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La storia

L’ex monastero dei Celestini: uno scrigno di storia e di tesori

Nel 1309 il cardinale bergamasco Guglielmo Longhi acquista alcuni edifici e terreni in Plorzano, antico nome di Borgo Santa Caterina, per costruire un monastero da affidare ai Celestini

Per comprendere la storia del complesso dell’ex monastero dei Celestini a Bergamo si deve iniziare dal 1264 quando Pietro da Morrone fonda la Congregatio Celestinorum. Trent’anni dopo salirà al soglio pontificio come 192º Papa della Chiesa cattolica – dal 29 agosto al 13 dicembre 1294 – con il nome di Celestino V.
Dante lo pone tra gli ignavi dell’Antinferno, indicandolo “come colui / che fece per viltade il gran rifiuto”.

Nel 1309 il cardinale bergamasco Guglielmo Longhi acquista alcuni edifici e terreni in Plorzano, antico nome di Borgo Santa Caterina, per costruire un monastero da affidare ai Celestini. Il 3 ottobre del 1311 avviene la consacrazione della chiesa di San Nicolò ai Celestini alla presenza dello stesso cardinale e del vescovo di Bergamo Cipriano degli Alessandri.
Longhi era stato cappellano papale di Pietro da Morrone e priore della Cappella Reale di San Nicola da Bari, poi papa Celestino, lo nominò cardinale nel 1294.

Il monastero venne ampliato durante la prima metà del Trecento, ma, la sua posizione dislocata dal centro urbano lo vide oggetto di saccheggi e devastazioni. Nel 1339, durante gli scontri tra le fazioni che divisero Bergamo, fu invaso dai ghibellini contrari alla chiesa, e nel 1438 venne invaso dall’esercito visconteo.
Il convento fu abitato da Alberico da Rosciate dal 1358, al ritorno dal suo pellegrinaggio a Roma con la moglie e i tre figli dove pare che avesse incontrato anche Petrarca. È a lui che si devono i lavori di rifacimento e decorazione della chiesa. Egli aveva anche commissionato la realizzazione del chiostro grande completo di una cappella che doveva diventare il suo luogo di sepoltura. Alberigo si fece inumare nella chiesa, sepoltura ricordata con la lapide dove è inciso: His Jacet in arca, legum qui fuit arca. L’epigrafe fu poi collocata nella chiesa mariana accanto al cenoafio del Longhi.

Il Longhi aveva fondato anche la chiesa di Santo Spirito con l’annesso convento e ospedale, e quando la congregazione dei celestini facente parte dell’ordine benedettino venne ceduta nel 1475 per volontà dell’amministrazione cittadina, furono vane le richieste di poter ottenere la gestione della struttura da parte dei celestini di Plorzano, che ebbero come loro sostenitore il condottiero Bartolomeo Colleoni imparentato con l’allora priore, ma che per ordine di Roma, passò ai Canonici regolari lateranensi dell’Ordine di Sant’Agostino.

Nel 1489 venne eretta la torre campanaria sopra un piccolo edificio preesistente, legata alla parte occidentale della chiesa, è in pietra da taglio in conci di piccole dimensioni disposte in modo orizzontale, e con la cima a tronco di cono.

Gli edifici avevano linee architettoniche e arredi molto sobri come era indicato dall’ordine dei padri Benedettini, ma nel Seicento furono modificati con l’aggiunta di stucchi e arredi barocchi, per volontà di Celestino Regazzoni che modificò anche la soffittatura, rimuovendo le antiche capriate con l’aggiunta di un soffitto piano, e con l’affrescatura a opera di Simone Cesareo. Il convento era completo di due chiostri uno di piccole dimensioni di origini medioevali e uno detto chiostro grande con pilastri in pietra e capitelli trecenteschi provenienti da un luogo differente. Venne aggiunta la grande scalinata a due rampe in pietra.

Nel 1704 la chiesa venne ulteriormente ornata di dipinti e stucchi da Antonio Camuzio, nel medesimo periodo fu aggiunto il porticato esterno sul lato sud della chiesa. Nel 1789 la congregazione fu soppressa da parte della Repubblica di Venezia, e i locali divennero anche sede del seminario fino al 1870 quando furono nuovamente occupati dai padri cappuccini che
soggiornarono nel Convento, creando anche un regolare noviziato finché – tornati in possesso della loro antica sede – fecero ritorno in Borgo Palazzo nell’agosto 1882.

Nel 1884 il Comune di Bergamo divenne proprietario dell’immobile e lo destinò all’Ospedale dei contagiosi che durò fino alla costruzione del nuovo ospedale Maggiore in largo Barozzi inaugurato nel 1930.

Nel 1937 Lodovico Goisis, Cavaliere del Lavoro, acquistò dal Comune lo stabile con i terreni adiacenti per poter creare in questo edifici, con opportuni restauri ed adattamento, una nuova sede – dedicando l’opera alla memoria della sua compianta moglie Giuseppina Buonamici – dell’Orfanotrofio femminile di San Giuseppe. Orfanotrofio che era già attivo a Campagnola dal 1890 per volontà dello zio di Lodovico Goisis, Luigi.

“Svoltosi nell’anno 1938 con larghezza di intenti tutto il vasto lavoro di trasformazione con demolizioni, aggiunte di fabbricato e il restauro delle parti monumentali, integrata l’entità degli stabili nel 1939 con la creazione di una nuova costruzione per laboratori e un porticato formante un nuovo cortile riquadrato a chiostro, rettificato con non lieve lavoro il tortuoso tracciato della Roggia nuova Comunale attraversante i terreni attigui al Convento, il gruppo secolare dei fabbricati detto dei Celestini che già appariva come destinato a finire in un cadente abbandono è risorto a vita nuova riprendendo un fervore di quotidianità arriva nella civile opera educatrice del lavoro che dà a chi visita il nuovo Istituto un senso di ininterrotta e gioconda serenità e di riconoscente imperitura gratitudine verso il cittadino che volle compere con rara generosità questa altissima opera di bene” scrisse Luigi Angelini nel suo libro “Vicende e restauri della chiesa e convento di San Nicolò ai Celestini di Bergamo”, Bergamo, 1939.

Descrivendo i lavori di restauro del 1939, Gustavo Giovannoni considerato uno dei più maggiori conoscitori della storia dell’architettura italiana scrisse: “…la Chiesa ed il Convento che ricordano il Pontefice del “gran rifiuto” sono tornati nella mirabile città come cosa viva, non contaminata: ed il loro restauro non ha avuto per conseguenza, come troppo spesso avviene, un monumento perduto, tra le contraffazioni ed i rifacimenti, ma un monumento recuperato alla Storia dell’Arte ed alla bellezza cittadina”.

Generico marzo 2022

LA CHIESA DI SAN NICOLO’
L’aula a unica navata, era composta da tre campata con tetto a capriate poggianti su archi diaframma. La terza campata non si presentava in asse ma leggermente rivolta a sud.
L’edificio fu modificato nel XIII secolo con l’aggiunta di una nuova parte di fabbricato che ha creato la composizione a croce greca, e con la nuova collocazione del presbiterio e dell’altare maggiore spostato di novanta gradi. La zona presbiteriale ha la copertura a volta a crociera con corpose lesene semicircolari che si poggiano su capitelli pensili. La volta mantiene l’affresco raffigurante l’agnello e i simboli della passione di Cristo. La chiesa fu anche innalzata di circa un metro con l’aggiunta di decori ad archetti esterni. La pavimentazione è in lastre nere di ardesia. L’aula sul lato destro, tra la porta e una finestra, conserva la scritta O S C con la croce inserita nella lettera S. Il chiostro conserva sul lato contro la chiesa, l’affresco raffigurante Madonna col Bambino e san Celestino e tre giovani in preghiera.

Nei restauri del 2010 sono stati rinvenuti affreschi molto rovinati ma attributi al Trecento del Maestro dell’albero della vita – Bertolo de Zorli – raffigurante la Madonna in gloria con il Bambino e Santi. Il ciclo I cinque santi: sant’Antonio abate, sant’ vescovo, santa Caterina d’Alessandria, san Nicola e san Cristoforo sono considerati lavoro dell’artista attivo nell’ultimo quarto del XIV secolo chiamato quindi Maestro di San Nicolò ai Celestini.

La volta conserva i dipinti del 1670 di Giuseppe Ceareo.

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