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Al circolo alben

Serina accoglie 7 rifugiati afghani: “Facciamoli sentire a casa”

Due famiglie, la prima è arrivata mercoledì dal Pakistan: mamma, papà e bimbo al seguito. Giovedì è stata la volta della seconda, atterrata a Fiumicino: papà e mamma di 31 e 28 anni e due bambine di 3 e 6 anni

Serina. “Quando una bambina ti tende la mano e ti chiede di sederti vicino a lei è bellissimo. Significa che riesci a trasmettergli fiducia in un momento in cui sono stravolti. Non è scontato fidarsi in momenti come questi”.

Il momento è l’arrivo a Serina dall’Iran, tappa intermedia di un viaggio che è iniziato mesi fa in Afghanistan, terra d’origine da cui scappare perché tormentata dalla dittatura talebana. È la storia di una delle due famiglie afghane accolte dal circolo Alben di Arci a Serina, grazie al progetto dei corridoi umanitari Circoli Rifugio (Nessuno in strada).

Sette persone in totale, tutti giovanissimi. La prima delle due famiglie è arrivata a Serina mercoledì dal Pakistan – mamma, papà e bambino al seguito – su un totale di 250 persone accolte su tutto il territorio nazionale. Giovedì è stata la volta della seconda famiglia, atterrata a Fiumicino con un volo in partenza dall’Iran: papà e mamma di 31 e 28 anni e due bambine di 3 e 6 anni.

A raccontare i loro primi momenti in Italia è Silvia Salvi, psicoterapeuta e coordinatrice del progetto per il comitato di Bergamo che da Fiumicino ha viaggiato con loro, prima in treno e poi in auto, per accompagnarli in quella che per il prossimo anno sarà casa loro in Val Brembana. “Hanno saputo di partire solo la sera prima, erano un po’ disorientati. Sono molto stanchi e ancora increduli di essere qui”.

Non parlano italiano, qualcosa in inglese, ma la lingua universale della riconoscenza. “Man mano nel corso della giornata si sono aperti e ora ci sono i sorrisi. Le bambine sono una gioia infinita, sono molto vivaci e continuano a giocare. Li vedo contenti”.

Cercano il contatto con il resto della famiglia lontana con qualche telefonata. Ma la mano tesa di chi li ha accolti, in questo caso di Silvia, sembra già casa. “La prima cosa bella è stata il loro sorriso e la cura che hanno avuto del mio zaino che gli ho affidato per pochi minuti, giusto il tempo di accompagnare mamma e figlia in bagno. L’hanno messo tra le loro valigie e l’hanno protetto come fosse il loro”.

A proteggere i sette rifugiati afghani ora sarà invece Arci, che ha messo a disposizione per loro un appartamento a testa all’interno del circolo. “Il progetto ha la durata di un anno – racconta Roberto Mazzetti, presidente di Arci Bergamo -. L’idea è in una prima fase sicuramente quella di garantire loro la sopravvivenza, la possibilità di avere un posto in cui stare. Gli forniremo vitto e alloggio e un piccolo pocket money di circa otto euro a famiglia al giorno. Poi cercheremo di mettere in piedi delle iniziative con il Circolo e con le associazioni del territorio per inserirli nel nostro contesto sociale. Cercheremo di creare convenzioni per costruire una rete di solidarietà. Noi diamo loro la spinta”.

Un sostegno e un accompagnamento iniziale, perché il progetto mira a rendere i rifugiati indipendenti, capaci di saper contare sulle loro forze come racconta Silvia. “Dovranno lavorare sulla lingua italiana e sulla loro autonomia, anche nella ricerca di un lavoro con l’obiettivo, tra un anno, di mandare avanti da soli l’affitto della casa e di avere una nuova vita qui, sia professionale che ricreativa. L’inserimento in una comunità più piccola come quella di Serina li aiuterà a integrarsi più facilmente”.

Per Arci non è il primo progetto di accoglienza. Nel 2021 il circolo aveva ospitato per sei mesi cinque richiedenti asilo del Gambia. “Alla fine i ragazzi – spiega Mazzetti – avevano trovato lavoro e ottenuto il permesso di soggiorno. Ora giocano a calcio nelle nostre squadre di quartiere. È stato un percorso a piccoli numeri ma sono eventi significativi in un periodo come questo nel quale la gente in generale è arrabbiata. Come Arci cerchiamo di invertire la rotta”.

L’esperienza dello scorso anno ha creato il terreno per il nuovo progetto, in cui Bergamo ha ancora un ruolo centrale. “Nel momento in cui c’è stata l’emergenza afghana siamo stati un interlocutore primario. Bergamo è un soggetto forte da questo punto di vista, sia per l’esperienza avuta sia per la disponibilità dei nostri circoli dato che abbiamo delle piccole case. Siamo gli unici in Lombardia che aderiscono a questa iniziativa”.

Ora inizia una nuova avventura: con la speranza che sia per il meglio, si augura Silvia. “Chiedo alla comunità di ascoltare la loro storia. Hanno solo bisogno di sentirsi benvenuti, di sentire che possono farcela, che possono farsi una nuova vita e integrarsi. Siamo tutti esseri umani che possono mescolarsi l’uno con l’altro”.

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