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Trattamento dell’infezione di protesi vascolare con tecnica Nais: lo studio del Policlinico San Marco - BergamoNews
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Trattamento dell’infezione di protesi vascolare con tecnica Nais: lo studio del Policlinico San Marco

Sono stati presi in esame i casi trattati, dal 2009 ad oggi, dal dottor Roberto Mezzetti, responsabile dell’unità di chirurgia vascolare del Policlinico San Marco

Uno studio retrospettivo, con una delle più ampie casistiche non solo in Italia ma in Europa, sul trattamento dell’infezione di protesi vascolare con tecnica Nais (nais-neoaortoiliac system) è. È stato pubblicato recentemente sulla prestigiosa rivista internazionale Journal of Vascular Surgery. 

Lo studio e prende in esame i casi trattati, dal 2009 ad oggi, dal dottor Roberto Mezzetti, responsabile dell’unità di chirurgia vascolare del Policlinico San Marco, tra i primissimi in Italia a utilizzare questa tecnica complessa, ma in molti casi salva-vita, e unica struttura della bergamasca.

La ricerca, frutto della collaborazione tra il dottor Mezzetti e il Policlinico di Milano che ha analizzato i dati, è stata precedentemente utilizzata come tesi di specialità dalla dottoressa Enza Castronovo, che proprio al Policlinico San Marco (sede della scuola di specialità dell’Università degli Studi di Milano) si è recentemente specializzata in chirurgia vascolare.

Il primo intervento nel 2009

La storia dell’intervento di trattamento dell’infezione di protesi vascolare con tecnica Nais al Policlinico San Marco inizia nel novembre del 2009, quando un uomo di 63 anni viene ricoverato nel reparto di chirurgia vascolare per un’infezione di una protesi aortica impiantata presso un altro ospedale circa dieci anni prima. “Il paziente giunse in condizioni delicatissime dal punto di vista dell’infezione. Non c’era altra possibilità che intervenire chirurgicamente. Il paziente, altrimenti, sarebbe morto nell’arco di poche settimane”, ricorda Mezzetti.

L’infezione di una protesi vascolare a livello addominale è una condizione rara e grave. Le opzioni a disposizione per l’intervento chirurgico erano più di una. Ma nessuna convinceva i chirurghi. Le soluzioni chirurgiche più diffuse sia Italia sia in Europa erano gravate da un’altissima mortalità ma soprattutto da risultati a distanza scoraggianti con un alto tasso di recidiva.

L’intuizione della soluzione ‘americana’

“Le due soluzioni chirurgiche più diffuse sia in Italia sia in Europa, però, erano gravate da un’altissima mortalità ma soprattutto da risultati a distanza scoraggianti con un alto tasso di recidiva”, continua lo specialista. La giovane età del paziente e la sua aspettativa di vita richiedevano sicuramente una soluzione che potesse durare nel tempo e che non fosse solo un sollievo immediato e momentaneo. Ecco allora l’intuizione. “Nella letteratura scientifica da alcuni anni le scuole americane e prima tra tutte quella del professor Patrick Clagget proponevano una soluzione con risultati nell’immediato e a lunga durata decisamente più confortanti rispetto alle altre.

L’intervento chirurgico in questione consisteva:

– nell’espianto della protesi infetta;
– nella ricostruzione aortica addominale con le vene profonde degli arti inferiori.

All’epoca, come d’altra parte anche oggi, questa tecnica non era molto diffusa perché molto complessa e lunga nella sua esecuzione, motivo per il quale la maggior parte dei chirurghi vascolari preferiva soluzioni alternative”, spiega ancora il medico.

Dopo un’attenta valutazione dei pro e dei contro, l’equipe del dottor Mezzetti, allora poco più che quarantenne, affascinata dai risultati incoraggianti in letteratura, decise di proporre al paziente la soluzione ‘americana’. “Prima dell’intervento mi misi in contatto, tramite mail, con il dottor Clagget per presentargli il caso e aver consigli e rassicurazioni. Da allora ci siamo sentiti per anni fino a quando andò in pensione”, aggiunge.

Un successo nell’immediato e nel tempo

Come previsto l’intervento durò molto, 12 ore, ma permise di ottenere ottimi risultati sia nell’immediato sia nel tempo. Il primo step è stato l’espianto della protesi, procedura complessa e rischiosa, il secondo la ‘costruzione’ della nuova aorta.

“Siamo riusciti con successo a rimuovere la protesi infetta e a ricostruire l’aorta addominale con le vene profonde dello stesso paziente, salvandogli di fatto la vita. Dopo l’operazione il paziente ha vissuto per dieci anni in assoluto stato di benessere vascolare finchè è mancato a causa di un tumore al polmone”, sottolinea lo specialista.

Da allora l’equipe di Chirurgia Vascolare del Policlinico San Marco di Zingonia ha continuato a proporre questa soluzione, quando possibile, fino ad arrivare a una casistica di 12 pazienti, una delle più significative a livello italiano e europeo, con risultati assolutamente in accordo con le più numerose casistiche statunitensi. “Oggi nelle linee guida internazionali ma anche in quelle europee e italiane, in cui questo intervento ancora non ha preso piede, viene identificato come il ‘gold Standard’ nel trattamento chirurgico dell’infezione protesi aortica”, conclude il dottor Mezzetti.

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