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Rizzini: "Solidarietà e forza di volontà, così è nato l'ospedale da campo in Fiera" - BergamoNews
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Oltre il buio

Rizzini: “Solidarietà e forza di volontà, così è nato l’ospedale da campo in Fiera” video

Sergio Rizzini, responsabile della sanità alpina e dell’Ospedale da Campo dell’Ana, definisce come un vero e proprio miracolo la costruzione di 142 posti letto che hanno salvato la vita a molti bergamaschi. Un’operazione resa possibile grazie a decine di volontari tra alpini, artigiani e tifosi atalantini, sotto il vigile sguardo del busto di Papa Giovanni XXIII

Grazie al supporto dell’Accademia dello Sport per la Solidarietà proseguono le interviste dei protagonisti della pandemia da Coronavirus, che ha colpito la comunità bergamasca, ma ha sconvolto la vita di tutta la popolazione mondiale.

Sergio Rizzini, responsabile della sanità alpina e dell’Ospedale da Campo dell’Ana, ripercorre quanto accaduto dai primi segnali registrati a gennaio 2020, fino all’allestimento dell’ospedale da campo nei padiglioni della fiera di Bergamo.

“Ricordo come fosse ieri, che è iniziato tutto il 4 di febbraio 2020, quando il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, ha attivato la sanità alpina per l’aeroporto di Bergamo. In quel periodo abbiamo controllato 18 mila viaggiatori al giorno, rimanendo operativi dalla mattina alle 5 fino alle 2 di notte”.

Ai primi di febbraio 2020 c’era già la sensazione che i pochi contagi si sarebbero presto trasformati in un’ecatombe di portata internazionale?

Mi sono subito reso conto che situazione era molto più grave di quello che ci si aspettasse. Già l’8 febbraio avevo ipotizzato che sarebbe stata un’emergenza più grave dopo la pandemia registrata con la Spagnola. Nei giorni precedenti, a fine gennaio, ci siamo riuniti a Roma per alcuni incontri di vertice con le forze armate e il
dipartimento di Protezione civile. In quell’occasione ricevetti una telefonata da un altissimo ufficiale dell’esercito che mi chiedeva come avrei organizzato i campi di accoglienza per positivi con tutto il supporto sanitario.

A quel punto, in qualità di responsabile della sanità alpina, come decise di muoversi?

Telefonai subito per ordinare dispositivi di protezione come camici e mascherine, anche se nessuno immaginava che ne sarebbero serviti migliaia, cosa che ci consentì di portare avanti in sicurezza l’attività in aeroporto. Intorno al 21 febbraio iniziai le mie riflessioni su come creare un polmone di accoglienza fuori dagli ospedali.

I momenti sono veramente concitati e non si riescono nemmeno a contare i pazienti contagiati e, purtroppo, anche le migliaia di morti.

L’ospedale Ana è concepito come da campo e all’inizio si pensava alle classiche tende, ma eravamo a marzo e non sapevamo quanto sarebbe durata la pandemia. Serviva una struttura che durasse almeno 4 stagioni e potesse sopportare sia il caldo sia il freddo. Inoltre occorreva fare molta attenzione alla sanificazione dell’aria in modo da prevenire altri contagi.

Mentre tutto il mondo seguiva le vicende di Wuhan e la costruzione della mega struttura sanitaria in Cina, Bergamo riusciva a stupire per laboriosità, ingegnosità e spirito di squadra. In una settimana decine di volontari riescono ad allestire un ospedale con più di 140 posti letto.

Pensammo alla fiera di Bergamo, ma inizialmente si pensava al piazzale. Lavorando quotidianamente con la Regione e il Governo, riuscii a ottenere di costruire un ospedale da campo “sui generis” e cioè all’interno dei padiglioni. In questo modo siamo riusciti a realizzare anche un impianto di aerazione, garantendo aria sanificata sia in entrata che in uscita. Alla fine abbiamo costruito dal nulla un ospedale da 142 posti, 72 di terapia intensiva e 70 in sub intensiva, e abbiamo deciso di regalare il progetto all’Oms. Grazie agli spazi e alle continue sanificazioni, abbiamo ottenuto condizioni particolarmente favorevoli nella cura dei pazienti, registrando una mortalità dieci volte più bassa rispetto alla media.

Nei momenti più difficili è emersa la grande solidarietà di Bergamo, come capitale del volontariato.

L’Accademia dello Sport per la Solidarietà ci ha supportato sin dall’inizio, rispondendo ad ogni nostra richiesta. Ero in contatto tutti i giorni con il fondatore dell’associazione, Giovanni Licini, e abbiamo ricevuto veramente un aiuto indispensabile. Grazie all’Accademia siamo riusciti ad avere un grande impianto d’ossigeno e alcuni imprenditori ci hanno fornito materiale indispensabile, come le bombole, i filtri e tutto il necessario per aprire i reparti e far respirare i bergamaschi.

Molti hanno definito come un vero e proprio miracolo la nuova struttura sanitaria cresciuta dal nulla in pochissimo tempo.

Possiamo affermare che si è mosso l’intero popolo bergamasco e l’ospedale da campo era certificato con una tripla A, l’iniziale di Alpini, Artigiani e Atalantini. Tutti eravamo lì con l’obiettivo di frenare e sconfiggere il virus, per consentire ai propri familiari e amici e cittadini di guarire e tornare alla normalità. Ricordo che il primo giorno di lavoro abbiamo scoperto un busto di gesso di Papa Giovanni XXIII, che ci ha guidato per compiere un grande miracolo. Non ci ha mai fatto mancare la lucidità e nessuno di noi si è fermato per la stanchezza: era come se avessimo una testa sopra di noi come una forza sovrannaturale.

www.sportesolidarieta.it

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