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Francesca Ferraro, dagli scontri allo stadio ai boss della mala: "I miei 30 anni in divisa" - BergamoNews
Polizia di stato

Francesca Ferraro, dagli scontri allo stadio ai boss della mala: “I miei 30 anni in divisa”

Ufficio stranieri, Digos, Squadra Volanti, Divisione Anticrimine: il capo di gabinetto della questura di via Noli racconta la sua lunga carriera in polizia

Bergamo. Da bambina erano tre le sue grandi passioni: l’archeologia, gli animali e la divisa da poliziotto, la stessa che indossava suo padre, scomparso quando lei aveva solamente 9 anni. Alla fine ha inseguito la terza aspirazione e quest’anno festeggia i 30 anni di servizio alla questura di Bergamo.

Francesca Ferraro ha 54 anni ed è il capo di gabinetto di via Noli, l’ufficio di staff del questore da cui tutto passa e che prioritariamente si occupa dell’ordine pubblico.

Diplomata al liceo Classico Paolo Sarpi di Città Alta, ancora prima di sostenere l’esame di maturità ha fatto domanda per entrare in polizia.

Ha riposto l’enciclopedia archeologica degli anni ’20 sulla quale aveva fantasticato per anni, non ha messo da parte l’amore per gli animali ma l’idea di intraprendere la professione di veterinaria, ed è partita per Roma. “Fin da bambina ho sempre avuto un innato senso di giustizia, la scelta di fare domanda per entrare in polizia è stata quasi naturale. Ho sostenuto il concorso a 18 anni e mezzo, non avevo ancora terminato le superiori. Quattro giorni di prove attitudinali, prove scritte – ricordo un tema sulla poetica del Carducci – e orali. Ho ottenuto un punteggio alto e, con altri 90 ragazze e ragazzi provenienti da tutta Italia, ho trascorso 5 anni nella capitale per il corso quadriennale presso l‘Istituto Superiore di Polizia per diventare vice commissario. Sono stati gli anni più belli della mia vita”.

Terminati gli studi, Francesca Ferraro doveva essere assegnata alla questura di Napoli ma sua madre si è ammalata e, per poterle stare vicino, è approdata in via Noli. E qui è rimasta. Di esperienza ne ha fatta comunque parecchia, in 30 anni ha visto la città cambiare: “Ho iniziato all’Ufficio Immigrazione, che all’epoca si chiamava Ufficio Stranieri ed era costituito da tre stanze. Oggi un’intera sezione della questura è dedicata a questo settore: a Bergamo ci sono oltre 135mila stranieri, una mole di lavoro davvero importante”.

Dopo un anno e mezzo è stata spostata alla Divisione Anticrimine: “Mi piaceva tantissimo. Gestivamo i collaboratori di giustizia, i pentiti, le loro identità, le famiglie e all’epoca non c’erano le normative in vigore oggi. Ho avuto modo di conoscere personalità con uno spessore criminale notevole. Ricordo un killer professionista che, mentre mi raccontava vicende di una crudezza impressionante, mi faceva dei ritratti a pennarello tipo Arcimboldo e la sua ‘Allegoria della giustizia’. Mi impressionava pensare che con quelle mani così capaci a livello artistico avesse ucciso tante persone”.

Due anni e mezzo dopo Ferraro è stata nominata capo della Squadra Volanti che ha diretto per dieci anni. “Ero giovane ed avevo tanto entusiasmo. Non ero una che rimaneva in ufficio, uscivo ogni volta che c’era una chiamata importante e guardavo i miei colleghi più anziani, come lavoravano, come gestivano determinate situazioni. Ho imparato tantissimo dai miei collaboratori. Noi dirigenti non saremmo nulla senza di loro”.

 

francesca ferraro

 

Una sera è arrivata una chiamata d’emergenza: “Un ragazzo aveva visto una borsa sportiva, abbandonata vicino ad un cassonetto davanti alle piscine di Bergamo. Dentro c’era qualcosa che si muoveva, così ha chiamato il 113. Siamo arrivati sul posto e abbiamo scoperto che c’era una neonata di pochi giorni, con tratti orientali e un visibile problema alla testa. È stata portata all’ospedale, l’hanno operata e l’hanno chiamata Francesca, come me e come il ragazzo che l’ha trovata. Qualche mese dopo ero al supermercato ed ho visto una mamma con una bambina nel passeggino: l’ho riconosciuta, stava bene, era stata data in affido”.

Un’altra volta è stato chiesto un intervento in un importante hotel della città: “C’era un truffatore, un imprenditore ormai in rovina che non si era rassegnato a rinunciare al lusso e pretendeva di pagare il conto con titoli falsi. Ricordava un po’ il Conte Mascetti del film ‘Amici Miei'”, sorride.

E alla Squadra Volanti, dove ci sono poliziotti che intervengono nelle emergenze, Francesca Ferraro ha potuto constatare il valore e la generosità di tanti suoi colleghi: “Vedevamo situazioni di povertà estrema e spesso chi interveniva si metteva una mano sul cuore e contribuiva di tasca sua cercando di aiutare. Lo facevano, e continuano a farlo, in silenzio, senza dire nulla a nessuno”.

Il primo dirigente della polizia ha diretto anche la Digos negli anni più difficili, quando ogni partita si trasformava in un terreno di scontri tra le varie tifoserie. In mezzo, la polizia. Ferraro solleva la manica: “Questa cicatrice risale alla partita Atalanta-Salernitana, mi hanno ferita con un coccio di bottiglia. Durante Atalanta-Juventus sono stata colpita ad una gamba con una pietra. Erano anni complicati a livello di gestione della sicurezza allo stadio. Ricordo il dirigente della divisione anticrimine Elena Ventura, una donna formidabile dalla quale ho imparato tantissimo: dirigeva i servizi di ordine pubblico allo stadio con una caparbietà e una preparazione davvero notevoli. All’epoca il calcio era pericoloso, poi fortunatamente le normative sono cambiate e ci hanno fornito gli strumenti per una gestione più agevole, infatti negli ultimi anni la situazione è migliorata, gli animi si sono calmati”.

 

francesca ferraro

 

Nei casi più complessi a livello investigativo o in quelli dove sono stati commessi reati particolarmente violenti, la presenza di una donna come Francesca Ferraro ha fatto la differenza, soprattutto nel rapporto con le vittime, con i familiari, dove una figura femminile del suo spessore può rivelarsi utile alle indagini e di conforto a chi si trova catapultato in una situazione tanto delicata. Infatti con diverse persone ha mantenuto un rapporto anche in seguito, quando il lavoro della polizia al caso era ormai terminato.

Noi siamo al servizio dei cittadini, lavoriamo per loro, è questo che fa la polizia, garantisce la sicurezza delle persone ed è proprio questo che tentiamo di far passare agli incontri che facciamo con i bambini e i ragazzi delle scuole che vengono in questura – spiega -. Nell’immaginario comune la figura del poliziotto è associata alla repressione, vogliamo invece che la divisa venga individuata come punto di riferimento, qualcuno a cui rivolgersi per chiedere aiuto, qualcuno che ti protegge. Poi certo, se si commettono reati, è pacifico che si debba rispondere delle proprie condotte, ma anche questo deve far sentire le persone più sicure”.

 

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