Due anni di pandemia

Garattini: “La ricerca sta sviluppando i farmaci per curare il Covid, ma serve ancora tanta cautela”

Il presidente e fondatore dell'Istituto Mario Negri traccia il punto sulle prospettive terapeutiche

“Non abbiamo ancora farmaci utilizzabili quando la malattia si è già sviluppata, ma tanti laboratori in tutto il mondo ci stanno lavorando”. Così il professor Silvio Garattini, presidente e fondatore dell’Istituto Mario Negri, traccia il punto sulle prospettive terapeutiche del Covid.

A due anni dallo scoppio della pandemia la ricerca ha mosso importanti passi avanti, progressi utili sia nel presente sia nel futuro: abbiamo intervistato il professor Garattini per saperne di più.

Iniziamo dalla stretta attualità: come sta andando la pandemia? Con la variante Omicron siamo vicini all’epilogo?

Ci troviamo in un momento favorevole, ma è difficile fare previsioni sulle prossime evoluzioni perché la situazione è estremamente mutevole: può sempre cambiare, anche con una certa rapidità. La curva dei contagi è in calo, ma è importante essere cauti, anche nell’allentamento delle restrizioni: bisogna continuare a osservare le precauzioni perché un “rompete le righe” generalizzato sarebbe rischioso e magari potrebbe risultare controproducente.

Ma la pandemia sta volgendo al termine?

Ancora non lo sappiamo, ma la logica è questa: più siamo e saremo prudenti più riusciremo a gestire al meglio la situazione e più ci avvicineremo al superamento e al termine della pandemia. Va considerato, inoltre, che bisogna vaccinare tutto il mondo per evitare che insorgano e si diffondano nuove varianti che possano rivelarsi resistenti ai vaccini finora disponibili.

E a due anni dallo scoppio della pandemia quali sono le novità sulle cure contro il Covid-19?

Le novità sono rappresentate soprattutto da due farmaci. Uno, chiamato Molnupiravir (prodotto dalla casa farmaceutica Merck, ndr), inizialmente aveva suscitato molte speranze ma poi il risultato è stato relativamente modesto: protegge solamente per il 30% dalla malattia grave e dalla mortalità, quindi la sua efficacia è comparabile a quella di un trattamento cortisonico. L’altro, invece, si chiama Paxlovid (l’antivirale prodotto da Pfizer, ndr) ed è molto più interessante: ha un’attività che si aggira attorno al 90%, dunque rientra entro livelli elevati. C’è, però, un limite…

Quale?

Entrambi agiscono se vengono adoperati precocemente. Devono essere somministrati entro cinque giorni dal contagio, quindi non sono la soluzione ideale perché avremmo bisogno di farmaci che abbiano effetto quando si sviluppa la malattia, anche in fase più inoltrata, ma ancora non esistono. Sono importanti, invece, per determinate categorie di pazienti, per esempio per chi ha un’immunodepressione e non risponde bene al vaccino, chi sta effettuando una chemioterapia tumorale o trattamenti specifici dopo aver avuto un trapianto d’organo e chi, per altri motivi, ha una scarsa risposta immunitaria e risulta più a rischio. Va precisato, comunque, che questi antivirali non sostituiscono il vaccino perché l’effetto della vaccinazione dura nel tempo mentre i farmaci sono nel periodo in cui vengono assunti, ossia cinque giorni.

Quando potrebbero arrivare farmaci da utilizzare anche in fase non precoce?

Non è possibile indicare una tempistica, ma sono in corso studi in tutto il mondo. Molti laboratori si stanno dedicando alla ricerca di farmaci che agiscano quando comincia a svilupparsi la malattia.

Ma al momento ci sono cure specifiche anti-Covid efficaci da eseguire a casa?

I due antivirali di cui stavo parlando poco fa vanno somministrati in ospedale, sotto controllo medico. Al momento non ci sono ancora farmaci anti-Covid specifici da assumere a casa: quando una persona contrae l’infezione da SARS-CoV-2 per ora è possibile curare i sintomi, per esempio se ha la febbre si può ricorrere a farmaci antifebbrili oppure se ha dolori si può contare su antinfiammatori, mentre nel caso in cui le sue condizioni si aggravassero e avvertisse, per esempio, problematiche respiratorie, si renderebbe necessaria l’ospedalizzazione.

La pandemia ha evidenziato l’importanza della ricerca scientifica e ha portato alla ribalta la tecnologia a mRna adoperata per i vaccini Pfizer e Moderna. Potrà essere utile anche per curare altre patologie?

Si ritiene che la tecnologia a mRna possa essere adoperata per arrivare ad altri tipi di vaccini utilizzabili contro varie malattie infettive, ma anche per certi tipi di tumore. Sono prospettive molto interessanti per il futuro: grazie alla ricerca di base e alla ricerca finanziata dallo Stato e da enti che non hanno scopo di profitto vedremo ulteriori sviluppi di questa tecnologia. Chi vivrà vedrà…

Si potrebbe arrivare a un vaccino contro i tumori?

Sono in corso parecchi studi per giungere a un vaccino che possa essere efficace contro il tumore, ma per ora i risultati sono molto modesti: c’è ancora tanto lavoro da fare.

E per l’HIV?

Diversi laboratori ci stanno lavorando da molti anni, ma non abbiamo ancora un vaccino contro l’HIV. Ci sono, però, farmaci in grado di agire contro questo virus: grazie ai passi avanti compiuti questa infezione è diventata una malattia cronica e si riesce ad affrontare meglio rispetto al passato.

La tecnologia a mRna può essere utile anche per curare le malattie  neurodegenerative?

Potenzialmente sì, può essere adoperata per arrivare alla cura di svariate patologie, anche neurodegenerative. Nella ricerca scientifica le conoscenze acquisite si possono prestare a diverse applicazioni, ma prima di tutto bisogna sviluppare trattamenti adeguati.

Per concludere, guardando al futuro, quali sono le priorità per la ricerca?

Innanzitutto bisogna concentrarsi sulle malattie più gravi. I tumori, che in Italia ogni anno mietono oltre 130mila morti, sono un obiettivo molto importante. Altre priorità sono le malattie neurodegenerative, per le quali al momento abbiamo a disposizione pochissimo. E aggiungo le malattie rare, che purtroppo risultano anti-economiche: nessuno se ne occupa perché i guadagni sono limitati essendo pochi i pazienti, quindi le industrie non sono interessate a investirci. Questo ambito richiede un apporto più importante da parte dello Stato o dell’Europa.

Complessivamente, però, le malattie rare sono tante e sono numerosi anche i pazienti che ne sono affetti

Si, in totale sono circa 7mila e in Europa ne soffrono 3 milioni di persone. Non è una quantità contenuta, ma ogni malattia ha piccoli numeri e sviluppare un farmaco per ognuna è anti-economico per le industrie: lo Stato deve fare qualcosa. In questi giorni è stato pubblicato un volume del Consiglio nazionale delle ricerche che mostra come in Italia ci sia ancora molta strada da fare: abbiamo circa la metà dei ricercatori rispetto alla media europea, quindi spendiamo la metà rispetto alla media degli altri Paesi.

Cosa ne pensa?

Bisogna lavorare molto per fare in modo che la ricerca italiana abbia una sua posizione nel mondo e in Europa. Ci sono troppi pochi ricercatori e troppi pochi soldi: i nostri governi hanno sempre pensato alla ricerca come una spesa e non come un investimento, così il nostro Paese è condannato a non avere sviluppo. È quello che avviene anche in campo farmaceutico: siamo un buon mercato ma contribuiamo molto poco in termini di sviluppo dei farmaci.

A cosa è dovuta questa situazione?

Tutto dipende dall’importanza che viene data alla ricerca da parte dei governi. Negli ultimi decenni in Italia siamo andati sempre un po’ peggio, mentre la situazione era migliore negli anni Sessanta. Il problema è che non c’è una cultura del valore strategico della ricerca: si pensa che sia un costo e non si presta adeguata attenzione alla formazione. Anche nelle scuole non viene dato molto spazio alla scienza: ci sono indirizzi formativi letterari, filosofici e artistici, mentre quelli scientifici sono poco presenti e questa organizzazione condiziona la percezione di tutti. Nel frattempo, continuiamo a perdere i ricercatori, che vanno all’estero dove possono beneficiare di migliori condizioni di lavoro. Dobbiamo cercare di cambiare le cose rapidamente perché gli altri stanno investendo sempre più nella ricerca e l’Italia rischia di restare indietro: per farsi un’idea basta pensare che, per avvicinarci alla Francia, che ha una realtà simile alla nostra, dovremmo spendere almeno 20miliardi in più all’anno per la ricerca.

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