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Covid, calano positivi (e tamponi) in Italia, non a Bergamo: qui raddoppiano anche i decessi - BergamoNews
Report 10/16 maggio

Covid, calano positivi (e tamponi) in Italia, non a Bergamo: qui raddoppiano anche i decessi

Anche in Lombardia si registra una diminuzione dei contagi, ma in maniera meno evidente rispetto al dato nazionale

Nell’ultima settimana le diagnosi hanno continuato a scendere, ma accompagnate a un tracollo del numero di tamponi.

Se guardiamo alla percentuale di test positivi, notiamo che la situazione è stabile: il tasso di positività medio è stato del 14,18%, in lieve diminuzione rispetto alla settimana precedente quando era al 14,34%.

I nuovi casi a livello nazionale sono stati 252.960 (-12,7% dai 289.783 del periodo precedente); media giornaliera 36.137 (da 41.398).

Ancora in calo i decessi: questa settimana i morti sono stati 773, mentre lunedì scorso ne contavamo 837.

Scendono anche i ricoveri nei reparti Covid: 7.631 (erano 8.735) e quelli in Terapia Intensiva: da 363 a 353.

Stabile il numero dei nuovi ingressi in Terapia intensiva: da 238 a 239.

In decremento l’indice di occupazione nei Reparti Covid: dal 13,5% all’11,8% e quello nei Reparti di Terapia Intensiva: dal 3,7% al 3,6%.
In calo anche i pazienti in isolamento domiciliare: sono 974.384 (erano 1.094.657).

Come etto, continua da settimane il calo del numero dei i tamponi effettuati: sono stati 1.763.250 (- 12,4% rispetto ai 2.011.482 nel periodo precedente), il 76,4% dei quali di tipo antigenico rapido.

In diminuzione anche tutti gli altri indici:

Curva dei contagi: da 0,25 a 0,22.

Rt nazionale: da 0,95 a 0,94.

Indice di contagio ogni 100 mila abitanti: da 580 a 480.

Lombardia e Bergamo

Anche in Lombardia si registra un calo nel numero dei positivi, ma in maniera meno evidente rispetto al dato nazionale: sono infatti 37.810 che, rispetto ai 36.898 della settimana precedente, registrano una diminuzione del 2,4%.

Si registra una diminuzione più evidente per quanto riguarda il numero dei ricoverati in Area Covid: da 1.094 a 876; mentre per i pazienti in Terapia Intensiva si riscontra un lieve incremento: da 38 a 40.

In calo il numero dei nuovi ingressi in Terapia intensiva che passano da 11 a 9.

Numeri che determinano quindi un aumento nell’indice di occupazione nei Reparti di Terapia Intensiva: dall’2,1% al 2,2%, mentre per quello relativo ai Reparti Covid si registra una diminuzione: dal 10,5% all’8,4%.

Sale il numero dei decessi: nel periodo sono stati 153 rispetto ai 141 del precedente.

Per quanto riguarda gli attualmente positivi, si registra ancora una diminuzione: sono ora 132.971 (erano 143.696 la settimana scorsa); lo stesso calo che riguarda le persone attualmente in isolamento domiciliare, che sono ora 132.055 (erano 142.564).

Scende l’incidenza dei casi ogni 100mila abitanti: da 380 a 370; così come l’indice medio settimanale di positività, che passa dal 13,54 % al 13,26%.

In controtendenza la provincia di Bergamo, che registra un aumento del numero dei nuovi casi: nel periodo osservato sono stati 3.387 rispetto ai 3.267 del periodo precedente (+3,7%).

Sale il numero dei pazienti ricoverati in Area Medica all’ospedale cittadino: nel periodo si è passati da 38 a 40; i ricoverati in Terapia Intensiva rimangono 5.

Nel periodo osservato si sono registrati 12 decessi (5 nel precedente).

Sale l’indice di contagio ogni 100 mila abitanti: da 295 a 308.

L’epidemia è in una fase di riduzione, che si esprime con valori percentuali ancora abbastanza sostenuti. I dati risentono tuttavia del parallelo calo dei test eseguiti. Una situazione già vissuta, che ha nascosto la reale circolazione del virus permettendo la formazione di un bacino di replicazione silente: i cui effetti sono esplosi a fine estate (sia nel 2020, sia nel 2021). La mancata attività di tracciamento del virus, abbinata alla riduzione delle attività di sequenziamento, è fonte di preoccupazione anche a livello mondiale perché riduce in modo consistente la quantità di dati disponibili: fondamentali per poter interpretare correttamente la fase epidemica.

In autunno ondata da 20 milioni di casi?

Non è ora possibile sapere quanto sia attendibile la recente ipotesi di una singola ondata autunnale con 20 milioni di italiani infettati. Tra le molte che si fanno in questi giorni e tenendo come costante la futura circolazione delle varianti Omicron 4 e 5 (destinate a sostituire Omicron 2), solo una è compatibile, e si basa sull’avverarsi di una lunga serie di circostanze avverse.

Tra queste:

1) Capacità delle nuove varianti di eludere integralmente la risposta immunitaria, con efficacia zero degli anticorpi sviluppati dopo la vaccinazione o l’infezione.

2) Nessun aggiornamento dei vaccini in tempo utile.

3) In caso di aggiornamento dei vaccini, nessuna efficacia nel ridurre il rischio di infezione.

4) Nessuna adozione di misure di mitigazione e contenimento.

Quindi è (teoricamente) possibile una singola ondata con 20 milioni di casi, ma per ora sappiamo solo che il rischio zero non esiste, e quindi non possiamo escluderlo al 100%. Più che da un calcolo epidemiologico l’ipotesi sembra dettata dalle parole di Anthony Fauci, che per la prossima ondata di Covid-19 negli Usa ha stimato 100 milioni di contagi (poco meno di un terzo della popolazione Usa). Un terzo che, se rapportato all’Italia, ci avvicina ai 20 milioni. Rileviamo però che tra Italia e Usa esistono differenze significative, a partire dalla copertura vaccinale con doppia dose e con terza dose booster: rispettivamente 84,1% e 66,5% per l’Italia contro 66,9% e 30,8% per gli Usa.

Cambiano poi età media della popolazione, abitudini sociali, livello di adesione alle misure di mitigazione e contenimento: insomma, i paralleli in epidemiologia non si possono fare in modo approssimativo, ma vanno contestualizzati con la massima precisione possibile e spiegati nelle loro basi di confronto.

Ragionando in termini matematici e statistici e considerando il vantaggio di crescita (maggiore diffusività) di Omicron 4 e 5 rispetto alle precedenti, i 20 milioni non appaiono però così improbabili; vediamo nel dettaglio:

Nell’autunno-inverno, con i primi 4 mesi dominati dalla variante Delta (lentissima rispetto alle attuali) abbiamo registrato 9.346.672 nuovi casi. Omicron, in Italia, è diventata dominante da inizio anno (era all’81% nella flash survey del 3 gennaio 2022): se consideriamo i casi individuati dal 3 gennaio al 21 marzo arriviamo a 7.567.122 in 11 settimane epidemiologiche, con una media di 687.920 a settimana. Se moltiplichiamo questa cifra per 26 (le settimane del prossimo autunno-inverno) arriviamo a quota 17.885.920.

Quarte dosi sotto le 35mila al giorno

Ormai è passato un mese dall’invito alla quarta dose per over 80 e fragili 60-79 anni. E oltre 2 mesi e mezzo da quello per i fragilissimi e immunocompromessi partito il primo di marzo. Ma la quarta dose non ingrana. All’11 maggio ne sono state somministrate 384.600: in base alla platea ufficiale (4.422.597 di cui 2.795.910 di over 80, 1.538.588 pazienti fragili della fascia di età 60-79 e 88.099 ospiti delle Rsa), il tasso di copertura nazionale per le quarte dosi è del 9%, con nette differenze regionali.
Basti pensare che la percentuale precipita al 2,4% in Calabria, mentre fa registrare il 18% del Piemonte.

Omicron ha cambiato il corso di questa pandemia perché, anche grazie ai vaccini, ha abbassato l’incidenza delle morti rispetto ai contagi.

Ciononostante, da gennaio si contano oltre 3mila morti in media al mese tra gli over 80. Un numero importante che spiega quanto il virus possa ancora fare male nei più fragili, come chi soffre di patologie gravi o è anziano, che rischia di più anche se vaccinato con tre dosi.

I numeri, come sempre, parlano chiaro, e raccontano di un flop nella campagna vaccinale sulla quarta dose, nonostante la persistente pericolosità del virus.

I sottotipi di Omicron

Nei paesi in cui si fa molto sequenziamento le attenzioni sono dedicate alle nuove sotto varianti, le cosiddette Omicron 4 e 5, che in Sud Africa sono diventate già prevalenti e hanno provocato una quinta ondata e cominciano ora ad affacciarsi anche in altri Paesi, compresa l’Italia.

È presumibile quindi che esse rimpiazzeranno presto quelle attuali. Tra l’altro le sotto varianti di Omicron sarebbero anche responsabili di nuove reinfezioni che da mesi crescono in modo costante.

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