Quantcast
Vaccini anti-Covid: "Quando è meglio prenotare la terza dose" - BergamoNews
L'intervista

Vaccini anti-Covid: “Quando è meglio prenotare la terza dose”

Ne parliamo con la dottoressa Ariela Benigni dell'Istituto Mario Negri

Stanno registrando un vero e proprio boom le terze dosi di vaccino anti-Covid. Le rilevazioni della Fondazione Gimbe, che si occupa di monitoraggio del sistema sanitario, evidenziano un importante aumento delle somministrazioni, che stanno crescendo giorno dopo giorno.

Le prenotazioni sono aperte a tutti i cittadini maggiorenni per i quali sono trascorsi almeno 5 mesi dal completamento del ciclo vaccinale primario. Una circolare del Ministero della Salute in vigore dallo scorso 24 novembre, infatti, ha stabilito una riduzione dell’intervallo a 5 mesi tra la seconda e la terza dose, mentre prima erano 6. In altri Paesi come Gran Bretagna, Grecia e Corea del Sud, invece, questo lasso di tempo è minore ed è stato quantificato in 3 mesi. Ma a cosa è dovuta questa disparità? Ed esiste una tempistica migliore, dal punto di vista scientifico, per prenotare la terza dose? Lo abbiamo chiesto alla dottoressa Ariela Benigni, segretario scientifico e coordinatore delle ricerche delle sedi di Bergamo e Ranica dell’Istituto Mario Negri.

Come viene quantificato il tempo che deve trascorrere tra la seconda e la terza dose?

Viene calcolato considerando diversi parametri di natura scientifica che, poi, si traducono nei provvedimenti presi dalle istituzioni competenti. Innanzitutto viene considerata la durata della protezione che il vaccino anti-Covid riesce a darci: gli studi hanno evidenziato che questa copertura comincia a ridursi a tre mesi dalla conclusione del ciclo vaccinale primario, cioè dalla somministrazione della seconda dose. Il calo diventa ancor più profondo a sei mesi di distanza e, man mano, prosegue fino ad azzerarsi, anche se va considerato che ci sono differenze legate al vaccino che è stato effettuato.

In che senso?

Le ricerche hanno rilevato una riduzione maggiore nelle persone che hanno ricevuto il vaccino Janssen (il monodose Johnson & Johnson), tant’è vero che adesso stanno effettuando la dose di richiamo, che per loro è la seconda. Successivamente, a calare è Pfizer e infine Moderna, che risulta il vaccino in grado di fornire protezione per un periodo di tempo superiore rispetto agli altri. È il risultato che emerge da uno studio condotto dal dipartimento per i Veterans Affairs americano pubblicato da poco sul New England Journal of Medicine, che costituisce il primo confronto testa a testa su larga scala tra questi due vaccini a mRNA.

Ci spieghi

Lo studio ha evidenziato che sia Pfizer sia Moderna hanno un’efficacia elevata ma il secondo offre una protezione leggermente più alta sia in termini di copertura dall’infezione e dall’ospedalizzazione. Sono ottimi entrambi ma, indipendentemente dal ceppo di virus predominante – prima Alfa e poi Delta – Moderna ha mostrato di essere leggermente più efficace nel stimolare la risposta anticorpale. La ricerca è stata condotta considerando un significativo campione di persone: ha preso in considerazione circa 440 mila veterani americani che avevano ricevuto uno dei due vaccini a mRNA, verificando la frequenza e la gravità di eventuali infezioni nei 4 mesi successivi alla seconda dose.

E cos’è emerso?

Complessivamente, in questo periodo, si sono verificate 2.016 infezioni (1.135 nei vaccinati Pfizer-BioNTech, 881 in quelli Moderna); 559 erano sintomatiche (rispettivamente 327 e 232). Di queste, 411 (258 e 153) hanno richiesto il ricovero, per 125 (77 e 48) è stata necessaria la terapia intensiva e 81 hanno avuto come esito la morte (43 e 38). Sulla base di questi numeri, i ricercatori stimano che Moderna riduce di un ulteriore 21% il rischio di infezione da SARS-CoV-2 rispetto al vaccino Pfizer-BioNTech per il quale il rischio di infezione sintomatica è inferiore del 28%, quello di ricovero del 41%, della necessità di terapia intensiva del 27% e di morte del 9%.

Ma le stesse considerazioni valgono anche per la variante Omicron?

Su questo aspetto i risultati degli studi non sono univoci ma convergono nell’indicare che le due dosi di vaccino riescono a dare una protezione sebbene minore contro Omicron rispetto alle altre varianti. Sembrano indicare un’efficacia, però, i dati relativi alla somministrazione della terza dose, che al momento sono raccolti in real life: non sono state ancora pubblicate ricerche perché non è trascorso ancora tempo sufficiente per raccogliere abbastanza informazioni in merito.

Oltre alla durata della protezione dei vaccini quali fattori incidono nel determinare l’intervallo di tempo tra la seconda e la terza dose?

La tempistica viene quantificata anche sulla base dei dati relativi all’aumento dei contagi e soprattutto dei ricoveri in ospedale. Inoltre incide il numero dei vaccinati perché, se sono tanti, la circolazione del virus è minore. Valutando queste informazioni viene stabilito quando è meglio effettuare la terza dose, perciò la tempistica può essere diversa da un Paese all’altro. Viene scattata una fotografia della situazione in cui si trova una determinata nazione e, partendo da questo quadro, ogni governo individua il lasso di tempo più adatto. In Gran Bretagna, Grecia e Corea del Sud, quindi, è possibile prenotare la terza dose a tre mesi di distanza dalla seconda perché preoccupa l’andamento della pandemia in questi Paesi.

Per concludere, è possibile che, essendo stati duramente colpiti nella prima ondata, in Italia siamo diventati più “resistenti” al Covid?

Per rispondere a questa domanda possiamo considerare la provincia di Bergamo dove, per il momento ci sono meno contagiati perché c’è un alto numero di vaccinati e di persone che hanno avuto il Covid: con ogni probabilità il connubio fra questi due aspetti sta dando alla popolazione una copertura maggiore.

Vuoi leggere BergamoNews senza pubblicità?   Iscriviti a Friends! >>
commenta

NEWSLETTER

Notizie e approfondimenti quotidiani sulla tua città.

ISCRIVITI