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Ai saluti

Atalanta, rimpianto Miranchuk: penalizzato dalla mancanza di continuità

Soltanto un quarto delle presenze da titolare e un rendimento altalenante hanno penalizzato il russo: aveva le carte per essere un affidabile vice-Ilicic. O forse qualcosa in più

Bergamo. Il gol contro la Sampdoria dello scorso 28 febbraio, l’ultimo con la maglia dell’Atalanta, è un perfetto ritratto delle potenzialità tecniche di Aleksey Miranchuk. Riceve la palla sulla trequarti, controlla, si gira, si sbarazza di quattro uomini e dal limite dell’area trova il sinistro a incrociare con precisione e potenza. Un gol di talento e classe, di quelli che il Gewiss Stadium ha visto fare in più circostanze a Josip Ilicic.

La differenza, piuttosto netta, è che se lo sloveno è stato per mesi, se non anni, il trascinatore tecnico ed emotivo della Dea, Miranchuk non si è neanche lontanamente avvicinato a quello status. Il collegamento tra i due però viene automatico. A maggior ragione considerando il tempismo dell’acquisto del russo: settembre 2020, in uno dei momenti più bui della carriera del numero 72. Non è nemmeno così ardito parlare di eredità visto il prezzo di 15 milioni di euro. Un’enormità per gli standard dell’immediato post-Covid.

Nel biennio nerazzurro del classe 1995 di lampi se ne sono visti. Innegabile. La compilation dei suoi gol è un clinic di come calciare verso la porta con precisione e delicatezza. L’esordio assoluto in casa contro l’Inter, con annesso il decisivo 1-1, lasciava presagire altri scenari. Finché le cose sono andate nella direzione giusta per la squadra, anche Miranchuk è riuscito a stare in ritmo: oltre 30 presenze in tutte le competizioni e 7 reti, una media realizzativa di poco inferiore a una rete ogni 120 minuti in campo. Non banale nel traffico dell’attacco Gasperiniano.

La seconda stagione invece ha visto il russo decisamente meno protagonista, tanto che già a gennaio il suo futuro a Bergamo era stato messo fortemente in discussione. Per quanto paradossale, le sue presenze da titolare in Serie A sono aumentate da 4 a 7. Un incremento, sì, ma con una percentuale comunque molto bassa di utilizzo dal primo minuto. Momenti di fiducia dell’allenatore alternati a tante panchine. Dovute soprattutto a quella che Gasperini considera una monodimensionalità.

“È un dato di fatto che Aleksey predilige giocare in una determinata zona di campo – aveva detto prima della sfida contro la Roma – Dico sempre che un giocatore va gratificato e messo dove esprime al meglio, poi per necessità si fanno degli adattamenti. De Roon in emergenza può fare anche il portiere, ma non solo lui. Non è colpa di nessuno, il giocatore è molto forte e non c’è nessun dubbio su questo, ha talento e tecnica, ha avuto difficoltà di inserimento. È un ragazzo buonissimo, educato, rispettoso”.

Il traffico ha fatto il resto, unito ad un difficile stato emotivo dovuto alle faccende extra-campo del suo paese. Goal totali: 2. Impatto sulla squadra sempre più basso, specialmente dopo essere stato praticamente messo da parte.

Mancanza di continuità, unita ad un approccio non sempre eccezionale nei subentri. Ben 42 su 56 gettoni complessivi, i tre quarti esatti. La scelta di trasferirsi al Torino di Ivan Juric, da colui che di Gasperini è il figlioccio a livello di idee calcistiche, testimonia indirettamente che non è stato un misunderstanding tattico. In granata Miranchuk spera di trovare lo stesso sistema, ma una maggior continuità. Quella che a Bergamo gli è mancata: il suo addio lascia un grande “se”, a cui probabilmente non si potrà dare risposta a breve termine.

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