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Cambiamenti climatici

Incubo bostrico: “Prolifera col caldo, a Branzi 350 ettari di bosco devastati” fotogallery video

A causa dell'innalzamento delle temperature il ciclo riproduttivo dell'insetto è raddoppiato. In Valbrembana "situazione disastrosa": in campo un progetto da 18 milioni per ripristinare le foreste

Branzi. “Vede quelle macchie marroni in mezzo alla foresta? Ecco, sono tutti alberi morti”. Con estrema efficacia, un volontario di Legambiente illustra una situazione purtroppo comune a molti boschi della Valle Brembana, in particolare a Branzi e Isola di Fondra.

“A farli ammalare – spiega – è l’Ips thypographus, il bostrico tipografo”. Un piccolo insetto originario dell’Asia settentrionale, presente nelle nostre foreste sin dagli anni Novanta. “La situazione adesso sta esplodendo, anche a causa dei cambiamenti climatici e l’innalzamento delle temperature – aggiunge la presidente di Legambiente Bergamo, Elena Ferrario -. Con il caldo, il ciclo riproduttivo di questo parassita è praticamente raddoppiato. Inoltre, molti boschi sono stati trasformati a fini produttivi in monocolture di abete rosso, che è proprio la pianta attaccata dal bostrico”. Praticamente, una condattata a morte.

Secondo l’associazione ambientalista, problematiche come questa raramente arrivano all’attenzione dell’opinione pubblica. “La situazione è disastrosa – ammette senza giri di parole il presidente della Comunità Montana, Jonathan Lobati -. Lo è soprattutto tra Branzi e Isola di Fondra, ma ci sono focolai sparsi anche in altri Comuni. Un paio di mesi fa c’è stato un incontro con i vertici di Regione Lombardia, proprio su spinta del Comune di Branzi. Il progetto in cantiere è davvero importante, parliamo di 18 milioni di euro per ripristinare il territorio forestale”.

Ad essere coinvolto, uno dei massimi esperti in tema: Giorgio Vacchiano, ricercatore e docente in gestione e pianificazione forestale all’Università Statale di Milano (la rivista ‘Nature’, nel 2018, lo ha indicato come uno degli 11 scienziati emergenti nel mondo). “In Lombardia – sostiene – non esiste una situazione critica come quella della Val Brembana, dove prevediamo peraltro una recrudescenza del fenomeno. Lì, più che in altri luoghi colpiti dalla tempesta Vaia, i danni causati dal vento stanno più che raddoppiando a causa del moltiplicarsi di questo insetto. Solo a Branzi, sono circa 350 gli ettari di bosco colpiti”.

Il bostrico si nutre del tenero legno sotto la corteccia. “Quello da cui passa la linfa zuccherina che scende dalle foglie e distribuisce in tutto l’albero il prodotto della fotosintesi”. La vittima designata è proprio l’abete rosso: “Dove il bosco di abeti è fuori dal clima ottimale o colpito dalla siccità – illustra Vacchiano – gli alberi non hanno abbastanza forza per dispiegare le loro difese, ovvero quelle sostanze chimiche che normalmente funzionano da repellente naturale. L’abbondanza di alberi stressati o caduti di recente si traduce in un’esplosione di bostrico, pullulazioni che durano normalmente tre anni. Ci sono così tanti insetti che anche gli alberi più forti cadono sotto le loro mandibole. E il fronte si allarga a macchia d’olio”.

 

In Valle Brembana si può parlare a tutti gli effetti di epidemia. Restando in tema, c’è chi ha proposto il seguente parallello, ovvero che il bostrico sta all’abete rosso come il coronavirus sta all’uomo: attacca le piante in difficoltà, le popolazioni con meno capacità di reazione, ma poi colpisce anche gli individui sani. Secondo Vacchiano, però, non bisogna avere troppa fretta di eliminare gli alberi colpiti e uccisi. “Quando gli abeti diventano rossi è comunque troppo tardi: l’insetto se ne è già andato. Al contrario, potrebbero trovarsi lì altri insetti, inclusi i predatori del bostrico che sarebbe utile non disturbare. Su versanti molto ripidi, poi, togliere gli alberi significa aumentare il pericolo di frane e valanghe. Anche un abete secco, fin tanto che resta in piedi, può continuare a proteggere il pendio da questi fenomeni”.

Ma prima di riparare al danno, l’azione più efficace è la prevenzione: “Gestire il bosco per mantenere alto il vigore degli alberi e il grado di mescolanza con altre specie – quali larice, abete bianco e faggio, elenca il ricercatore – è la strategia migliore per mantenere resiliente la foresta e tutti i suoi indispensabili benefici”. È ciò che si vuol fare anche per i boschi dell’alta valle.

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