All'ospedale di bergamo

Cristina, sopravvissuta a 2 trapianti di cuore: “Donare gli organi trasforma la morte in vita”

"La ragazza dei tre cuori" si racconterà in un incontro a Pedrengo

“Donare gli organi permette di trasformare la morte in vita. Quando arriverà il momento di andarcene non ci serviranno più, ma possono essere decisivi per altre persone”. Così Cristina Zambonini, giovane sopravvissuta a due trapianti di cuore, racconta la propria rinascita grazie alla generosità di chi ha deciso di effettuare la donazione degli organi.

La ragazza, originaria di Domodossola, ha effettuato gli interventi all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo: è riuscita ad affrontare queste difficilissime sfide, ora ha 36 anni e conduce una vita piena. Nella serata di mercoledì 8 giugno sarà a Pedrengo per raccontare la propria esperienza: l’appuntamento è alle 20.30 alla sala polivalente Vincenzo Signori, in via Giardini, 6 (scuola media).

L’incontro, intitolato “Una vita a 3 cuori”, è organizzato dalle locali sezioni Avis e Aido che, quest’anno, festeggiano rispettivamente il 60esimo e il 40esimo anniversario di fondazione.

L’abbiamo intervistata chiedendole di raccontarci la sua storia.

Quando e come sono cominciati i suoi problemi di salute?

È successo tutto all’improvviso. Fino a vent’anni sono stata una ragazza normalissima, che studiava, lavorava e praticava sport, ma a un certo punto tutto è cambiato e mi sono ritrovata paralizzata. Prima di avere problemi cardiaci ho iniziato ad accusare dolori fortissimi alla schiena dei quali nessun medico riusciva a comprendere la causa. Erano delle fitte lancinanti che colpivano la parte bassa della schiena. Alcuni specialisti avevano ipotizzato che questi disturbi avessero natura psicologica ma non era così.

E com’è arrivata la diagnosi?

Alcuni conoscenti mi hanno consigliato di rivolgermi al dottor Giorgio Pagani, l’allora primario di endocrinologia dell’Ospedale di Bergamo, perché è molto bravo. Lo confermo: è stato l’unico a capire di che cosa si trattasse: era un tumore alla surrenale destra, una ghiandola che si trova sopra i reni, una sindrome rara poco conosciuta. Era benigno, ma in quella fase questo aspetto era poco importante. I medici che mi hanno seguito sono stati fantastici: mi sono sottoposta all’operazione, la massa tumorale è stata asportata e sono guarita. Avevo 19 anni e non è stato facile fare i conti con la malattia, ma alla fine ce l’ho fatta. Tutto sembrava evolversi al meglio, ma presto avrei dovuto affrontare altri problemi di salute.

Ci spieghi

Mi è stato diagnosticato il morbo di Crohn, una malattia infiammatoria cronica dell’intestino che può colpire qualsiasi parte del tratto gastrointestinale, dalla bocca all’ano, provocando una vasta gamma di sintomi. Tre giorni dopo aver compiuto vent’anni, poi, appena svegliata, non riuscivo a respirare. Mi mancava il fiato e temevo che potesse trattarsi di problemi cardiaci. Dopo l’esperienza positiva avuta con il dottor Pagani, sono tornata all’ospedale di Bergamo e in cardiologia è emerso che soffrivo di una cardiomiopatia dilatativa fulminante. L’origine probabilmente era genetica, ma la comparsa della malattia è stata accelerata dalle altre patologie che ho avuto.

Non deve essere stato facile affrontare questo problema dopo il tumore

Sicuramente è stato impegnativo, ma sono sempre stata una persona positiva, avventurosa e determinata. A vent’anni non sono riuscita a rendermi pienamente conto della situazione. Il giorno in cui il medico mi ha comunicato che non esistevano cure e avrei dovuto mettermi in lista per effettuare il trapianto non riuscivo a immaginare cosa volesse dire. Poco dopo ho iniziato a realizzare cosa comportasse questo intervento: è come se avessi ricevuto uno schiaffo, ho pianto per un giorno intero e ho pensato che non avrei potuto fare altro che affrontare al meglio questa nuova grande sfida. Sono stata ricoverata 15 giorni e dopo essere uscita dall’ospedale ho intrapreso il percorso della riabilitazione per poi tornare a vivere una vita piena. Ho ricominciato a fare tutto quello che facevo prima, fino a quando non sono sopraggiunti altri gravi problemi al cuore.

Cos’è successo?

Dieci anni dopo l’intervento ho cominciato ad avvertire nuovamente problemi respiratori, ma anche una sensazione di affaticamento, difficoltà a mangiare e una stanchezza esagerata svolgendo qualsiasi attività quotidiana. Giorno dopo giorno, mi accorgevo che questi problemi stavano peggiorando e diventavano sempre più frequenti. Temevo che si trattasse di problematiche al cuore perché, purtroppo, avevo imparato a conoscere i sintomi. Speravo che non fosse così, ma i cardiologi mi dissero che avevo un grave rigetto cronico. Questa volta è stato molto più difficile accettare la malattia: fino a quel momento il cuore aveva funzionato bene, non avevo più avuto problemi, mentre ora avrei dovuto far fronte a un’altra sfida.

Cosa le hanno detto i medici?

Inizialmente hanno provato a curarmi per cercare di evitare di ricorrere a un nuovo trapianto. Gli organi disponibili, infatti, sono pochi mentre le richieste sono parecchie e in genere viene data la precedenza a chi non è già stato trapiantato perché ha maggiori probabilità di sopravvivere all’intervento. Fortunatamente sono riuscita a ricevere il mio secondo grande dono: sono riusciti a trovare un cuore compatibile, ho effettuato il trapianto e ora sono tornata a vivere. L’iter è stato molto lungo e faticoso: sono stata in ospedale 99 giorni consecutivi senza considerare i mesi precedenti all’intervento, quando mi sono sottoposta alle terapie anti-rigetto. Un trapiantato resta sempre un trapiantato, è un malato cronico e non si può ignorare che abbia il problema di salute, ma riesco a condurre una vita piena. Lavoro, pratico sport e viaggio. Sono progettista, svolgo la mia attività in uno studio di ingegneria e architettura e riesco a togliermi molte soddisfazioni.

Si impegna molto per promuovere la cultura del dono. Ha fondato l’associazione Cuori 3.0 ed è stata nominata cavaliere dal presidente della repubblica Sergio Mattarella

È stato molto bello. È un riconoscimento condiviso da tutto il mondo della donazione, cioè con chi si impegna a sensibilizzare sull’importanza della donazione. Ed è un’onorificenza importante perché prova l’attenzione che le istituzioni hanno su questo tema.

Per concludere, perché è importante donare gli organi?

La donazione è importante perché permette di trasformare la morte in vita. Consente di far continuare a vivere persone che possono dare e fare ancora molto. Quando arriva il momento in cui dobbiamo andarcene, gli organi non ci servono più ma possono risultare decisivi per altri.

 

Cristina Zambonini - Cuori 3.0

L’anniversario Avis e Aido Pedrengo

Il programma delle iniziative, patrocinate dal Comune, proseguirà sabato 11 giugno con le celebrazioni istituzionali. Il ritrovo è alle 16 in piazza Europa Unita da dove, alle 16.30 partirà il corteo che percorrerà le vie del paese. Effettuerà diverse tappe, con la deposizione di omaggi floreali ai monumenti: Alpini in via Roma, Avis al cimitero e Aido al giardino delle Rimembranze. Facendo ritorno a piazza Europa Unita, alle 18, si proseguirà con l’inaugurazione e la benedizione della stele Avis al giardino delle Rimembranze, mentre alle 18.30 verrà celebrata la messa alla chiesa parrocchiale.

Al termine, alle 19.45 spazio alla convivialità con una cena (su prenotazione) alla sala polivalente Vincenzo Signori, seguita dalla consegna delle benemerenze. Questi premi, che vengono assegnati a cadenza quinquennale, vengono dati in base alle donazioni eseguite e agli anni da cui si è donatori.

Andrea Zanni, che lo scorso anno è stato eletto presidente dell’Avis Pedrengo, afferma: “I sessant’anni sono un traguardo molto importante. Li festeggiamo esprimendo profonda gratitudine per i fondatori dell’associazione e per tutti coloro che negli anni si sono adoperati con tanta passione per farla crescere e radicare sul territorio. È una realtà fondamentale per il paese e, grazie all’impegno delle persone che ne fanno parte, potrà continuare a essere un riferimento per il tessuto sociale locale. Per questo, accanto al numero 60, che indica gli anni dell’associazione, sulla stele che verrà posta nel giardino delle Rimembranze, vengono riportati dei puntini di sospensione: sono un simbolo per indicare che la storia continua. Colgo l’occasione per ringraziare i componenti che, insieme a me, fanno parte del consiglio direttivo, ossia Manuela (vice-presidente), Enza (vice-presidente), Mirko (segretario), Martina, Doria, Roberto, Cristina, Laura, Imerio e Luigi.

“La posa della stele – prosegue il presidente – sarà uno dei momenti più importanti delle celebrazioni: è la prima dedicata all’Avis in paese e ne siamo orgogliosi. Ringraziamo il Comune con il sindaco Simona D’Alba per averne supportato la realizzazione. Al momento dell’inaugurazione, rivolgeremo un grazie speciale ai nostri presidenti emeriti, in modo particolare a Giancamillo Rota, che ha guidato l’associazione e si è speso per l’Avis per decenni”.

La pandemia non ha indebolito l’associazione. “Nel 2020 – spiega Andrea Zanni – il numero delle donazioni ha fatto registrare un calo ma i donatori pedrenghesi hanno comunque continuato a effettuarle. Ma il dato più significativo riguarda lo scorso anno: abbiamo raggiunto il record delle donazioni rispetto agli ultimi vent’anni: è un boom di generosità che ci rende orgogliosi”.

Guardando al prossimo futuro, infine, Zanni conclude: “Lavoreremo per riproporre le iniziative e i progetti che contraddistinguono, storicamente, la nostra associazione, come la castagnata in autunno. Inoltre, ci piacerebbe riprendere il filo degli incontri nelle scuole in modo da sensibilizzare le famiglie al dono veicolando il messaggio attraverso i ragazzi”.

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