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Michele Spotti racconta 'La Fille du régiment': “Donizetti è il compositore dei due mondi” - BergamoNews
L'intervista

Michele Spotti racconta ‘La Fille du régiment’: “Donizetti è il compositore dei due mondi”

A 27 anni è arrivato per la prima volta a Bergamo per dirigere "Il viaggio a Reims", dramma giocoso di Gioachino Rossini. Ora, non ancora trentenne e reduce da esperienze ai più importanti festival operistici europei, Michele Spotti, violinista e direttore d’orchestra, è tornato in città per dirigere la "La Fille du régiment"

A 27 anni è arrivato per la prima volta a Bergamo per dirigere “Il viaggio a Reims”, dramma giocoso di Gioachino Rossini. Ora, non ancora trentenne e reduce da esperienze ai più importanti festival operistici europei, Michele Spotti, violinista e direttore d’orchestra, è tornato in città per dirigere la “La Fille du régiment”.

La prima del terzo titolo in programma al Donizetti Opera festival è stata un grandissimo successo. Oltre al cast di talenti internazionali, tra cui Sara Blanch, nel ruolo di Marie, la protagonista e celebre tenore americano John Osborn nei panni di Tonio, il merito va sicuramente alla musica di Gaetano Donizetti.

“La Fille du régiment” è un’opera complessa perché prevede l’alternarsi di parti musicali a teatro – spiega Spotti – La parte teatrale deve essere convincete alla pari di quella musicale. Da questo punto di vista, tutti si sono prodigati per ottenere un buon risultato non solo a livello musicale ma anche attoriale e scenico”.

Diventato papà per la prima volta poco prima dell’avvio del festival, Michele Spotti ha dimostrato di essere tra i più brillanti direttori d’orchestra della sua generazione, in grado di far emergere tutte le sfumature variopinte dell’orchestrazione donizettiana.

Secondo lei perché Donizetti è stato l’unico tra i compositori italiani ad avere un ingaggio da parte dell’Opéra-Comique di Parigi?

Perché nella musica di Donizetti è insita una dimensione teatrale. Inoltre, la natura degli argomenti al centro delle sue opere favorisce la vicinanza a questo genere di repertorio, molto delicato. Donizetti non solo è stato inviato a scrivere per l’Opéra-Comique di Parigi, ma è stato anche un precursore e un innovatore di linguaggio. Ha portato un grande lustro a questo genere, accrescendone la complessità armonico-teatrale.

In che modo?

Grazie a lui è diventato tutto più raffinato, ha portato una notevole sterzata di innovazione. Donizetti è l’artista dei due mondi operistici, quello francese e quello italiano. È un’artista incredibile che ha saputo ottenere una grandissima eterogeneità.

Lei parla di eterogeneità di tutto il repertorio Donizettiano. Ritroviamo questa caratteristica anche ne “La Fille du régiment”?

Si assolutamente. C’è sempre un’atmosfera agrodolce nelle opere di Donizetti. A esempio, nell’“Elisir d’amore”, l’altra opera in cartellone al Festival, questo aspetto è ancora più evidente. Lo stesso accede nella “Fille du régiment”. Il sorriso dei personaggi non è mai pieno, il pianto non è mai disperato. Inoltre, c’è una competente ironica che anima il reggimento: un’esaltazione iperbolica della guerra ma canzonata. È un testo tragico ma cantato in maniera comica. Al tempo stesso troviamo comunque dei momenti lirici. Il genere in Donizetti non è mai definito. Ecco la più grande sfida per gli interpreti: saper cogliere diverse sfumature.

Ad esempio?

Nelle due arie di Marie, la protagonista, c’è sempre una cantabile che introduce la cabaletta. Entrambi sono in fa minore, una tonalità tipicamente tragica. La componente tragica viene però viene stemperata abbastanza in fretta.

Sembrerebbe che Donizetti prenda in giro l’idea della guerra e tutta la violenza che questa comporta. Una sorta di John Lennon ante litteram…

L’Ottocento è il secolo delle guerre. La guerra era all’ordine del giorno, per cui parlarne con un approccio iperbolico è un modo per prenderla in giro. La vis comica, inoltre, sta nell’uso del ritmo associato al reggimento. Un elemento fondamentale che dona comicità alla frase musicale.

Tra i compositori che hanno segnato il suo percorso professionale c’è sicuramente Gioachino Rossini. Anche Donizetti fu molto influenzato da lui. Secondo lei se i due si incontrassero oggi cosa si direbbero?

Si elogerebbero a vicenda. Ognuno di loro è stato determinante per la musica dell’altro. Secondo me, Rossini si complimenterebbe con Donizetti per l’orchestrazione, a mio avviso, uno degli aspetti più geniali della produzione donizettiana, così variopinta.

Seppur giovanissimo, lei ha avuto modo di essere direttore nei più importanti festival operistici in Italia e nel resto d’Europa. Qual è la sua percezione del festival?

È un festival che non deve essere paragonato ad altri. L’aspetto che più mi piace è la sua internazionalità, la chiave vincente. Questo e la stima che provo per Francesco Micheli e Riccardo Frizza [rispettivamente direttore artistico e direttore musicale del Donizetti Opera Festival, ndr], due riferimenti per il mondo operistico in Europa, mi hanno spinto ad accettare l’invito al festival. Questa edizione vede produzioni di altissimo livello e cast internazionali. Non vedo altro che un futuro radioso per il Donizetti Opera.

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