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Musica

Gli anni d'oro del rock

“Sticky Fingers”. È il 1971 e i Rolling Stones conquistano il mondo

Apprezzato per la voglia evidente di coniugare la tradizione con l’innovazione, rock col country, il blues. Suonato con passione e perizia dagli Stones ma anche da tanti amici e collaboratori straordinari

Dopo Aqualung dei Jethro Tull, ecco un nuovo disco super del 1971

23 Aprile 1971 – Sticky Fingers (ROLLING STONES)

Un disco molto bello che richiese una lunga gestazione dalla fine del ‘69 all’inizio del ’71.

Nel frattempo Brian Jones era annegato nella sua piscina, altri due Lp erano stati pubblicati (“Let it bleed” in studio e ”Get yer ya-ya’s out” dal vivo) e ad Altamont il grande raduno era finito in tragedia.

Nella primavera del ’71 gli Stones si trasferiscono sulla riviera francese per evitare di farsi strangolare dal fisco britannico. Prima di registrare, una breve tournée in patria.

Musicalmente la band è molto carica; il nuovo acquisto, Mick Taylor, straordinario chitarrista blues, proveniente dal gruppo di John Mayall, dialoga alla grande con Keith Richards.

Liberi dal manager Allen Klein e dalla Decca, sottoscrivono un nuovo contratto con Ahmet Ertegun, capo carismatico della Atlantic. Ne nasce un album sporco, volgare, di grande impatto; che parla di droga, di sesso.

Un critico importante ha scritto che “se qualcuno provasse a leccare l’etichetta o ad annusare la copertina probabilmente sballerebbe per una settimana”. Capolavoro già dalla copertina, opera di Andy Warhol. Ritrae le zone intime di un uomo avvolte in un blue jeans con l’organigramma che scalpita. Si ritenne, inizialmente, che il “pacco” fosse di Mick Jagger, in realtà il modello fu l’attore Joe Dalessandro.

La prima edizione aveva la lampo apribile, cucita nel cartone.

Poco apprezzata in Spagna, venne sostituita dalla foto di un barattolo di latta pieno di un liquido vischioso da cui uscivano tre dita femminili (“Sticky fingers” trad. “Dita appiccicose”). È il primo disco in cui compare l’etichetta “Tongue & Lip”, labbroni e lingua.

 

rolling stones (da Wikimedia)

 

Giù la puntina e parte “Brown sugar” dal riff trascinante. Il sax di Bobby Keys e l’intreccio di chitarre di Taylor e Richards in grande evidenza. Testo da interpretare: per alcuni fa riferimento ad una particolare qualità di eroina, per altri ad una dolce ragazza di colore. I soliti ragazzacci…sex, drugs & r’n’r’.

Segue “Sway” un rock/blues lento, strisciante in cui le chitarre dettano il passo, le voci la melodia. Finale pregevole grazie agli archi arrangiati di Paul Buckmaster, direttamente dagli studi di Elton John.

“Wild horses” musica di Keef, testo di Mick Jagger è una dolcissima ballata country. Chitarre che scorrazzano tra accordi, arpeggi e armonici a dipingere un quadro tanto malinconico quanto bello. Dedicata a Marianne Faithfull, ex di Jagger, uscita dal coma per abuso di farmaci.

Segue “Can’t you hear me knocking” pezzo molto mosso tra un incipit hard blues e una jam finale dal sapore latin rock. Il testo parla di droga (“occhi da cocaina”) e non a caso fu parte della colonna sonora del film “Blow” con Johnny Depp nella parte di un narcotrafficante.

You gotta move” è una cover di Mississippi Fred McDowell e del Rev. Gary Davis. Un bluesaccio che sa di profondo south of America. Bella la voce strascicata di Jagger e la slide di Mick Taylor su tutti.

 

rolling stones simbolo lingua

 

Apre il lato B “Bitch” un brano che parte con un grande riff a due chitarre di Richards. Molto tosto. Da sottolineare l’arrangiamento di fiati guidati da Bobby Keys.

Altro blues è “I got the blues” in cui Mick sfoggia una performance notevole. Ennesimo omaggio alla musica del Delta. All’organo un superbo Billy Preston.

Sister morphine” è una straziante ballata sulla droga. Basata su un arrangiamento di chitarre acustiche cui poi seguono piano, batteria e basso. Nei credits anche Marianne Faithfull. Alla slide giganteggia Ry Cooder. Censurata in Spagna per il tema spinoso, venne sostituita da “Let it rock” di Chuck Berry.

Dead Flowers” è invece un pezzo country molto ironico. Accattivante l’alternanza tra il piano (Ian Stewart) e le chitarre di Richards e Taylor.

Chiude un Lp fantastico “Moonlight mile”, un brano up tempo caratterizzato da un incipit morbido di chitarre che piano piano cresce grazie ad uno splendido arrangiamento di archi dal già citato Paul Buckmaster.

Un disco che deve stare nella dispensa di ogni appassionato di rock; ebbe un grande successo di critica e pubblico. Apprezzato per la voglia evidente di coniugare la tradizione con l’innovazione, rock col country, il blues. Suonato con passione e perizia dagli Stones ma anche da tanti amici e collaboratori straordinari.

Imperdibile.

 

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