanno anzi detto che se avessi insistito, lo avrebbero pubblicato su internet, cosa che poi hanno ugualmente fatto”.
Lo studio legale ha provveduto tempestivamente a richiedere l’oscuramento del filmato presso i siti internet in cui esso era stato postato con un’apposita istanza ai sensi della legge 71/2017 e il contestuale deposito di denuncia querela nei confronti delle famiglie dei compagni di Federico rispetto all’accaduto.
“Non mi sento al sicuro. Penso sempre al fatto che non mi posso fidare delle altre persone perché potrebbero sfruttare una mia debolezza per divertirsi alle mie spalle” dice sconsolato Federico. E sono proprio i risvolti di sofferenza morale l’aspetto più delicato in un caso come questo.
Ciò che possiamo fare per contrastare questi preoccupanti fenomeni è formare i nostri giovani sull’illiceità di condotte che mirano a denigrare i loro coetanei, facendo presente i rischi di natura penale, civile e amministrativa legati all’accertamento di un atto di cyberbullismo.
Quella che a parere di molti può sembrare una semplice “bravata di gioventù”, infatti, se provoca una sofferenza nella vittima e viene compiuta sfruttandone intenzionalmente la debolezza, può costituire per la legge, nei casi più gravi, un reato e, sempre, un illecito civile, con conseguente risarcimento del danno a carico dell’autore del fatto o degli esercenti la responsabilità genitoriale.
D’altro canto, occorre tenere conto che il coinvolgimento in un procedimento giudiziario per ipotesi simili, anche in caso di proscioglimento dell’incolpato, comporta per l’autore della condotta la sottoposizione ad uno stress significativo che può avere conseguenze sia sotto il profilo umano, sia sotto il profilo economico.
Questa è la motivazione che mi ha spinto più volte a dare il mio contributo alle scuole, come nel caso degli incontri sul tema del cyberbullismo dedicati a studenti, genitori, docenti ed educatori organizzati dall’ Istituto Superiore Statale Maironi da Ponte di Presezzo.
*NOTA: i nomi riportati in questa rubrica sono di fantasia per ragioni di privacy
Testo a cura di Silvano Sacchi, avvocato


