Quantcast
Giorno della Memoria, posate sei nuove pietre d'inciampo a Bergamo - BergamoNews
Giornata della memoria

Giorno della Memoria, posate sei nuove pietre d’inciampo a Bergamo fotogallery

Il Comune di Bergamo in occasione della Giornata della Memoria ha partecipato al progetto internazionale delle Pietre d’inciampo (Stolpersteine), con la posa di sei pietre (una settima, quella dedicata a Pilade Sonnino, sarà posata a breve, nelle prossime settimane), cariche della memoria di altrettante vite e cinque nuclei familiari

Bergamo. Mattinata intensa quella di giovedì 27 gennaio, nonostante le temperature rigide, in diversi luoghi della città per la celebrazione delle iniziative volute dall’Amministrazione comunale in occasione del Giorno della Memoria, la giornata che commemora le vittime della Shoah e delle atrocità dei campi di sterminio.

Oltre alle cerimonie istituzionali – avvenute nel parco delle Rimembranze e alla chiesetta di Sant’Eufemia alla Rocca di Bergamo, alla stazione ferroviaria di piazzale Marconi e nei giardini di Palazzo Frizzoni, l’Amministrazione comunale, – e alle tante iniziative culturali, il Comune di Bergamo ha proseguito la propria partecipazione al progetto internazionale delle Pietre d’inciampo (Stolpersteine), con la posa di sei pietre (una settima, quella dedicata a Pilade Sonnino, sarà posata a breve, nelle prossime settimane), cariche della memoria di altrettante vite e cinque nuclei familiari.

La prima pietra d’inciampo, donata dal Comitato di Milano e dedicata ad Alessandro Zappata, ha sancito il 27 gennaio 2021 l’ingresso di Bergamo nel circuito europeo della Memoria. Teresa Savio, Giuseppe Stella, Aldo Ghezzi, Roberto Bruni, Ilda e Bella Marianna Sonnino sono i nomi commemorati questa mattina dalle pietre d’inciampo posate nell’ambito delle iniziative pensate per il Giorno della Memoria 2022.

IL DISCORSO DEL SINDACO GIORGIO GORI

Il Sindaco Giorgio Gori è intervenuto, alla presenza delle autorità e di alcuni cittadini, con un breve discorso al Parco delle Rimembranze della Rocca di Bergamo. Ecco il testo del suo intervento:

“Buongiorno a tutti. Saluto le autorità e i cittadini presenti.
Come sapete il 27 gennaio è stato proclamato, per legge della Repubblica italiana, “Giorno della Memoria”, con lo scopo di ricordare lo sterminio degli ebrei avvenuto negli anni Trenta e Quaranta del Novecento e in particolare la fine della Shoah. La data è infatti quella in cui, nel 1945, le truppe dell’Armata Rossa entrarono ad Auschwitz e il campo di concentramento si mostrò agli occhi del mondo con il suo carico di orrori e violenza.
Il Comune di Bergamo celebra ogni anno la ricorrenza, perché fare memoria, ricordare e riflettere sulla nostra storia più recente è parte del nostro dovere civile, un impegno che dobbiamo alle vittime di quelle atrocità, alle loro famiglie, e al quale siamo tenuti anche per responsabilità formativa nei confronti delle giovani generazioni.

Come ogni anno musei, biblioteche e associazioni culturali hanno contribuito alla composizione del programma di questa giornata. Ciascuno, secondo il proprio spirito e metodo, ha collaborato ha collaborato alla costruzione di una rete che, attraverso la cultura, coinvolge l’intera cittadinanza nella necessità di ricordare, approfondire e riflettere. Accanto alle cerimonie commemorative e alle iniziative culturali, l’appuntamento forse più rilevante è quello vede la città di Bergamo proseguire la sua partecipazione al progetto internazionale delle Pietre d’Inciampo.

Come molti di voi sapranno, questo progetto è stato concepito, avviato e realizzato dall’artista tedesco Gunter Demnig – il nome originale dell’iniziativa, in lingua tedesca, è Stolpensteine – proprio al fine di tenere viva la Memoria delle vite dei deportati nei campi di sterminio o degli internati militari uccisi dalla violenza nazifascista. Una Pietra d’Inciampo è un sampietrino, come i tanti che pavimentano le strade della nostra città, un lato del quale è ricoperto da una lastra di ottone, realizzata e incisa a mano da Gunter Demnig. Un semplice sampietrino, ma con una straordinaria forza evocativa, perché collocato davanti all’abitazione del deportato (o della deportata) cui è dedicata: lì dove è stato prelevato, strappato ai suoi affetti e alle sue occupazioni, per essere ucciso senza ragione – chi per finire in cenere, chi in una fossa comune – privando così i famigliari e i discendenti persino di un luogo dove ricordarlo.

Per questo ogni pietra reca la scritta “Qui abitava”, seguita dal nome e cognome della persona cui è dedicata, dall’anno di nascita e dalla data di morte, se conosciuta, ed eventualmente da data e luogo di deportazione. La caratteristica distintiva di Stolpersteine, rispetto a qualunque altro monumento dedicato all’Olocausto, è quella di creare – esattamente nello stesso luogo in cui abitò la vittima dello sterminio dei nazisti e dei loro alleati – una commemorazione personale e al tempo stesso un invito alla riflessione.

La piccola pietra di ottone chiama ciascuno di noi – che parafrasando Primo Levi “viviamo sicuri nelle nostre tiepide case e tornando a casa a sera troviamo cibo caldo e visi amici” – a riflettere su quanto sia importante “ricordarsi di ricordare” e vigilare perché ciò che è accaduto non si ripeta. La prima Pietra d’Inciampo fu posizionata nel 1992, il 16 dicembre, davanti al municipio di Colonia, in Germania, a 50 anni dal cosiddetto “decreto Auschwitz” che ordinava la deportazione di tutte le persone rom e sinti nel campo di concentramento di Birkenau, in Polonia.

Da allora Gustav Demnig ha collocato 70mila pietre in tutta Europa. In Italia le prime 30 vennero posate il 27 gennaio del 2010 e oggi se ne contano diverse centinaia in tutto il paese. Una, come accennavo, anche a Bergamo, posata lo scorso 27 gennaio nel corso di una cerimonia purtroppo costretta ad una forma quasi privata della pandemia, e dedicata ad Alessandro Zappata. Donata dal Comitato per le Pietre d’Inciampo di Milano, ha sancito l’ingresso della nostra città nel circuito europeo della Memoria.

La partecipazione di Bergamo alla crescita di quello che è il più grande monumento diffuso d’Europa prosegue quest’anno con la posa di sette Pietre, cariche della memoria di sette vite: quelle di Teresa Savio, di Giuseppe Stella, di Aldo Ghezzi, di Roberto Bruni e le tre dedicate ai membri della famiglia Sonnino – di queste, una, ovvero quella dedicata a Pilade, sarà posata a breve.

Il progetto è il risultato di un impegno assunto dal Consiglio comunale e condiviso con la Provincia di Bergamo, che ogni anno sarà rinnovato in occasione del Giorno della Memoria. Il dialogo con le associazioni che compongono il tavolo per le Pietre d’Inciampo è stato occasione di crescita della comunità, nella consapevolezza del bisogno di ritrovare la grande Storia, con la S maiuscola, nelle storie personali vissute nella nostra città. Con questo spirito il Comune di Bergamo ha incaricato Isrec e ANED di coinvolgere nel progetto le nuove generazioni per renderle protagoniste delle celebrazioni della posa delle pietre. Le studentesse e gli studenti di sei istituti scolastici di Bergamo diventano così custodi e nuovi testimoni di queste storie di coraggio e resistenza, riempiendo di significato e di promesse per il futuro le commemorazioni di questa Giornata importante. Ma da dove viene questo termine – pietra d’inciampo?

È un’espressione di origine biblica: è una metafora del nostro camminare, una parola «dura» che fa inciampare chi vuole e sa cogliere il significato profondo delle cose. Compare per esempio nella Lettera ai Romani di San Paolo: “Che diremo dunque? Che i pagani, i quali non cercavano la giustizia, hanno raggiunto la giustizia, la giustizia però che deriva dalla fede; mentre Israele, il quale cercava una Legge che gli desse la giustizia, non raggiunse lo scopo della Legge. E perché mai? Perché agiva non mediante la fede, ma mediante le opere. Hanno urtato contro la pietra d’inciampo, come sta scritto: Ecco, io pongo in Sion una pietra d’inciampo e un sasso che fa cadere; ma chi crede in lui non sarà deluso”.

San Paolo scrive in greco. E il termine che usa per indicare la pietra d’inciampo è skándalon. Lo scandalo è ciò che turba la nostra sensibilità, che ci scuote dal nostro torpore, che ci provoca e ci costringe a pensare. La pietra d’inciampo è dunque questo. Inciampare significa essere indotti a pensare, subire il turbamento derivante dalle storie strazianti di donne e uomini deportati e uccisi dai nazifascisti, essere forzati a fermarsi, ricordare e tramandare. Ognuna di queste pietre d’ottone è posata appositamente per far “inciampare” la nostra quotidianità, per farci «cadere» su episodi che non conoscevamo, per ricordarci che lì, in quella casa davanti alla quale passiamo ogni giorno con indifferenza, si è consumata una tragedia che riguarda anche noi”.

Pietre d'inciampo - giornata della memoria

LE SETTE PIETRE D’INCIAMPO

ALDO GHEZZI
Via Pignolo 42
“Biondo, dal viso magro, carico come un mulo, stanco e sudato”, così Aldo Ghezzi appare a Aldo Battaggion quando lo incontra nel novembre 1943 a Zambla. Nato il 21 luglio 1923 in via Pignolo 42 e cresciuto in quella strada che, all’inizio del Novecento, è la più popolosa della città, Aldo era l’unico figlio di Giulietta Guerini, casalinga, e Camillo, falegname e socialista, da cui eredita la passione per la politica. Già nel 1941 Aldo, giovane tipografo, entra in contatto, attraverso Tobia Piccinini, con Dante Paci e inizia a formarsi politicamente.
Attivo nella Resistenza fin dal settembre 1943, è catturato nel febbraio 1944: detenuto a Sant’Agata e quindi a San Vittore, viene trasferito a Fossoli e poi a Bolzano.
Il 18 novembre 1944 è deportato a Mauthausen: è ad Ebensee, nella primavera 1945, vede entrare gli Alleati, ma muore di stenti il 3 giugno.

BELLA MARIANNA ORTONA
ILDA SONNINO
Via San Bernardino 17
PILADE SONNINO (Livorno 1900 – Mauthausen 1945)
Via Giovan Battista Moroni 24
La famiglia Sonnino, di origine ebraica, si trasferisce a Bergamo all’inizio degli anni Venti: apre un negozio di tessuti in viale Roma (oggi viale Papa Giovanni XXIII) e prende casa nel cuore del Borgo San Leonardo. Il figlio Pilade sposa Luigia Caspis e dopo alcuni anni fuori Bergamo torna ad abitare con la moglie e la piccola figlia Argìa in via Moroni.
Schedati ed emarginati dalle leggi razziste del 1938, sono deportati quando la persecuzione dei diritti diventa persecuzione delle vite. Dopo essere state detenute a Sant’Agata, Ilda e la mamma Bella Marianna sono trasferite a Fossoli e da qui, il 5 aprile 1944, a Auschwitz: Bella Marianna è gasata all’arrivo, Ilda muore a Bergen Belsen nel febbraio 1945. Pilade è arrestato il 17 agosto 1944 , detenuto a Sant’Agata e poi a San Vittore è quindi trasferito a Bolzano. Da qui è deportato a Mauthausen, dove è immatricolato come politico. Muore il 29 aprile 1944 pochi giorni prima della liberazione del campo.

GIUSEPPE STELLA
Via Borgo Palazzo 25
Giuseppe Stella nasce l’1 giugno 1913 e diventa uomo mentre il fascismo trasforma l’Italia in una dittatura che porta il paese a vivere in uno stato di guerra permanente. Assolve ai suoi obblighi militari nel 1933 nel V Reggimento Alpini ed è impegnato prima nella guerra d’Etiopia e poi in quella di Spagna. Nel marzo 1940 si sposa con Mercede Sperani e dopo un mese dall’inizio della Seconda guerra mondiale diventa papà. Richiamato alle armi è inviato a Tirano; Stella, che non aveva mai chiesto una licenza, dal gennaio all’aprile 1943 ne domanda quattro: sua moglie è incinta per la seconda volta. Quando nasce Annamaria, Stella è lontano da Bergamo, prigioniero dei tedeschi, internato militare insieme a quei circa 650.000 militari che, catturati dai tedeschi e portati nel Reich, si rifiutano di tornare a combattere per la guerra nazifascista. Le ragioni della scelta di Stella ci sono ignote, ma ci piace pensare che siano quelle di un uomo che dopo tanta guerra avesse riscoperto, attraverso la nascita dei figli, la vita e il suo bisogno di cura. Muore a Berlino l’1 aprile 1944.

ROBERTO BRUNI
Via Cucchi 3
Roberto Bruni nasce l’8 ottobre 1914, figlio di Luigi e Maria Artifoni, fratello più piccolo di Amalia (1913) e più grande di Eugenio (1915). La famiglia è di esplicite convinzioni antifasciste e crescere a casa Bruni significa imparare la libertà come irrinunciabile destino. Ѐ forse la consapevolezza di quella superficialità, ipocrisia e passività a cui il fascismo vuole educare un intero popolo che fa di Roberto un “lupo timido e scontroso” come lo ricorderà un amico
Tra gli autori, insieme al fratello e ad alcuni amici, dei primi espliciti gesti antifascisti in città, Roberto è arrestato con Eugenio nel maggio 1944 in val Cannobina. Entrano a San Vittore il 19 luglio. Trasferiti a Bolzano il 9 ottobre, un mese dopo sono a Dachau: Roberto con il numero 113156, Eugenio con il 113157. Il tifo divide le loro strade: Eugenio, malato, entra in infermeria, Roberto resta nel blocco e muore il 12 febbraio 1945.

TERESA SAVIO
Parco del Quintino
Durante la Seconda guerra mondiale, alle porte di Bergamo era attivo il campo per prigionieri n. 62, più noto come campo della Grumellina. Dopo l’8 settembre 1943 il campo è abbandonato dalle guardie fasciste e all’ingresso dei nazisti a Bergamo gli ex prigionieri fuggiti sono ricercati per essere deportati nei Lager in Germania e alla popolazione è intimata la loro consegna. All’epoca Teresa Savio è una donna di trent’anni: era nata a Valtesse il 16 marzo 1913, prima figlia di Antonio e Rosa Scarpellini, sorella maggiore dei due gemelli Marco e Angelo e dal 1931 lavorava come domestica presso la famiglia Curti. Insieme a Lydia Curti si impegna nell’aiuto ai prigionieri in fuga: il 2 dicembre 1943 le due donne sono arrestate e il 29 condannate dal Tribunale militare germanico. Portate al carcere di Monaco, il 26 febbraio 1944 sono inviate a Hagenau. Costrette a lavorare per l’industria tedesca, sono trasferite a Ebersbach. Qui rivedono la libertà il 22 aprile 1945, ma Teresa, ferita in un incidente stradale, muore all’ospedale di Göppingen il 27 maggio 1945.

Vuoi leggere BergamoNews senza pubblicità?   Iscriviti a Friends! >>
commenta

NEWSLETTER

Notizie e approfondimenti quotidiani sulla tua città.

ISCRIVITI