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Chiusura percutanea dell’auricola sinistra: una procedura salva-vita in caso di fibrillazione atriale - BergamoNews
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Salute

L'approfondimento

Chiusura percutanea dell’auricola sinistra: una procedura salva-vita in caso di fibrillazione atriale

Con fibrillazione atriale si intende un battito cardiaco irregolare e spesso accelerato che si origina nelle camere cardiache superiori, i cosiddetti atri, impedendo loro di funzionare correttamente

Evitare l’ictus dovuto a trombi che si formano all’interno del cuore in pazienti affetti da fibrillazione atriale. È questo l’obiettivo dell’intervento di chiusura percutanea dell’auricola sinistra, procedura che oggi rappresenta una valida e promettente opzione terapeutica in quei pazienti che, per svariati motivi, non possono assumere la terapia anticoagulante o sono ad alto rischio di sanguinamento. Ne parliamo con il dottor Alessandro Durante, responsabile della Unità di Cardiologia del Policlinico San Marco dove recentemente è stata effettuata questa procedura in un paziente complicato che presentava all’interno dell’auricola un trombo che aveva già causato un ictus nonostante la terapia anti-coagulante e per il quale questo intervento rappresentava l’unica opzione terapeutica. La procedura, frutto di un lavoro di squadra interdisciplinare, è stata eseguita con successo dal dottor Alessandro Durante, con la guida ecografica del cardiologo Gennaro Semeraro e con la collaborazione dell’anestesista Matteo Giacomini, responsabile della Terapia Intensiva.

Fibrillazione atriale: la forma più comune di aritmia
La fibrillazione atriale è la forma di aritmia più comune e rappresenta un fattore di rischio importante per la comparsa di ictus ischemico, ovvero dovuto all’ostruzione più o meno completa, a causa di un embolo, di un vaso arterioso con conseguente riduzione di apporto di sangue ossigenato in una determinata porzione di cervello. “In particolare con fibrillazione atriale si intende un battito cardiaco irregolare e spesso accelerato che si origina nelle camere cardiache superiori, i cosiddetti atri, impedendo loro di funzionare correttamente. La conseguenza è che gli atri non sono più in grado di espellere tutto il sangue, che così rimane in parte all’interno delle camere con il rischio di formazione di coaguli”.
I sintomi della fibrillazione atriale
In genere la fibrillazione atriale si manifesta con palpitazioni, sensazione di cuore in gola, battito cardiaco irregolare o anomalo o tuffo al cuore, debolezza, difficoltà respiratorie, dolore al torace. In alcuni casi però può essere asintomatica e non dare segni della sua presenza.
Come si diagnostica
L’esame di riferimento per la diagnosi è l’ECG (elettrocardiogramma). Una volta rilevata la presenza di una fibrillazione atriale è importante eseguire anche un ecocardio colordoppler per verificare se sussistano eventuali cardiopatie strutturali.
Le cause e i fattori di rischio della patologia
Le cause di fibrillazione atriale sono molte e diverse: difetti delle valvole cardiache; difetti cardiaci congeniti; enfisema o altre patologie respiratorie croniche; esposizione a sostanze stimolanti come farmaci, tabacco, alcol; insufficienza cardiaca; cardiopatia ischemica; ipertensione; ipertiroidismo o altri squilibri metabolici; apnee notturne; infezioni virali etc.. Oltre a queste cause il fattore di rischio più importante per le aritmie è l’età.
La terapia

“Nei pazienti che soffrono di fibrillazione atriale si è visto che in più del 90% dei casi i trombi originano nell’auricola sinistra, ovvero una specie di sacchettino che “penzola” dall’atrio sinistro, una delle quattro cavità nelle quali è suddiviso il cuore. Per ridurre questo rischio, il trattamento normalmente più efficace è l’utilizzo a lungo termine di farmaci anticoagulanti. In alcuni pazienti, però, questa terapia può associarsi a effetti collaterali anche importanti, come emorragie cerebrali e gastriche, rivelarsi di difficile gestione o non risultare efficace. “In questi casi è indicata chiusura dell’auricola sinistra, una procedura mini – invasiva che viene realizzata attraverso l’inserimento di una piccola protesi o rete che, chiudendo l’auricola, in un’altissima percentuali di casi, circa il 90%, previene la formazione di trombi anche nei pazienti più compromessi, proprio coloro che più spesso pur essendo a rischio di ictus non possono assumere la terapia anticoagulante”. L’intervento, grazie a una collaborazione multidisciplinare, viene effettuato attraverso un accesso miniinvasivo sotto guida ecografica. La degenza in ospedale è di una sola notte e il paziente può immediatamente riprendere le abituali attività una volta dimesso. “La particolarità dell’intervento che abbiamo eseguito consiste nel fatto che il paziente è stato sottoposto a questa procedura aveva già avuto un ictus, causato proprio dalla presenza di un trombo nell’auricola. In genere questa condizione rappresenta una controindicazione, ma in questo caso non c’erano alternative. Il rischio di un secondo ictus, potenzialmente fatale, era troppo alto. Gli abbiamo chiuso l’auricola mediante un filtro, ovvero una retina posizionata in modo da coprire l’origine delle arterie cerebrali impendendo così al coagulo di migrare fino al cervello causando un nuovo ictus”.

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