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Alessandro Haber al Food Film Fest: “Il cibo è fondamentale. Ciò che mangi è ciò che sei”

Alessandro Haber, attore che sarà protagonista sabato sera 27 agosto al Food Film Fest. Haber presenterà il suo corto: 27 marzo 2020. Undici minuti divertenti e commoventi che raccontano la solitudine del lockdown, nel giorno della benedizione Ubi et Orbi fatta da Papa Francesco in una piazza San Pietro completamente deserta

“Se decido di fare una cosa è perchè mi diverto a farla, che sia un film, uno spettacolo o un concerto”. Forse è anche questo il segreto della grande di carriera di Alessandro Haber attore, regista e cantante che respira arte da ormai cinquant’anni.

Divertimento, emozione e, ovviamente, godimento. Nessuno dei tre può mancare. Nel lavoro e nella vita, dove il cibo è fondamentale. “Da come mangi si vede come fai l’amore, come vivi”.

Haber – che nella sua lunga carriera ha collezionato un David di Donatello per “Miglior attore non protagonista”, cinque Nastri d’Argento per il miglior attore non protagonista e un IDI per il miglior attore per lo spettacolo teatrale “Dialogo” – sarà protagonista del Food Film Fest, dall’associazione culturale Art Maiora e dalla Camera di Commercio di Bergamo, nel cuore di città alta. Sabato 27 agosto, ore 21.30 – subito dopo le premiazioni dei cortometraggi vincitori – Haber presenterà in piazza Mascheroni il suo corto “27 marzo 2020”.

Alessandro Haber, cosa accadeva il 27 marzo 2020?

Tutti noi vivevamo un momento struggente, a cui mai avremmo pensato di assistere. Quella sera in tv ho visto il Papa, vestito di bianco e purezza, camminare sotto la pioggia in una piazza completamente vuota. All’inizio ho provato una grande malinconia. Poi ho capito che in quel vuoto c’era un pieno universale, come se tutto il mondo partecipasse con cuore e mente a quell’evento. Chi lo avrebbe mai immaginato? Nemmeno il più bravo degli sceneggiatori avrebbe potuto. Non sono credente, ma posso dire che quello è stato un miracolo.

Che cosa ha pensato in quel momento?

Mi sono commosso. Ho pensato ai medici, agli infermieri e a tutte le persone che in quel momento lavoravano per tutti noi. Ho pensato a Bergamo e alla situazione che stava vivendo questa città. Allora ho deciso di scrivere questo corto, che ho prodotto e girato a casa mia quando ancora la pandemia impazzava, con lo staff dotato di mascherine. È stato come un ciclone.

In un certo senso, il protagonista del corto è travolto da un ciclone emotivo inaspettato.

Nei dieci minuti di film cambia l’anima del protagonista, un uomo solo durante il lockdown che, come è capitato a molti, soffre la solitudine e la mancanza di contatto fisico, soprattutto con le donne. Nel tentativo di godere in solitudine, proprio mentre l’adrenalina sta salendo, chiude il pc. Prova un’altra emozione, inaspettata…

Alessandro Haber

Di recente ha scritto un altro corto, “L’inganno”, sulla quotidianità della pandemia. Come è nata l’idea?

Spesso per strada mi è capitato di incontrare persone, di salutarle senza riconoscerle perché indossavano la mascherina. In questo film ho voluto raccontare il fatto che per lungo tempo abbiamo fatto fatica a riconoscerci. È come se fossimo diventati anonimi: abbiamo perso le espressioni.

Il lockdown è stato per lei una grande fonte di ispirazione.

Non solo una fonte di ispirazione, ma anche di tempo. Nei mesi di chiusura sono riuscito a scrivere la mia biografia, che da tempo mi chiedevano. Ho capito che era arrivato il momento giusto e alla fine sono stato contento. Mi sono messo a nudo, cercato di dire la verità, anche su aspetti molti intimi della mia vita. C’è passione in quanto ho scritto, e chi vive con passione la ritroverà in questo libro, che per me è stato anche lo strumento per riabbracciare tutti coloro che mi hanno seguito in questi cinquant’anni di carriera e per capire chi sono veramente. Ma forse non lo saprò mai fino in fondo, mi piace nascondermi nei personaggi che interpreto.

Secondo lei perché il cortometraggio è una forma di arte che funziona?

Perché ci sono meno tempo e responsabilità. E io adoro questa cosa. In dieci minuti si possono raccontare grandi storie. Ho lavorato a diversi corti come attore e come regista. Uno a cui sono particolarmente legato è “Prova d’amore”. Ricordo di aver pianto tantissimo nel guardarlo finito. Ovviamente quando faccio qualcosa devo divertirmi, devo emozionarmi, che sia un film, uno spettacolo o un concerto.

Dopo cinquant’anni di carriere il ruolo che ha la recitazione nella sua vita ormai è chiaro. Qual è quello del cibo?

Il cibo è importantissimo per me. In tournée viaggiamo moltissimo e mangiamo sempre prodotti a chilometro zero. Durante le soste mi capita di chiedere informazioni ai benzinai sulla migliore trattoria della zona. A volte scelgo bene, altre no. Da come mangi si vede come fai l’amore, come vivi. Io mangio con le mani, quando è possibile chiaramente. In tournée obbligo i miei colleghi a prendere pietanze diverse da quelle che ordino: così possono assaggiare anche altri cibi dai piatti degli altri. Una volta mi è capitato di farlo dal piatto di estranei. Entro in un ristorante e due persone al tavolo mi riconoscono. Mi avvicino e vedo le pietanze sul tavolo. “Posso assaggiare?”, chiedo. “ma certo!”, mi rispondono.

La sua prima volta sul palco fu in occasione di una recita scolastica. Ricorda la prima volta dopo il lockdown?

Nel mio primissimo debutto da bambini mi feci la pipì addosso. Un debutto non dei migliori, ma di fatto non ho mai abbandonato il palco. La mia prima volta dopo il lockdown è stata da Milano, un concerto in cui ho reinterpretando alcuni pezzi meravigliosi che mi hanno accompagnato durante la vita. Ricordo che ero inebriato. La verità è che noi artisti non siamo niente senza il pubblico.