Uomini e storie

A Berbenno ricordato il parroco che salvò due famiglie ebree

Iniziativa degli “Amici di Eleonora” di Endenna, impegnati a fare memoria dell’accoglienza che fu organizzata nel 1943 per 9 persone perseguitate e minacciate, fuggite dal Mantovano e da Milano. Si rifugiarono a Dossello in casa di un contadino che d’accordo con il parroco don Angelo Zois, originario di Berbenno, li ospitò per 5 mesi. Una pagina riaffiorata dal silenzio grazie alla testimonianza della sopravvissuta Lidia Gallico

Berbenno. Un momento molto toccante nella Giornata della Memoria è stato vissuto giovedì 27 gennaio per iniziativa degli “Amici di Eleonora”, alle 10 al cimitero di Berbenno, che hanno scelto non casualmente questo paese. Qui infatti nacque ed è sepolto don Angelo Zois, un prete che – da giovane parroco a Dossello nella Valle del Luio – nel settembre 1943 organizzò il salvataggio di due famiglie ebree. La delegazione salita in Valle Imagna era guidata dal presidente Umberto Chiesa e composta da Fiorenzo Gervasoni, Claudio Maffi, Giusy Chiesa, Fausto e Omar Carminati.

A distanza di 78 anni dal precipitoso espatrio in Svizzera per sfuggire all’arresto – tre giorni di odissea in clandestinità dal 2 al 25 gennaio 1944 – sono stati ricordati i protagonisti di quell’esperienza di solidarietà: chi si impegnò nell’accoglienza e le due famiglie di sfollati in fuga e perseguitati. In prima fila Elisabetta Belotti e Edoardo Nicoli che diedero rifugio prima alla famiglia Gallico (3 persone) poi ai parenti della Goldstaub (6 persone). In una casa contadina isolata, dove vivevano 7 persone, di colpo si ritrovarono in 16 con tutti gli immaginabili pericoli del caso.

Se queste pagine di vita sono state recuperate dal lungo silenzio in cui sono rimaste avvolte lo si deve a Lidia Gallico, che in una testimonianza scritta per il Comune di Albino ha ripercorso quei giorni dell’autunno 1943 sino alla liberazione e al rientro in Italia.

“Solo nel 1989 in una scrittura personale che ho tenuto privata per anni, ho cominciato a rimettere insieme tutti i pezzi delle vicende di quegli anni e ho ripensato a tutto il bene che alcuni ci avevano fatto, senza avere nulla in cambio. Non avevo più saputo nulla della famiglia Nicoli, ma più scrivevo e più mi riaffioravano i ricordi e con essi la percezione del rischio che quella famiglia, insieme a don Angelo Zois, avevano corso. Prima di allora non avevo realizzato del tutto questo fatto. Sono rimasta come impietrita e ci è voluto ancora molto tempo per capire che potevo fare qualcosa, almeno di simbolico, per rimediare al mio silenzio di tutti quegli anni”.

È così che si è venuti finalmente a conoscenza di storie di coraggio e generosità rimaste avvolte nel silenzio dei “giusti” che avevano ritenuto un dovere fondamentale aiutare nell’ombra. Il tutto confluì poi nel libro “Una bambina in fuga – Diari e lettere di un’ebrea mantovana al tempo della Shoah” (a cura di Maria Bacchi, ed. Gilgamesh), con la ricostruzione minuziosa e dettagliata di quel cupo periodo illuminato però anche da compartecipi convergenze umane. Giusy Chiesa, che ha accomunato commossa i Nicoli, i Gallico, i Goldstaub e don Zois ha voluto sottolineare questi aspetti, collegandosi a una conclusione profonda di Lidia Gallico, che oggi ha 90 anni: “La storia dovrebbe essere maestra di vita, ma non sempre impariamo come dovremmo. Del resto basta guardare quanto odio c’è in giro, quante barriere”. E su questo ha voluto insistere nel suo saluto-ricordo il presidente degli “Amici di Eleonora”, Umberto Chiesa, che parafrasando Primo Levi nella ricorrenza del 27 gennaio e della fine di Auschwitz, ha detto: “Chi è stato perseguitato, lo è per sempre”.

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