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Musica

Gli anni d'oro del rock

“Layla”, l’amore disperato di Eric Clapton diventa poesia

“Layla and other assorted love songs” è un album imperdibile; assaporatelo e maneggiatelo con cura e non vi tradirà

Siamo alla quinta puntata del nostro viaggio (dopo “Moondance” di Van Morrison, “Deja vu” di C.S.N.& Y , “In rock” dei Deep Purple e “Abraxas” dei Santana) nella storia del rock. Un doppio Lp in cui Eric Clapton nasconde il proprio dolore, firmando un capolavoro a nome Derek & the Dominos.

Novembre 1970 – Layla and other assorted love songs (DEREK & THE DOMINOS)

Alla fine degli anni ’60 Clapton è una star affermata, sui muri di Londra hanno scritto: “Clapton is God”. Ha militato in band importanti come gli Yardbirds, i Bluesbreakers di John Mayall. Chiude l’avventura fantastica con i Cream, va in tour con Delaney & Bonnie, crede ciecamente nel supergruppo Blind Faith (Steve Winwood, Ginger Baker e Ric Grech). E pubblica pure il suo primo album solista.

Ma non è contento, è disperato; si è gettato in questo vortice proprio per non pensare a quanto sia triste la sua vita. È perdutamente innamorato, non corrisposto, della modella Pattie Boyd, moglie del suo migliore amico, George Harrison. Eric da piccolo è stato abbandonato dalla madre e questo ennesimo rifiuto lo fa cadere in depressione. Tenta di annegare il suo blues in fiumi di donne, droghe e alcool, ma solo la musica può salvarlo.

Ispirato da un’antica fiaba persiana che racconta della tragica storia d’amore tra Majnun e Layla, dedica alla bella Pattie la sua vita, la sua musica, urlando tutta la sua disperazione. Stanco del peso della fama, decide di vedere l’effetto che fa pubblicare un disco sotto mentite spoglie. Interpreta Derek, alla voce e alla chitarra e si fa accompagnare da quattro compari notevoli: Bobby Whitlock alle tastiere, Carl Radle al basso, Jim Gordon alla batteria, provenienti dalla band di Delaney & Bonnie e soprattutto da Duane Allman alla chitarra slide, fondatore del fantastico gruppo degli Allman Brothers.

Ne nasce un doppio album (14 brani), di grande impatto: rock, blues suonato come l’altissimo comanda.

eric clapton layla

Giù la puntina e parte “I looked away”, pezzo morbido cantato da Clapton e Whitlock. La chitarra ha un suono dolce e disperato come Derek perché, come recita il testo “è un peccato amare la donna di un altro uomo”. Palese il riferimento alla moglie di George.

Con il secondo pezzo, “Bell bottom blues”, si sfiora la tragedia: ”Vuoi lasciarmi strisciare sul pavimento” urla un affranto Clapton. Ballata tra le più avvolgenti del chitarrista, dalla bella e malinconica linea melodica; non da meno i contrappunti di chitarra e organo, davvero deliziosi.

Poi il Lp si snoda tra pezzi rock tosti come “Keep on growing”, “Anyday”, “Tell the truth”, composti e cantati da Clapton e Whitlock. Trascinanti e roboanti, vedono un intreccio di chitarre da brividi, che sa essere scintillante o vellutato come le dita di Eric e Duanne.

Spazio al blues con “Nobody knows you..”, “Key to the highway”, “Have you ever loved a woman”, cover di brani di Jimmie Cox, Willie Broonzy, Billy Miles, cui la band rende omaggio suonando al meglio. Assoli strazianti in cui Clapton (accompagnato da uno strepitoso Duane Allman) sfoga la sua frustrazione.

Si apre la seconda facciata con “I am yours”, altra dedica alla amata Layla alias Pattie: ”Io sono tuo non importa quanto siamo lontani”. Brano folkeggiante che si distoglie dal binomio blues/rock che contraddistingue il resto dell’album.

Con il brano successivo Derek rinnova la sua tristezza; basti pensare al titolo: “Why does love got to be so sad?”. A contrapporsi alle parole una musica che spacca fin dall’incipit. Voce e chitarra in un botta e risposta che macina come un rullo compressore. Assolo di chitarre da incorniciare.

Come da incorniciare è l’ultima facciata: si apre con “Little wing” uno dei tanti pezzi epocali di Jimi Hendrix. L’amico/rivale era morto da appena due mesi e Clapton, eseguendone un versione commossa e sognante, rende omaggio al chitarrista venuto da un altro pianeta. È certamente uno dei brani più sentiti e riusciti dell’intero album.

Segue “It’s too late” una ballata blues di Chuck Willis, in cui Eric confessa la sua infelicità; “lei se ne andata ed è troppo tardi”. Per l’ennesima volta Clapton urla il suo tormento a cui Whitlock risponde con un controcanto appassionato.

Fermi tutti: penultimo brano è “Layla”, un pezzo di storia della musica rock. Fin dall’inizio con quel riff che tutti ricordano; i meno giovani anche per la pubblicità anni ’70 del cavallo bianco che scorazzava su una spiaggia dorata. Cosa dire? Musica illuminante anche per menti stolide; troppo trascinante, troppo cantabile per non piacere al mondo intero; con quel finale poi di piano e chitarra che vorresti non finisse mai.

Difficile commentare cotanta bellezza.

Si chiude alla grande con “Thorn three in the garden”, due minuti e mezzo per poesia e chitarra (Clapton), composta e cantata dal pianista Bobby Whitlock. Bellissima e struggente.

Layla and other assorted love songs” è un album imperdibile; assaporatelo e maneggiatelo con cura e non vi tradirà. Accattivante fin dalla copertina; un bel dipinto di Layla, l’affascinante bionda di cui il protagonista è follemente innamorato. Al tempo non ebbe un gran riscontro, anche perché nessuno sapeva che Derek in realtà era Eric. Ma con gli anni è entrato nel cuore degli appassionati del rock, diventandone una pietra miliare. Grandi musicisti e grandi autori per un grande album.

14 pallini su 10 come 14 sono i brani che lo compongono.

Eric Clapton (Getty Images)

 

ERIC CLAPTON è stato certamente uno dei musicisti più cool del panorama mondiale. Molto elegante nel vestire, sempre alla moda, si distingue soprattutto per la musica che si libera dalle sue mani. Partendo dal blues del Delta percorre una strada lastricata di successi di critica e pubblico. Nei ’60 suona e rivisita il blues classico con Yardbirs e John Mayall, per poi sperimentare un hard blues con i Cream.

Dopo le parentesi con Blind Faith e Delaney & Bonnie, nel 1970 dà inizio alla carriera solista. Da allora ad oggi, tra alti e bassi, oltre 20 album in studio e innumerevoli live. Dal blues al rock al pop, da solo o insieme ad artisti del calibro di Beatles, BB King, JJ Cale, Bob Dylan, Elton John, Mark Knofler, Roger Waters, Buddy Guy, Robert Cray.

Fin dai primi successi  passa attraverso tutte le dipendenze possibili, dalla droga all’alcool, per gran parte della sua carriera. Ma sempre grazie alla musica si rialza, anche dopo la perdita del figlio Conor di quattro anni. Proprio da quella tragedia nascerà l’album più sentito e anche di maggior successo di Clapton, “Unplugged” del 1992.

Da annoverare tra i tanti capolavori “461 Ocean Boulevard” (1974), “Slowhand” (1977), “Just one night” (1980), “Pilgrim” (1998), “Riding with the King” con BB King (2000) e “Road to Escondido” con JJ Cale (2006).

Eccellente chitarrista, scopre nei primi ’70 di avere anche una gran voce, piena di groove. Soprannominato “Slowhand” (manolenta) per quel suo modo di cesellare le note, ha fatto piangere le sue chitarre creando un suono unico; caldo, pulito ed inconfondibile.

Meno spettacolare di altri, privilegia la bellezza, il feeling alla tecnica (che comunque possiede in dosi spropositate). Basti pensare a “Presence of the Lord”, “After midnight”, “Blues power”, “Layla”, “Bell bottom blues”, “Cocaine”, “Wonderful tonight”, “Tears in heaven”. Uno dei più grandi di sempre.

 

 

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