Lo storico

De Luca: “Un’impresa senza archivio non ha futuro”

Giuseppe De Luca, responsabile scientifico Fondazione Legler per la storia economica e sociale di Bergamo, spiega perché è importante conservare e conoscere gli archivi di un'azienda

Brembate di Sopra. Sono già al completo le iscrizioni per “C’era un a volta il Cotonificio Legler: la Fondazione racconta” , appuntamento che si svolgerà sabato 27 novembre nel calendario di iniziative per la XX settimana della Cultura d’impresa. Visto il successo e le numerose richieste, la Fondazione Legler sta pensando di riproporre l’appuntamento nei prossimi mesi.

Giuseppe De Luca, responsabile scientifico Fondazione Legler per la storia economica e sociale di Bergamo, ci guida e spiega questa iniziativa.

“L’archivio è una parte vitale dell’impresa, della parte economica, della valorizzazione. Un’impresa senza la capacità della memoria, senza la capacità di guardare alla propria storia per capire quali sono stati i punti importanti, comprendere il proprio valore e soprattutto condividerlo con la comunità nella quale è inserita. Un’impresa senza archivio è un’impresa che non ha futuro. Avere un archivio per un’impresa non è solamente un fattore culturale o di riconoscimento di un’attività meritoria, ma è essa stessa un fatto legato al rapporto intrinseco con gli operai, con i dipendenti, con la comunità nella quale è inserita. L’impresa è la storia di un grumo di uomini, di conoscenza, di rapporti intimi con il territorio e di riconoscenza. Senza di questo il futuro di un’impresa è difficile”.

Che cosa emerge da questi archivi. C’è una cifra che li accomuna?
“Sicuramente emergono dei caratteri importanti della matrice bergamasca dell’imprenditore. Una grande dedizione al lavoro, una grande attenzione alle maestranze, una grande cura all’organizzazione e soprattutto all’innovazione. Per l’imprenditore bergamasco uno dei pensieri costanti è quello di essere al passo con il futuro, di stare in una dimensione che non si siede o non si ferma mai rispetto alle opportunità offerte dal mercato, cerca sempre di prevenire ed individuare misure vincenti. Cerca sempre di superare i vincoli, la matrice antropologica bergamasca è quella di una classe imprenditoriale che nasce confrontandosi con i vincoli ambientali, con un ambiente scarso di risorse. Eppure sa sempre trovare dei fattori sostitutivi. E sicuramente l’innovazione, la tensione verso il futuro e la dedizione al lavoro sono fattori cruciali. Fattori che emergono da questa memoria, come per esempio Fredy Legler che è stato colui che ha fatto fare un salto qualitativo all’impresa facendola diventare multinazionale c’è questa chiara tensione verso l’innovazione, di saper cogliere l’attimo. Infatti è stato Fredy che ha capito l’importanza del denim  come settore che stava crescendo, con anni di preveggenza impianta questo stabilimento a Ponte San Pietro facendola diventare un po’ la capitale quasi mondiale del denim”.

Oggi le imprese sono strutturate per creare un archivio o con la digitalizzazione si rischia di perdere il nostro presente?
“Le imprese bergamasche sono molto sensibili alle loro memoria, della loro genealogia, ma va comunque implementata. Nell’emergenza del presente, che l’impresa è chiamata ad affrontare, spesso viene considerato come una distrazione inutile. Invece è un elemento di valorizzazione dell’impresa ed è anche un elemento verso cui l’impresa deve essere responsabile. Perché le imprese sono responsabili della loro storia non solamente verso se stesse, ma anche verso la comunità e il territorio nei quali opera. Conservare la possibilità di ricostruire il ruolo di chi c’è stato prima di noi e ciò che hanno fatto, e di come hanno lottato per darci quello che abbiamo oggi, è un elemento importante nel processo che è considerato strategico della restituzione sul territorio. La social corporate responsibility che adesso è diventata un punto cruciale delle nuove imprese richiama questi elementi. La conservazione delle fonti fa parte della responsabilità sociale che le imprese hanno nei confronti del territorio”.

I Legler erano coscienti di questo loro ruolo?
“È un tratto genetico dei Legler. Quando arrivano a Ponte San Pietro e sanno molto bene, venendo da una comunità svizzera di evangelici, che il rapporto con le maestranze e con il territorio è fondamentale perché questo fa la motivazione delle persone. Che poi è un elemento importante che ha un peso economico perché fa leva sulla affidabilità e la fidelizzazione delle persone, che sul mercato questo fattore costa. I Legler sono coscienti di questo elemento e finanziano la comunità, la costruzione di scuole, l’associazionismo. Le testimonianze  di questa attenzione al territorio è evidente, consapevole ed importante. Anche le decisioni per l’azienda hanno un costo umano, non se ne vanno, non chiudono, non delocalizzano. Questo perché loro stessi si identificano con Ponte San Pietro”.

Come si spiega questo legame tra la cultura calvinista e i bergamaschi?
“La cultura calvinista si sposa benissimo con l’antropologia dell’imprenditore bergamasco, la matrice è la religione del lavoro. Qui gli svizzeri qui si trovano bene, i protestanti a Bergamo c’erano già dai tempi della Serenissima, perché quando c”è la Riforma trovano in Bergamo una certa tolleranza. Qui c’è una grossa comunità che ha un’ottima permeabilità con la società bergamasca. Tra di loro c’è una differente confessione, ma c’è una grande assonanza sul valore del lavoro. Non c’è contrapposizione ma convergenza tra di loro”.

La visita agli archivi Legler che cosa insegna?
“Insegna a conservare le fonti, a fissare quello che per i ghiacciai sono i fiumi. Senza ghiacciai i fiumi non si alimentano”.

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