Bergamo sperimenta nuovo modello di accoglienza: “Progetto pilota per i profughi in Bosnia”
Una casa a Kakanj ospiterà richiedenti asilo in Bosnia
Bergamo. “Puntiamo su un modello di accoglienza diffusa, diverso da quello dei grandi campi profughi. Là i rifugiati sono dei numeri, mentre i piccoli centri permettono di realizzare più facilmente l’integrazione e arrivare all’inclusione nella comunità in cui si trovano”. Così don Roberto Trussardi, presidente della Caritas Diocesana Bergamasca, illustra il progetto Oltre l’emergenza profughi in Bosnia Erzegovina, realizzato in collaborazione con il Comune di Bergamo e diverse realtà bergamasche. Sono coinvolti, inoltre, vari partner internazionali, dando vita a un lavoro di rete ad ampio respiro.
Nell’ambito di questa iniziativa, a Kakanj, in Bosnia Erzegovina, è stata aperta una safe house, una casa per famiglie richiedenti protezione internazionale. L’appartamento, adatto a ospitare un nucleo familiare di sei persone, è pronto: i lavori sono conclusi, lo scorso aprile è stato inaugurato e ora sono in corso le selezioni per decidere chi vi alloggerà. Di questa opportunità potranno usufruire soggetti che hanno presentato la richiesta di asilo in Bosnia Erzegovina e verrà posta particolare attenzione a chi si trova in condizioni di maggior fragilità. Don Roberto Trussardi spiega: “In questo periodo l’attenzione mediatica è concentrata sull’emergenza in Ucraina: in un momento in cui si stanno raccogliendo importantissimi aiuti per i rifugiati ucraini che stanno scappando dalla guerra, non bisogna perdere di vista le tante altre situazioni drammatiche che stanno affliggendo il nostro pianeta. Ritenendo che nessuno debba essere dimenticato, abbiamo dato vita a questo progetto che guarda ai profughi che attraversano la rotta dei Balcani. Il numero di chi la percorre è molto grande, quindi non si tratta certamente di un intervento esaustivo, ma crediamo che questa formula innovativa possa essere replicata riuscendo a intercettare un numero crescente di persone”.
“Il progetto – continua il presidente della Caritas Diocesana Bergamasca – rappresenta un modello di accoglienza alternativo ai grandi centri per coinvolgere più direttamente le autorità e le comunità locali fornendo una vera e propria possibilità di integrazione e di autonomia. L’obiettivo è far sì che possa proseguire nel tempo ed essere d’ispirazione per altre iniziative ed essere replicato”.
Aldo Lazzari, giovane operatore della Caritas, responsabile di Young Caritas Diocesana Bergamasca, che si è adoperato per dar vita a questo progetto, specifica: “Nella casa possono essere accolte sei persone richiedenti protezione internazionale, già ospitate all’interno dei centri di accoglienza temporanea in Bosnia Erzegovina. Ad oggi, le candidature ad entrare nel trilocale individuato nel quartiere di Kraljieva Sutjeska sono diverse: spaziano da una coppia di iraniani 60enni a una famiglia di egiziani con 4 minori, ma c’è anche una famiglia cubana, a dimostrazione della grande varietà delle provenienze dei migranti che percorrono questo tragitto”.
Tutto è scaturito guardando a due esperienze già attive in Bosnia-Erzegovina, la casa accoglienza dell’Ong Puz a Tuzla e Zene Sa Une a Bihac. “Dopo averle visionate – aggiunge Lazzari – la delegazione bergamasca ne ha approfondito l’organizzazione ed era sicura di poter ricreare un’alternativa valida all’accoglienza nei campi anche a Kakanj. Tutto ciò è stato reso possibile grazie al contributo di realtà orobiche come il Comune e i sindacati di Bergamo Cgil, Cisl e Uil, l’Ambasciata italiana in Bosnia, nonché le Acli, l’Arci e l’Anpi, e con il supporto di partner internazionali quali l’Ong Aternative – realtà di Kakanj che si occupa della gestione e dello sviluppo del progetto –, l’OIM e Caritas Bosnia- Erzegovina insieme a Caritas Italiana che, con i suoi operatori sul campo, sono impegnate nel monitoraggio delle fasi operative compresa la selezione dei beneficiari della casa. Per far sì che l’idea funzioni e sia soprattutto sostenibile nel tempo è necessario comprendere la portata di un programma di accoglienza che è saldamente collegato con il territorio orobico”.
Accanto ad Aldo, tra le persone in cabina di regia c’è Giulia Baleri, giovane Immigration Adviser, che evidenzia: “Ho seguito questo progetto dall’inizio e dopo molto lavoro siamo finalmente riusciti ad inaugurare la casa, che costituisce un primo passo per dimostrare che una forma di accoglienza alternativa ai grandi campi è possibile. C’è molto interesse tra le organizzazioni internazionali che operano nel settore e speriamo possa aprire la strada ai progetti futuri di chi vuole investire in questo ambito”.
La scelta di Kakanj non è casuale: tra Bergamo e la città bosniaca c’è un legame profondo e storico. Marzia Marchesi, assessora alla pace del Comune di Bergamo, afferma: “L’idea di questo progetto nasce da un ordine del giorno approvato il primo febbraio 2021 dal Consiglio comunale di Bergamo. Di fronte a un incendio verificato al campo profughi di Lipa in Bosnia Erzegovina, i consiglieri comunali hanno chiesto al Comune di Bergamo di intervenire non solo con inviti al governo italiano e agli organismi europei affinché si interessassero alla questione della rotta balcanica, ma con un impegno concreto della nostra città. Negli anni Novanta era attivo il Comitato Bergamo-Kakanj, che raccoglieva diverse realtà istituzionali e associative bergamasche e, insieme al Comune e alla comunità di Kakanj, ha contribuito alla ricostruzione di questa città bosniaca distrutta dalla guerra. Era una ricostruzione non solo di case e infrastrutture, ma anche di relazioni comunitarie e attività economiche. Ora, proseguendo nel solco di questa esperienza, l’obiettivo è attuare un modello di accoglienza diffusa per le persone che transitano sulla rotta balcanica bosniaca. Siamo consapevoli che questo progetto è come una goccia d’acqua in un deserto ma crediamo che un approccio orientato alla persona faccia la differenza per cercare di risolvere situazioni problematiche e aiutare uomini, donne e bambini che scappano da situazioni disperate e cercano un futuro possibile”.
A dare supporto al progetto sono tante realtà associative bergamasche, alle quali si è aggiunta Africa Tremila onlus di Bergamo. Annalisa Colombo, responsabile dell’Ufficio Migranti e del Segretariato Sociale della Camera del Lavoro, annota: “La Cgil ha tra i suoi principi fondanti la tutela dei diritti umani. Da ciò discende, tra gli altri, l’obiettivo di promuovere una cultura dell’accoglienza e della solidarietà. Le esperienze maturate negli ultimi anni nella provincia di Bergamo ci hanno persuasi in modo sempre più deciso che l’accoglienza diffusa sia la modalità più efficace ai fini dell’integrazione, che la possibilità per le persone di sperimentare una modalità abitativa autonoma in un contesto in cui la comunità diventa elemento attivo e di sostegno possa rappresentare un passaggio di crescita per tutti. Per questo motivo abbiamo sostenuto fin da subito il progetto Kakanj e ci auguriamo che possa diventare un modello da valorizzare e replicare”.
Esprimono “pieno supporto al progetto” anche Romina Russo, consigliere di Africa Tremila Onlus, e Candida Sonzogni, segretaria di Ust Cisl Bergamo, che ne evidenzia il valore umano: “Di fronte alla devastazione bellica ed alla conseguente emergenza sanitaria, sociale ed economica, tra il 1996 e il 1999 la comunità bergamasca promosse la realizzazione di un progetto per la ricostruzione umana, civile e sociale. Andava oltre alla raccolta (divenuta ingente) di cibo, vestiario, attrezzature e materiali edilizi, avviando una progettualità più ampia. Gli interventi iniziarono su stimolo in particolare di Cisl, Cgil e Uil (tramite la propria ONG NORD SUD), Caritas, Comune di Bergamo, Comitato accoglienza profughi, Provincia di Bergamo, Acli; Protezione Civile, Artigiani ecc. Si scelse la cittadina di Kakani, situata a 40 km da Serajevo e cominciò un legame profondo con quel territorio. La presenza continuativa di tanti nostri operatori e le numerose “missioni” di vari gruppi bergamaschi in loco costruirono un intreccio di condivisione, reciprocità e corresponsabilità che dimostrò progressivamente la positività di quella esperienza originale per tutta la comunità bergamasca , confermata poi in anni successivi nelle esperienze di Bergamo per il Kosovo e di Bergamo per lo Sri Lanka”.
Infine, Roberto Mazzetti, presidente provinciale di Arci Bergamo conclude: “Ringraziamo il Comune di Bergamo e tutti i soggetti che si sono attivati e spesi per la realizzazione di questo progetto. Il tentativo di dare vita a forme di accoglienza diffusa è un valore in linea con i principi della nostra associazione. La speranza è che l’accoglienza si trasformi in integrazione e poi in inclusione. I migranti sono persone in difficoltà che spesso nel loro Paese d’origine non hanno opportunità, solo riuscendo a dar loro la speranza di un futuro possiamo pensare che le diverse culture possano fondersi ed integrarsi”.
Il progetto, che finora ha richiesto un investimento di 45mila euro, ha l’obiettivo di proseguire nel corso del tempo: le associazioni e gli enti aderenti promuoveranno iniziative per sostenerlo, sia collettivamente sia singolarmente.


