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Dalla Grecia a Venezia, fino a Bergamo: il casoncello, una storia lunga mille anni - BergamoNews
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Dalla Grecia a Venezia, fino a Bergamo: il casoncello, una storia lunga mille anni

Con una ricerca meticolosa anche sulle origini lessicali, Leonardo Bloch ripercorre le origini di una vivanda molto cara al nostro territorio

Se è vero che “l’uomo è ciò che mangia“, come affermava il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, il discorso fila quando lo storico Marco Cimmino sostiene che “siamo anche un po’ casoncelli“. E se lo dice di noi bergamaschi, non solo polentoni (nel senso di mangiapolenta), non possiamo certo confutare uno studioso attento come lui.

In realtà Cimmino, da buon appassionato di casoncelli, fa un assist per Leonardo Bloch, cedendogli volentieri la parola (alla presentazione alla Trattoria Visconti di Ambivere) per illustrare un’opera singolare, se vogliamo, ma anche curiosa, sicuramente minuziosa fino al dettaglio più nascosto e lontano nel tempo. Cioè la “Breve storia del casoncello“, così Bloch ha intitolato il suo studio tutt’altro che breve (182 pagine, per Lubrina Bramani editore, con prefazione di Pier Carlo Capozzi e la collaborazione di Stefano Corsi nella ricerca etimologica) su questa vivanda tanto apprezzata dalla nostra gente e che è anche un po’ diventata la nostra bandiera, dal punto di vista culinario. Anche qui si scatena un derby con Brescia, ma il verdetto degli storici sembra attribuire il casoncello più a Bergamo e in realtà, andando alla ricerca delle origini, la paternità andrebbe più riconosciuta a Venezia (dal suo tortello deriverebbe il casoncello) e ancora più indietro nel tempo all’antica Grecia.

Bloch nella vita è responsabile degli investimenti presso una Società di Private Equity a Lussemburgo. E uno si potrebbe chiedere cosa c’entri la finanza, con le ricette e i fornelli. Ce lo spiega appunto Capozzi nella sua prefazione, ricordando la sera in cui Bloch invitò a cena i suoi amici. “Accontentatevi, andrò io ai fornelli”. E così preparò non proprio due spaghetti veloci, ma “Gnocchetti di polenta Socchievina su crema di Formadi Frant, chips di pere al vino rosso e scaglie croccanti di Prosciutto di Sauris”.

Così, cinque-sei anni fa Bloch, con la stessa attenzione al particolare e al dettaglio, non solo del gusto ma anche lessicale, da buon appassionato studioso della cucina medievale e postmoderna si è messo alla ricerca delle origini del casoncello. Per noi umani ha una storia brevissima, nel passaggio dalla forchetta allo stomaco, che evidentemente ripetiamo più volte, tanto più dimostriamo di apprezzare questa vivanda.

Con una evoluzione da pasticcino a minestra. Dai primi tortelli ripieni di marzapane tramandati dalla cucina araba già nel X secolo ai ravioli preparati a Bergamo nel 1187 per i canonici di San Vincenzo e Sant’Alessandro, alle più antiche tracce del casoncello che risalgono alla seconda parte del XIV secolo tra Venezia e Bergamo.

Ma siamo sicuri che siano proprio di Bergamo? “Bergamaschi puri sono i casonsei”, assicura Felice Cunsolo (dalla sua opera “La cucina lombarda“) “antichissima vivanda a base di cacio, pere e droghe il cui nome s’incontra in documenti della seconda metà del secolo decimoquarto”.

I casoncelli di oggi sarebbero un’evoluzione, in miniatura, dei tortelli detti calisoni di cui si ha notizia in Veneto circa mille anni fa, quando le monache del convento di San Zaccaria portavano in dono al vescovo di Padova otto vassoi di calisoni. E se è vero che già nel Trecento i bergamaschi vengono definiti ‘mangiatori di casoncelli’, esistono poi anche alcune varianti nelle nostre valli, come i tortelli detti bertù a San Lorenzo di Rovetta o gli scarpinocc di Parre.

Gli ingredienti? Li scoprirete leggendo la “Breve storia del casoncello“, dove spunta anche un giallo, cioè un omicidio, come si riporta dal ‘Cronichon Bergomense‘: “L’ottavo giorno del mese di aprile del 1393, un certo Tonolo, residente a Stezzano, con la complicità di sua moglie, somministrò del veleno dentro degli artibotoli -altrimenti detti casoncelli- ad un contadino, anch’egli residente a Stezzano. In seguito a ciò il villico perse la vita. L’omicidio fu perpetrato su istigazione di Leonardino de Suardi, che si era invaghito della moglie della vittima”.

Ecco, da Leonardino a Leonardo la storia, si direbbe, si riscatta: dai casoncelli arma per un delitto ai casoncelli celebrati in un libro, in Bloch.

E buona lettura, o buon appetito.

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