Il video della sentenza

Dalmine, 21 anni al figlio di Colleoni: l’omicidio dopo una vita di umiliazioni video

La Corte d'Assise ha accolto la ricostruzione dell'accusa per quanto accaduto il 2 gennaio al ristorante Il Carroccio dell'ex esponente leghista

Bergamo. Un delitto d’impeto commesso al culmine dell’ennesima lite, dopo anni di umiliazioni. La Corte d’Assise di Bergamo ha accolto la ricostruzione dell’accusa e mercoledì ha condannato Francesco Colleoni a 21 anni di carcere per l’omicidio del padre 68enne Franco.

La tragedia familiare si è consumata lo scorso 2 gennaio nel cortile del ristorante Il Carroccio in via Sertorio a Brembo di Dalmine. Secondo quanto appurato dagli investigatori, coordinati dal pm Emanuele Marchisio, quel giorno, un freddo sabato invernale, Francesco si alza come suo solito di buon ora, intorno alle sei.

Dopo la doccia e la colazione con la mamma, che era separata dal marito e abita in uno dei tre appartamenti sopra il ristorante, il giovane scende per i preparativi in vista della riapertura post lockdown dell’attività di famiglia, dove lavorava come cuoco. Lì, intorno alle 10, incrocia il papà e come spesso capitava i due iniziano a litigare.

Un’ora più tardi Franco esce in giardino, vede due paletti di legno a terra e torna  dal figlio accusandolo di averli fatti cadere. I toni si accendono con qualche spintone, fino a quando il 68enne rifila uno schiaffo al giovane. È la goccia che fa traboccare il vaso: Francesco si avventa sul padre e dopo una scazzottata lo fa cadere e gli sbatte la testa contro le pietre del vialetto fino a ucciderlo.

A questo punto, sempre secondo l’accusa, che aveva chiesto una condanna a 22 anni e mezzo, entra nell’abitazione della vittima e apre alcuni cassetti per simulare una rapina, poi si dirige nella sua casa e va in bagno a lavarsi per cercare di cancellare qualsiasi traccia.

Ma la sera stessa, in caserma, i carabinieri notano una macchia di sangue sulla sua felpa (che poi risulterà essere misto a quello della vittima) e soprattutto un livido sul volto compatibile con lo schiaffo. A inchiodare Francesco, da solo col papà quel giorno, anche la testimonianza di due passanti, che sentono un uomo urlare aiuto e poi dei colpi sordi, riconducibili e quelli del cranio che batte sulle pietre. I testimoni aspettano qualche minuto ma non vedono nessuno scappare, smentendo così l’ipotesi dell’irruzione di rapinatori.

Davanti ai militari Francesco racconta del litigio e aggiunge che “gli è scoppiata la vena”. Intercettato mentre parla con la madre spiega poi di “non essersi mai sentito così libero dopo anni senza alcuna gratificazione ma solo tante umiliazioni”: si riferisce al padre che fin da piccolo lo picchiava anche solo per un brutto voto a scuola.

Proprio riguardo quelle intercettazioni la difesa, guidata dall’avvocato Enrico Cortesi, che aveva chiesto l’assoluzione del suo assistito per non aver commesso il fatto e in subordine la condanna per omicidio preterintenzionale, ha provato a replicare parlando di un modo per rassicurare la madre.

Il legale ha aggiunto che gli inquirenti non hanno cercato impronte di estranei o segni di effrazione e che quel giorno qualcuno potrebbe essere entrato in casa e aver aggredito Franco per motivi legati al suo carattere duro, per la condanna per molestie che gli era stata inflitta anni fa o magari per i suoi trascorsi nella Lega.

Una tesi scartata dalla Corte presieduta dal giudice Giovanni Petillo, che dopo poco più di un’ora di camera di consiglio ha pronunciato la sentenza di condanna.

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