Qual è l’utilità dell’”allenamento mentale” negli sport di endurance? Ne parliamo con il mental coach Gabriele Sola
La definitiva consacrazione del Mental Coaching come metodologia che nello sport può fare la differenza tra vittoria e sconfitta, si è avuta poco meno di un anno fa alle Olimpiadi di Tokyo. Ne parliamo con il mental coach bergamasco Gabriele Sola.
“È vero – osserva Sola -. Accadde quando Marcell Jacobs, assoluta rivelazione dell’annata sportiva, nelle prime dichiarazioni post-medaglia d’oro ringraziò pubblicamente la sua mental coach attribuendole un ruolo determinante nel trionfo olimpico. Quella testimonianza certificò al grande pubblico il valore dell’allenamento mentale nelle discipline che richiedono uno sforzo esplosivo e limitato nel tempo. D’altro canto, è evidente che raggiungere lo stato psicofisico ideale a ridosso di una competizione di durata inferiore ai 10 secondi ne garantisce il mantenimento per il tempo necessario a compiere una performance ottimale”.
Questo significa che il Mental Coaching è meno efficace negli sport di resistenza?
“Significa piuttosto – osserva Gabriele Sola – che negli sport di endurance il Mental Coaching opera in maniera differente. È ovvio che la condizione, poniamo, di un maratoneta abbia poco a che vedere con quella di un velocista. Per chi compie sforzi prolungati (che peraltro in alcune fasi della gara richiedono anch’essi una buona dose di esplosività) la sfida più significativa si gioca intorno alla capacità di gestire con lucidità le energie psicofisiche.
Pensiamo per esempio al ciclismo: il corridore velocista, proprio come il centometrista, deve arrivare al momento-clou in pienissima efficienza. Con una complicazione non dà poco: la necessità di conservare (magari dopo oltre 200 chilometri intensi e combattuti) tutta la freschezza mentale necessaria ad affrontare le insidie e le complessità tattiche racchiuse nello sprint. In quest’ottica, allenarsi a creare uno ‘spazio’ tra sforzo fisico e centratura mentale è determinante. Così come l’impiego dell’’interruttore biochimico’ che può essere attivato attraverso la tecnica dell’ancoraggio, azionando il turbo nell’istante esatto in cui è richiesta la massima performance”.
Ci può essere, poi, il problema della solitudine in gara.
“Certamente. Restando al ciclismo, possiamo riferirci alle prove a cronometro. In questo caso il dialogo interiore è preponderante e – sottolinea il mental coach bergamasco – come ci si parla, ci si sente. Serve una gestione consapevole del cosiddetto self-talk, tenendo a bada l’’avversario interno’”.
A volte la prestazione sportiva può trasformarsi in autentica sofferenza…
“Accade nelle fasi più aspre, quando la fatica arriva a toccare, e talora superare, la soglia del dolore. In quelle situazioni è fondamentale usare con se stessi le parole giuste e le immagini mentali più potenzianti. Oltre alla capacità di selezionare le sensazioni fisiche su cui concentrarsi, lasciando in secondo piano quelle che trasformerebbero la scalata in una via crucis.
Si tratta – conclude Sola – di competenze che vanno apprese, sperimentate ed allenate. È proprio questa la funzione del Mental Coaching. Anche, e soprattutto, negli sport di resistenza”.


