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Trovandosi in difficoltà economiche, l’ex star di rodeo Milo accetta di riportare a casa il figlio del suo capo in cambio di denaro; durante il cammino i due avranno occasione di conoscersi meglio, crescendo aiutandosi a vicenda

Titolo: Cry Macho – Ritorno a casa
Regia: Clint Eastwood
Durata: 105’
Genere: Western, drammatico
Interpreti: Dwight Yoakam, Clint Eastwood, Eduardo Minett, Natalia Traven, Fernanda Urrejola, Horacio Garcia Rojas
Programmazione: Cinema
Valutazione IMDB: 5.7/10

Texas, 1980: l’ex campione di rodeo Michael “Mike” Milo (Clint Eastwood) dopo una vita di imprese sportive si trova sommerso dai debiti. I bicchieri al bar sono passati da svago occasionale a passatempo fisso e ormai l’impiego da addestratore di cavalli non è più sufficiente per ripagare la cifra che deve al suo capo, Howard Polk (Dwight Yoakam). Questi è infatti il proprietario del ranch dove Milo lavora da molto tempo e per liberarlo dal debito gli propone una missione fortemente rischiosa. L’addestratore dovrà attraversare il confine con il Messico per riportare il figlio di Howard, Rafael (Eduardo Minett), a casa dopo che la madre Leta (Fernanda Urrejola), pesantemente alcolizzata, se l’era portato appresso tempo prima. Milo accetta ma una volta arrivato a destinazione dovrà fare i conti con la testardaggine di un ragazzo traumatizzato e con degli scagnozzi dalle intenzioni tutt’altro che pacifiche. Durante la strada di ritorno inoltre i due, benché lontanissimi anagraficamente e continuamente sorpresi da ostacoli inaspettati, iniziano a conoscersi meglio aiutandosi l’un l’altro a crescere e a migliorarsi.

Diretto, prodotto ed interpretato dall’intramontabile Clint Eastwood, “Cry Macho” è un lungometraggio del 2021 che riporta in auge il genere Western in tutto il suo vetusto splendore. Adattamento cinematografico del romanzo omonimo pubblicato nel 1975 da Richard Nash, chiamato per questo nella stesura della sceneggiatura, il film racconta una grande storia di redenzione vissuta tra pistolettate e aride distese sabbiose. Le tematiche sono intuibili a partire già dal titolo dell’opera che, in modo del tutto ossimorico, accosta l’azione del pianto al “macho”, espressione usata per indicare uomini rocciosi, duri e insensibili a qualsiasi tipo di emozione: in poche parole il tipico cowboy. In questa storia però la figura cardine del western viene umanizzata a tal punto da renderla del tutto fragile, mostrandola così in tutta la sua estemporaneità all’interno di un mondo che probabilmente non gli appartiene più. È ironico forse che proprio colui che ha reso grande questo genere interpreti un ruolo che suona quasi come un testamento, o come un segno che anche nel cuore del più coriaceo dei cowboy debba albergare, seppure in minima parte, una piccola quantità di sensibilità e di amore verso il prossimo, ma questo è proprio il leit motiv del film.

“Cry Macho” non è però solo un passaggio di testimone tra una generazione e l’altra, ma presenta anche delle importanti differenze rispetto al romanzo originale in modo da approfondire al meglio quei lati controversi della contemporaneità che, soprattutto in tema di immigrazione, vengono ignorati dai più, nella speranza forse che prima o poi si risolvano da soli.

Interpretato da un protagonista di novantun anni (e sul grande schermo da più di sessanta) che si muove all’interno della storia con una naturalezza che solo più di mezzo secolo di esperienza può dare, il film affonda le sue radici nelle più profonde eredità western, senza però dimenticarsi mai il lato umano di due persone che, seppur diverse, si portano dietro un bagaglio di traumi e di fatiche terribilmente comuni.

Battuta migliore: “Questa storia del Macho è sopravvalutata”