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L'analisi

Carcere, sempre carcere, disgraziatamente carcere

Ricerca di una soluzione positiva alla ingiusta detenzione di coloro che sono carcerati con pene inferiore ai due anni, privi di risorse sociali, familiari, personali.

Carcere, sempre carcere, disgraziatamente carcere!

È ciò che si vede scorrendo i vari articoli che appaiono generalmente sugli stessi giornali, sul tema relativo al carcere e al suo viverci all’interno. Pare proprio che i problemi che la società esterna non sa affrontare e risolvere, vengano negati o rimossi, rimandandoli al forte alleato di sempre, contenitore di eccellenza: il carcere.
Occorre dire che Il carcere esplode anche per una sua particolare utenza, quella dei detenuti con poca pena da espiare, corrispondente a persone che hanno grosse difficoltà a trovare un luogo dove eseguire le misure alternative, in quanto non desiderate dai familiari, o privi degli stessi o invisi da connazionali in caso di stranieri.

Sul fronte di questa utenza è difficilmente immaginare quanto sia doloroso, avere un fine pena breve e rimanere in carcere solo perché privo di risorse personali necessarie per avere quei benefici, concessi ad altri, magari con meno merito ma con il merito di essere più fortunati economicamente in quanto provvisti di mezzi.
La povertà è una colpa che paga, non un mezzo per ottenere aiuto, nonostante il fatto che le cifre ormai note dell’abbattimento della recidiva del reato per chi sconta la pena in misura alternativa (il 16-20% contro il 66-70% circa di chi sconta la pena interamente in carcere) dovrebbero motivare la realizzazione di opportunità di accoglienza atte a favorire la concessione di misure alternative.

Di fatto non si è mai giunti ad una onorevole giuridica soluzione in particolari dei condannati con pene inferiori ai 2 anni, quando la soluzione è a portata di mano, vista come parte del sistema e non come una cosa che accadde improvvisamente; se venisse attuato appieno il mandato dell’ordinamento penitenziario le piccole pene dal carcere non dovrebbero esserci, ed il rappresentare la detenzione degli ultimi 2 anni come normale fatalità legata a un processo naturale delle cose che vanno a finire, provoca l’immobilità del non fare perché è considerata naturale, anche se, invece, frutto del non fare, del non vedere e del non si può fare.

Chiediamo ai detenuti e alla Polizia Penitenziaria se il problema del sovraffollamento, del disagio e della violenza in carcere è un fatto ciclico o è una costante, o quanto i suicidi tra detenuti con una maggioranza costituita da detenuti poveri, sono generalmente provocati dall’abbandono, in quanto dimenticati da tutti, giuridico compreso!

Se potessimo dare un volto al detenuto escluso dai benefici della legge Penitenziaria e che rimane in carcere fino alla fine della condanna, quali i reclusi sotto i 2 anni di pena, si possono raggruppare in tre categorie: i detenuti stranieri, gli homeless (senza tetto), i malati mentali; in poche parole gli abandoned man di cui la società conosce la loro esistenza ma non attua alcun corridoi di aiuto valido per far cessare la condizione che portano inesorabilmente alla detenzione, occupando posti letto in carcere allo stesso modo di chi è accusato o condannato per grossi reati.

Questo vuol dire che non avendo attuato prima, vie di accoglienza esterne al carcere valide, definite e costanti, queste mancano anche dopo, per la scarcerazione. Quello che occorrerebbe invece e subito, è un impegno continuo e costante tra diverse strutture che operino in rete, dove Ente locale e privato sociale possono offrire forme di accoglienza temporanee al fine di favorire il reinserimento del detenuto povero.

Se oggi si pone la questione della detenzione, inferiore ai 2 anni, come drammatica e inverosimile inaccettabile, preciso che faccio leva su due possibilità:
quella naturale, voluta dalla legge con la concessione delle misure alternative, garantendo posti letto all’esterno, con apertura di luoghi di accoglienza idonei al reinserimento di queste persone, senza divenire strumenti vicariali del carcere;
sulla liberazione anticipata e non su altre misure come la liberazione condizionale, perché la liberazione anticipata rende partecipe il soggetto, come vuole la legge 354/75, attuando il buon comportamento, svolgendo le mansioni date, mantenendo un buon rapporto coi compagni di cella e col personale di polizia penitenziaria.

Gestire in carcere detenuti per piccole pene, non è come può sembrare ai non addetti, un compito facile, anche perché, per i motivi prima descritti, spesso si lega a sindrome depressive dovute all’abbandono, come quelle che si riscontrano successive all’arresto, che possono portare dal lesionismo al suicidio, a violenze verso gli agenti di custodia, impropriamente ritenuti responsabili della sua ingiusta detenzione.

Occorrono soluzioni, come già affermato, continue e ripetitive nella loro esperienza positiva, senza dare avvio a strutture a sé che facciano ricordare i vecchi mausolei di potere assistenziali del tempo passato; soluzione con una diversa applicazione della liberazione anticipata, proposta ed in parte attuata nel 2016 anche su una mia proposta, che ripropongo ora.
Solo in questo modo si libera il carcere da soggetti con scarso gradiente di pericolosità, offrendo dei servizi, che se ben organizzati, contribuiscono ad evitare la recidiva ed il conseguente ritorno in carcere.

*Antonio Nastasio è un ex dirigente superiore dell’Amministrazione penitenziaria, in quiescenza.

Brochure – Una Rete per la Demenza – 31 Maggio 2022 – DEF (1)

DL ART 54 – legge 354-75

PROGETTO INTEGRATIVO SANITA definitivo[2287] – Copia

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