Perché sì
|Referendum, centrodestra in coro: “Dobbiamo assicurare ai cittadini una giustizia vera”
Gallone, Belotti, Invernizzi, Pergreffi: “Basta con magistrati che tranquillamente zompettano tra ruoli, passando dalla pubblica accusa alla posizione di giudici e viceversa”
Bergamo. Cinque quesiti volti a cambiare il mondo della giustizia. Questo il tema del referendum che chiamerà alle urne i cittadini italiani, domenica 12 giugno. L’appuntamento, fortemente voluto e promosso dal centrodestra, vede la politica spaccarsi in due: da una parte, appunto, Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia votare compatti per il sì, il centrosinistra schierarsi nettamente a favore del no, fatto salvo per qualche mosca bianca e una fetta di politici scegliere l‘astensione . Votare sì significa cambiare la legge attuale, votare no mantenere l’assetto corrente. Per essere valido, ogni quesito dovrà raggiungere il quorum: è necessario che si rechino alle urne quindi metà degli elettori, più uno.
Alessandra Gallone, senatrice Forza Italia
I miei sono 5 sì convinti e credo che, mai come domenica, si tratti di un’occasione unica e storica per andare a votare, cercando di cambiare una giustizia che va riformata. I cittadini sono chiamati ad esprimere le loro opinioni sulla materia e, in particolare, su cinque grandi temi che ci riguardano tutti.
La mia posizione è molto chiara e, in particolare, mi vede favorevole all’abolizione della legge Severino perché, in questo modo, l’interdizione dai pubblici uffici, in linea con la presunzione costituzionale di non colpevolezza fino a sentenza definitiva, non sarà più automatica ma decisa dal giudice, caso per caso. Sono favorevole alla limitazione delle misure cautelari perché rappresentano un rimedio estremo e vanno considerate solo per coloro che hanno commesso reati davvero gravi. Dico sì al quesito che riguarda la valutazione dei magistrati perché se ne possa valutare l’operato e il lavoro, coinvolgendo soggetti esterni alla magistratura, dotati, nella loro analisi, di maggiore terzietà. Dico sì anche alla separazione delle carriere perché i magistrati devono scegliere quale ruolo avere, tra pubblico ministero e giudice. Solo in questo modo, al cittadino, sarà garantito che si evitino commistioni tra chi lo giudica e chi lo accusa. parere favorevole anche sull’ultimo quesito. ovvero sull’elezione del consiglio superiore della magistratura, perché così viene abrogato l’obbligo di recuperare le firme e ogni magistrato può proporre la sua candidatura senza influenzare le logiche elettive.
Daniele Belotti, deputato Lega
Mi permetto di correggere la domanda e di girarla a tutti i lettori: secondo voi la giustizia in Italia va bene o serve una riforma? Una volta risposto a questo allora si può valutare se è importante o meno votare il referendum. Sono convinto che la maggior parte dei bergamaschi e degli italiani condivide la necessità di cambiare la situazione dei tribunali penali e civili.
Per rispondere penso prima all’intoccabilità dei magistrati, l’unica categoria che se sbaglia, anche in modo grave, non paga mai per gli errori fatti. Ma purtroppo questo era il sesto quesito, quello sulla responsabilità civile dei magistrati, ma è stato cassato dalla Corte Costituzionale. E allora è ancora più importante un segnale da parte dei cittadini verso una riforma totale della giustizia italiana con il voto agli altri 5 referendum. Basta, quindi, con un sistema che anziché valorizzare la meritocrazia si basa sulle spartizioni correntizie all’interno della magistratura, come capita oggi per l’elezione del Csm. Basta con le gogne giudiziarie (e mediatiche) per cui un amministratore pubblico condannato in primo grado è costretto a dimettersi dal suo ruolo per cui era stato votato dagli elettori, salvo poi in caso di assoluzione in appello trovarsi con la soddisfazione per l’assoluzione ma con l’amarezza per essersi trovata ormai la vita rovinata. Basta con l’abuso della carcerazione preventiva che porta ogni anno un migliaio di innocenti in carcere, senza che nessun magistrato poi paghi per i suoi errori.
Basta con magistrati che tranquillamente zompettano tra ruoli, passando dalla pubblica accusa alla posizione di giudici e viceversa.
E poi, basta con l’autovalutazione dei magistrati, il simbolo vero del protezionismo della casta. Potete mai pensare che un magistrato possa valutare in modo oggettivo e distaccato un collega? Oggi a te domani a me, da qui l’autoconservazione che, invece, con l’allargamento ad avvocati e docenti di diritto nella commissione di valutazione, sarebbe più obiettiva.
Simona Pergreffi, deputata Lega
La Lega è tra i promotori del referendum sulla giustizia che si terrà il 12 giugno. Un appuntamento fondamentale per assicurare a tutti una giustizia giusta.
Il tema su cui tutti gli italiani sono chiamati a esprimersi è fondamentale per la vita civile di una democrazia. Purtroppo la riforma della giustizia stava passando sotto silenzio. Un vero e proprio boicottaggio dei referendum che riguardano temi importantissimi sui quali ogni cittadino ha il sacrosanto diritto di arrivare informato. Anche perché i quesiti riguardano temi che da decenni sono da riformare e la Lega ha deciso di farsene carico. Questi referendum sono la base per costruire il futuro del sistema giustizia.
I cinque quesiti referendari. Il presupposto che ha imposto l’obbligo d’intervento parte dai numeri: mille innocenti finiscono in carcere ogni anno, tre al giorno, con una somma che lo Stato spende in risarcimenti pari a 81mila al giorno. Si tratta di referendum che mirano a sottolineare uno dei principi della nostra Costituzione e del nostro Stato di diritto, che è quello della presunzione di non colpevolezza fino alla sentenza definitiva. Da qui gli interventi per abrogare norme che riguardano la carcerazione preventiva, la decadibilità e incandidabilità che è rimessa al giudice ma anche interventi che riguardano direttamente i magistrati come la separazione delle carriere (organizzazione del processo penale è un’anomalia che ci distingue da altri Paesi europei in cui le carriere di chi accusa e giudica sono nettamente separate), concedere all’avvocatura e all’accademia il diritto anche di voto sui pareri sugli scatti di carriera dei magistrati e infine eliminare la raccolta firma per i magistrati che vogliono candidarsi al CSM per ridurre il peso delle correnti nella magistratura.
E’ quindi necessario che il nostro Paese si metta alla pari con tante altre nazioni europee. Quando noi parliamo di giustizia non dobbiamo pensare solo ai procedimenti, alle sentenze, ma dobbiamo cominciare a vedere il sistema giustizia come uno dei pilastri fondamentali per la crescita e l’attrattività dell’Italia.
Cristian Invernizzi, deputato Lega
Primo quesito
In Italia, chi è condannato in via definitiva per alcuni gravi reati penali non può candidarsi alle elezioni, né assumere cariche pubbliche e, se è già stato eletto, decade. Coloro che sono eletti in un ente locale, come i sindaci, sono invece automaticamente sospesi dopo una sentenza di condanna di primo grado (quindi non in via definitiva, dato che nel nostro ordinamento sono garantiti tre gradi di giudizio).
Chi è per il sì sostiene che l’attuale legge penalizza gli amministratori locali che vengono sospesi senza condanna definitiva, esponendoli alla pubblica condanna anche nel caso in cui si rivelino poi innocenti.
Chi è per il no sottolinea che se l’attuale legge verrà abolita, i politici condannati per mafia, corruzione, concussione o peculato potranno tornare a candidarsi e a ricoprire cariche pubbliche.
Secondo quesito
Le misure cautelari sono provvedimenti – decisi da un giudice – che limitano la libertà di una persona sotto indagine (quindi non ancora condannata). Alcuni esempi sono la custodia cautelare in carcere e gli arresti domiciliari. Oggi, le misure cautelari possono essere applicate solo in tre casi: se c’è pericolo 1) di fuga, 2) di alterazione di prove e 3) di ripetizione del reato (cioè se c’è il rischio che il reato continui ad essere commesso mentre la persone è sotto indagine).
Chi è per il sì sostiene che oggi ci sia un abuso delle custodie cautelari e che spesso si mettano in carcere persone non condannate, violando così il principio della presunzione di innocenza. La ripetizione del reato è infatti la motivazione più frequente per disporre una custodia cautelare (circa nel 70 per cento dei casi). Negli ultimi trent’anni, circa 30 mila persone sono state incarcerate e poi giudicate innocenti e ancora oggi un terzo dei detenuti è in carcere perché sottoposto a custodia cautelare.
Chi è per il no sostiene che, se cambia la legge, sarà molto difficile applicare misure cautelari a persone indagate per gravi reati, come corruzione, stalking, estorsioni, rapine e furti. Inoltre, non ci sarebbe alcuna garanzia di non mettere in carcere persone innocenti, poiché le altre motivazioni rimangono applicabili.
Terzo quesito
Nel corso della loro vita, i magistrati italiani possono passare più volte dal ruolo di pubblici ministeri (cioè coloro che si occupano delle indagini insieme alle forze dell’ordine e svolgono la parte dell’accusa) al ruolo di giudici (cioè coloro che emettono le sentenze sulla base delle prove raccolte e del contradditorio tra l’accusa e la difesa).
Chi è per il sì sostiene che separare le carriere garantirebbe una maggiore imparzialità dei giudici, perché così sarebbero slegati per attitudini e approccio dalla funzione punitiva della giustizia che appartiene ai pubblici ministeri. In altre parole, il fatto che una persona che per qualche anno si abitui ad “accusare” e poi venga messa nella posizione di “giudicare”, non sarebbe una condizione ideale per il sistema democratico.
Chi è per il no sostiene che la separazione delle carriere non sarà comunque efficace dato che la formazione, il concorso per accedere alla magistratura e gli organi di autogoverno dei magistrati resterebbero in comune. Inoltre, c’è chi teme che in questo modo i pubblici ministeri sarebbero sottoposti a un maggiore controllo da parte del Governo, finendo per diventare una sorta di “avvocati” della maggioranza che controlla l’esecutivo.




