Dalla villese in poi

Beppe Signori, un docufilm “Fuorigioco” per raccontare 10 anni di incubo

L'ex attaccante della Lazio e della Nazionale ricostruisce con i suoi familiari e ex compagni carriera (da Maurizio Radici a Rambaudi e Zoff) e vicenda giudiziaria conclusa con l'assoluzione

Fuorigioco“, un libro che è diventato un docufilm trasmesso da Sky domenica 19 giugno, è la storia di un incubo giudiziario durato dieci anni: una vita, quella di Beppe Signori, sospesa a 43 anni, dall’arresto la sera del 1° giugno 2011 ai domiciliari fino alla revoca dopo due settimane.

L’inizio di una vicenda che si conclude solo il 30 marzo 2021, quando il Tribunale di Modena assolve Signori dall’accusa di frode sportiva e associazione a delinquere “perché il fatto non sussiste”.

E Beppe: “Non mi sono mai sentito colpevole e mai avrei accettato la prescrizione”. Mentre la madre Maria Grazia, quando il presidente della Federcalcio Gravina gli concede la grazia, si domanda: “Mi chiedo che senso ha concedere la grazia se non è mai stato condannato”.

Il docufilm ripercorre la carriera sportiva e quella (suo malgrado) giudiziaria di Beppe, alternando i filmati dei gol, ben 188 in Serie A (tra cui i tre gol su punizione in una partita, Lazio-Atalanta del 1994), tre volte capocannoniere sempre con la maglia della Lazio e soprattutto la ricostruzione delle vicende nei tribunali da parte del suo difensore, l’avvocato Patrizia Brandi.

Ci sono perciò i volti e le dichiarazioni dei suoi primi allenatori, dai primi calci all’Oratorio Villese di Villa di Serio, il paese dove Beppe è cresciuto, con l’allenatore Sergio Persico e il vice Tiziano Morosini. Quindi l’allenatore dei ragazzi dell’Inter Giovanni Balconi che ricorda il provino di Beppe in nerazzurro: “Ma Corso gli diede il due di picche e lo scartò”.

Si parte quindi da Leffe e il presidente Maurizio Radici ricorda che assunse in fabbrica Beppe che intanto a suon di gol contribuiva alla promozione in C2 della sua squadra, come spiega anche Massimo Mottalini.

Poi le varie tappe, da Trento a Piacenza e a Foggia, dove Signori trova Zeman: “Il mio maestro, mi ha insegnato i movimenti dell’attaccante”. Con i suoi amici del tridente d’attacco Rambaudi (“Beppe per me è come un fratello”) e Baiano (“Eravamo felici, ognuno giocava per l’altro”).

Negli anni della Lazio Signori ringrazia in particolare il suo allenatore Dino Zoff, che commenta: “Come faceva a non piacermi Beppe? Lo tenevo nella bambagia, giocatore di una rapidità straordinaria”.

Molto meno buono il rapporto con Eriksson, che spinge Signori a lasciare la Lazio, come quello col ct Sacchi.

Papà Giobattista si commuove ricordando i Mondiali Usa 94, Beppe ci pensa con amarezza: “Mi ero illuso di poter giocare la finale”, ma già aveva rifiutato di giocare la semifinale da centrocampista e Sacchi lo escluse dalla formazione, nella finale persa col Brasile. “Oggi, se potessi, giocherei al posto di Pagliuca, il portiere (suo grande amico, ndr)”. Gli ultimi anni felici, da calciatore, a Bologna con Mazzone allenatore (“un papà”).

Mentre sulle vicende giudiziarie, nel docufilm, scende in campo tutta la famiglia, dalla sorella Stefania alle figlie Denise e Greta e in particolare la moglie Tina Milano, che ricorda la perquisizione in casa il 1° giugno 2011 con il ritrovamento da parte degli inquirenti di quel ‘papello’, il foglio delle partite (tra cui anche Atalanta-Piacenza) che gli fece scrivere Erodiani all’incontro del 15 marzo con i suoi commercialisti e Bellavista“.

Ammette Beppe: “Non rifarei l’incontro del 15 marzo, lì inizia il mio coinvolgimento, ma su quelle partite non ho mai scommesso”.

Signori, spiega il direttore del CorSport Ivan Zazzaroni, “ha pagato le sue ingenuità”, lui che si divertiva a scommettere su tutto e tante stranezze, come mangiare un Buondì Motta in 30 passi.

La moglie sintetizza gli anni di incubo: “È stato un massacro mediatico”.

Beppegol, dopo tante lacrime dalla conferenza stampa del 20 giugno 2011 alla gioia per l’assoluzione, riconosce: “Mi sento in colpa con i miei figli, li ho messi in difficoltà con i media che mi dipingevano come il capo di un’associazione a delinquere. Oggi? Ho il patentino per allenare e mi piacerebbe farlo con i ragazzi, vorrei scommettere su me stesso”.

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