L'intervista
|Agricoltura bersagliata da siccità e costi alle stelle, Brivio: “Perdite alte, le conseguenze le pagheremo per mesi”
Imprese sempre costrette a rincorrere e a cercare soluzioni d’emergenza che a volte non ci sono: la scarsità di foraggi, ad esempio, non ha consentito il classico approvvigionamento per la stagione invernale e reperirli sarà difficile
Bergamo. Costi dell’energia alle stelle, siccità persistente e prezzi delle materie prime a livelli mai visti: è un settore bersagliatissimo quello dell’agricoltura, da mesi messo alle corde da un’emergenza dopo l’altra.
Un quadro drammatico, dentro al quale ci sono aziende che resistono strenuamente, che cercano di trovare spiragli di speranza ai quali aggrapparsi per dare continuità a un’attività che è da sempre alla base del tessuto economico bergamasco.
Ben consapevole della situazione è Alberto Brivio, presidente di Coldiretti Bergamo, al quale periodicamente tocca l’ingrato compito di fare la conta dei danni: ora del maltempo, ora delle conseguenze dirette della guerra in Ucraina e di un mercato completamente impazzito.
Brivio, le ultime piogge passeggere e poco consistenti non possono aver dato una sterzata alla crisi idrica in atto: quali sono state le conseguenze di una quasi completa mancanza di acqua?
Per quanto riguarda l’aspetto climatico, per le colture in atto nulla è cambiato: quando finalmente è arrivata un po’ di pioggia le più importanti erano arrivate a una fase vegetativa tale per cui non avrebbero mai potuto influire positivamente. Avevamo ipotizzato un calo della produzione per i primi raccolti attorno al 30% e quella proiezione rimane. Per quanto riguarda i cereali raccolti a giugno e luglio le perdite sono quelle, dal 30 al 50%. Ancora più pesanti sono le proiezioni sulle colture di secondo raccolto, cereali e foraggi che generalmente venivano seminati a giugno o luglio: si è cercato di seminare qualcosa di alternativo, come sorgo e panico per i cereali, ma il problema è che non sono andate a buon fine. Qui la perdita media sia assesta almeno al 50%. Anche viti e uva non hanno fatto eccezione: siamo nell’ordine del -25/30%, che sicuramente vorranno dire altissima qualità del prodotto, ma sulle quantità la perdita è quella. Le ultime piogge non hanno dato ristoro nemmeno ai foraggi di montagna: se si otterrà qualcosa lo si avrà in questo ultimo scorcio d’estate, ma è davvero pochissima roba rispetto alla produttività potenziale.
A proposito, negli allevamenti c’è stato anche un serio problema nel garantire l’abbeveraggio degli animali.
Questo aspetto si è un po’ risolto nell’ultimo periodo, almeno per l’abbeveraggio al pascolo. Molti però avevano già deciso di lasciarlo anzitempo, perchè non potevano più dar da bere agli animali. Alcune situazioni si sono risolte anche grazie all’intervento dei vigili del fuoco, delle comunità montane e della prefettura che ha consentito di andare in soccorso di alcuni casi critici. Molta produzione di foraggio in montagna però non si è fatta e i pascoli hanno avuto una resa marginale rispetto alle potenzialità, generando un aggravio di costi per l’agricoltore che ha dovuto portarsi il foraggio e trovare il modo per alimentare adeguatamente il bestiame. Oltretutto non è stato possibile fare scorte per l’inverno e questo porterà altri problemi e costi nei prossimi mesi: il foraggio si dovrà comprare, ma è mancato dappertutto e quindi lo si trova con difficoltà o a prezzi elevatissimi. Aggiungiamoci gli aumenti di energia, dell’altro mais da granella o mangimi e il quadro diventa complicatissimo. L’adeguamento dei prezzi di alcune nostre produzioni come il latte certamente ha influito in modo positivo, almeno per mitigare un impatto che però resta pesantissimo. La situazione della redditività delle aziende agricole è fortemente compromessa.
Le nostre aziende hanno qualche arma di difesa, magari con lo sfruttamento di fonti alternative, per far fronte a queste impennate dei costi?
Molte aziende agricole, soprattutto in pianura, si sono attrezzate da tempo con impianti a biogas o pannelli fotovoltaici. Ma sull’acqua, ad esempio, c’è poco da inventarsi. Qualcuno per irrigare ha fatto ricorso ai pozzi, ma andando incontro ad un aumento dei costi energetici. Più di tanto non si riesce a prevenire. Anche perchè la prevenzione richiederebbe altri investimenti, con ritorni a lungo termine. Come Coldiretti stiamo sostenendo un piano invasi a livello nazionale, con la creazione di tanti piccoli bacini di raccolta dell’acqua che non siano impattanti a livello ambientale e dal basso costo di realizzazione. Non è però una cosa che si improvvisa dall’oggi al domani. C’è poi il tema delle cave dismesse e noi in provincia di Bergamo siamo stati precursori grazie alla preveggenza del Consorzio di Bonifica, che un paio di anni fa ha acquistato una cava dismessa con un laghetto che oggi utilizza per alimentare alcune rogge trevigliesi. Siamo stati i primi a livello nazionale, con un solo altro esempio a Brescia, ma è comunque un aspetto da tenere in considerazione data la grande presenza di questi bacini da valorizzare.
In questo scenario drammatico ci sono aziende che stanno rischiando o addirittura hanno già deciso di chiudere?
Il rischio c’è per la redditività che manca e per le complicazioni generate da questa situazione congiunturale. Finora hanno resistito, la speranza è che continuino a farlo. Certo è che serviranno dei sostegni ad ampio spettro per poter assicurare alle aziende l’opportunità di accedere a finanziamenti o fondi che possono arrivare in soccorso. La politica comunitaria va rivista per il contesto che stiamo vivendo, che è diverso da quello di due anni fa o dello scorso anno. Speriamo che si possa intervenire per agevolare l’azienda agricola nel momento in cui si possa trovare di fronte a opportunità dal punto di vista energetico e delle energie rinnovabili, delle produzioni e valorizzazione delle stesse, degli accordi di filiera con l’industria di trasformazione che si dimostri sensibile al prodotto italiano, con la definizione di prezzi che possano garantire la sostenibilità economica della produzione, senza lasciare le aziende in balia del mercato speculativo che guarda solo al proprio tornaconto immediato.
In una simile condizione di forte crisi, Coldiretti ha deciso di credere ancora fortemente nell’appuntamento della Fiera di Sant’Alessandro: quanto può essere importante mostrarsi così al grande pubblico, puntando sempre di più sulla consapevolezza di processo e di prodotto?
Il consumatore deve sapere cosa offrono il territorio e l’agricoltura bergamasca in particolare e in generale di quella italiana. In termini di valore etico ma anche di valore economico. Etico per una serie di questioni, come la tutela sociale di alcuni territori dove l’agricoltura è l’ultimo presidio rimasto, vedi i nostri comuni di alta montagna. Economico perchè l’impatto è diretto su tutta la filiera: se l’agricoltura da sola come occupati rappresenta il 2% della popolazione, la sua filiera in termini economici vale il 25% del Pil nazionale e dà lavoro a 4 milioni di persone circa. Serve una consapevolezza a 360 gradi della realtà agricola: solo in questo modo il consumatore può valorizzare il bene prezioso che abbiamo a disposizione e che va salvaguardato. Se lasciamo la nostra immagine ai soli numeri dl mercato, spesso non abbiamo una rappresentazione corretta di ciò che effettivamente la filiera agricola è.



