Quantcast
“È stata la mano di Dio”: i gol di Maradona, il golfo di Napoli e Paolo Sorrentino - BergamoNews

Cinema

La recensione

“È stata la mano di Dio”: i gol di Maradona, il golfo di Napoli e Paolo Sorrentino

Proprio in queste ore candidato ai Golden Globe come miglior film straniero, il film è un autobiografia giovanile di Sorrentino con elementi romanzati prodotta, distribuita e pubblicata dal 15 dicembre su Netflix

Titolo: È stata la mano di Dio

Regia: Paolo Sorrentino

Durata: 130’

Genere: Drammatico, autobiografico

Interpreti: Filippo Scotti, Toni Servillo, Teresa Saponangelo, Luisa Ranieri, Massimiliano Gallo,  Renato Carpentieri

Valutazione IMDB: 7.9/10

Programmazione: Cinema dal 24 novembre e Netflix dal 15 dicembre

Trailer: https://youtu.be/ahJbjvSjFGo

Nato in un ambiente medio borghese di Napoli, Fabietto Schisa (Filippo Scotti) è un giovane studente del liceo classico che non ha ancora capito il vero senso della vita. Forse vuole fare filosofia dice a sua madre, magari è invece il cinema, ma la certezza è quella di sfruttare al meglio la sua sensibilità ben oltre la media degli adolescenti. Oltre agli onori, il suo carattere ha però dei pesanti oneri e questa diversità di vedute rispetto ai compagni gli preclude molte amicizie, costringendolo a passare la maggior parte del suo tempo in compagnia di una famiglia del tutto insolita, accompagnandosi talvolta anche ad un contrabbandiere di sigarette.

Nel gruppo degli Schisa trova spazio l’umanità più variegata: si va dalla zia malata psichiatrica al fratello che vuole fare l’attore senza successo, dalla cugina fidanzata con un uomo con le corde vocali lesionate alla prozia tanto scorbutica quando ghiotta di mozzarelle partenopee. All’interno del manipolo sono compresi anche i genitori di Fabio, Maria e Saverio (Teresa Saponangelo e Toni Servillo), persone che per celare un matrimonio giunto al capolinea si rifugiano in smancerie raffazzonate e dolcezze forzate, lasciandosi andare in furiosi litigi al riemergere di conflitti mai sopiti.

È una situazione difficile è vero, ma per Fabietto ora c’è qualcosa di più importante a cui pensare: il Napoli, squadra per cui tifa da quando è nato, è in trattativa per ingaggiare Diego Armando Maradona, campione argentino e numero 10 dalle qualità uniche al mondo. Le sue giornate si alternano tra un “arriva?” sognante ed un “no non arriva” più realista, data la scarsa disponibilità di fondi messa a disposizione dal presidente e, più di tutto, la concorrenza della Juventus di Agnelli per portare in bianconero il Pibe.

L’acquisto com’è noto andrà a buon fine, ma la vita di Fabio sta per giungere ad una fase critica e un lutto improvviso gli aprirà gli occhi, dolorosamente, su cosa lo aspetterà in futuro.

Lungometraggio scritto e diretto dal regista vincitore del premio Oscar Paolo Sorrentino, “È stata la mano di Dio” proprio in queste ore candidato ai Golden Globe come miglior film straniero, è un autobiografia giovanile con elementi romanzati prodotta, distribuita e pubblicata da Netflix. Triste storia di un ragazzo “destinato alla sensibilità”, la vita di Sorrentino non è certo stata delle più facili e analizzando il lungometraggio diviene chiaro come molte delle sue tematiche ricorrenti derivino proprio da un trauma che a distanza di decenni urla ancora molto forte.

Argomenti come la disillusione dell’uomo moderno in un ambiente ostile, le insicurezze celate dietro a sfarzi barocchi e ricchezze senza senso, per arrivare in fine ad una realtà il cui senso ultimo si nasconde nella profonda meraviglia che solo l’arte (nelle sue forme più varie) può mostrare, diventano ancor più forti se letti alla luce di un’adolescenza finita troppo presto in un aula del pronto soccorso.

Non c’è però solo sofferenza ed autocommiserazione nel romanzo di formazione portato in scena da Sorrentino, dal momento che tutta la vicenda si dipana con il sottofondo di un sogno che si realizza, l’arrivo di Maradona a Napoli, con tutto quello che ciò ha significato per una magnifica città troppo spesso abbandonata per sciocchi pregiudizi. Quella del regista partenopeo non è allora solo una lettera all’immatura versione di sé, che in futuro scoprirà come anche dietro alla sofferenza più grande può celarsi una grande opportunità, ma è anche una profonda dichiarazione d’amore nei confronti di una terra passionale e preziosa come quella che si cela ai piedi del Vesuvio, umana, spontanea e capace di nascondere amarissime verità dietro a risate fragorose.

Battuta migliore: “La realtà non mi piace. La realtà è scadente.”

Vuoi leggere BergamoNews senza pubblicità?   Iscriviti a Friends! >>
Più informazioni
commenta

NEWSLETTER

Notizie e approfondimenti quotidiani sulla tua città.

ISCRIVITI