Tra i verbali

Quelle parole intrise di violenza, le testimonianze delle donne in Tribunale

Queste alcune frasi pronunciate in aula, tratte dai verbali d'udienza in processi che si sono svolti nel Tribunale di Bergamo. L'ultimo è un messaggio ricevuto da un'avvocatessa che collabora da vent'anni con il centro antiviolenza cittadino

Bergamo. Sono storie vere, parole di donne residenti nella provincia di Bergamo, vittime di violenza che hanno trovato il coraggio di denunciare i propri aguzzini.

Donne che hanno chiesto aiuto, esasperate dalle botte, dagli insulti, dalle minacce degli uomini che stavano loro accanto. Dei quali, almeno all’inizio, erano perdutamente innamorate, con i quali in molte hanno costruito una famiglia, hanno concepito dei figli, senza sospettare che la loro vita si sarebbe trasformata in un inferno.

Queste alcune frasi pronunciate in aula, tratte dai verbali d’udienza in processi che si sono svolti nel Tribunale di Bergamo.

L’ultimo è un messaggio ricevuto da un’avvocatessa, Marcella Micheletti, che collabora da vent’anni con il centro antiviolenza cittadino, da parte di una delle donne che si sono rivolte all’associazione.

 

É arrivato il momento in cui mi sono sentita proprio morire dentro. È stato il momento in cui sentivo che non potevo fare più niente e ubbidivo solamente. Non dicevo più nulla. Lui mi diceva qualcosa, io la facevo.

Mi diceva: “Lo sai che ho un brutto carattere. Mi devo sfogare con qualcuno. Con gli altri devo essere bravo quando esco di qua. Con te mi posso sfogare, il nervoso ce l’ho addosso io”.

Io non ho preso la decisione di separami. L’ho dovuta prendere quando mia figlia mi ha guardato negli occhi e mi ha detto “Come puoi permettergli di trattarti così?”. Questo è stato il dolore più grande. Mi sono resa conto che non stavo facendo il bene dei miei figli resistendo, stando zitta, andando avanti. Stavo facendo solo il loro male.

Mi ricordo che un giorno sono andata a scuola, sono entrata in classe, un lavoro che facevo da tanti anni. Non riuscivo neanche a fare lezione, i miei studenti mi guardavano e io sono dovuta uscire, fare un gran respiro e tornare cercando di non piangere. Mi sentivo morta dentro.

Avevo sempre paura di sbagliare, mi sentivo inadeguata, lui mi diceva che poteva avere tutte le donne del mondo, che io ero brutta, non valevo niente, non contavo niente.

La psicologa una volta mi ha chiesto: “Rispetto a suo marito lei si sente la moglie, la mamma, la confidente, l’amica”. Io le ho risposto che mi sentivo il suo cane. Perché lui mi faceva sentire così.

Non mi sono mai confidata con nessuno, Mi vergognavo immensamente, quando avevo i lividi non uscivo di casa.

C’era mia nonna ricoverata in ospedale. Tutta la mia famiglia era lì con lei. Io avevo dimenticato di caricare la lavatrice e a lui servivano i vestiti per andare al lavoro. Quando se n’è accorto ha inziato ad urlare, ad insultarmi, ha spaccato lo sportello della lavatrice. Era un vivere così.

Cercavo di tenere i rapporti al minimo perché una discussione non si poteva avere, una discussione costruttiva, sensata. Se provavo a parlargli tornavamo alla catena di insulti. A quel punto mi isolavo, tacevo e facevo le cose che dovevo fare in casa.

Lui non mi picchiava perché capiva che le umiliazioni mi ferivano di più e non mi lasciavano segni sulla pelle, erano meno visibili.

Facevo di tutto per essere come lui voleva ma non era mai abbastanza. Tenevo la testa bassa, sempre la testa bassa.

La mia vita è cambiata, quando esco da sola mi guardo le spalle in continuazione, guardo chi ho attorno, controllo la strada quando sono nei pressi di casa, ovunque, perché ormai ho questa fobia che ci possa essere lui o qualcun altro che mi controlla.

Quando avvistavo la sua macchina mi prendeva un’ansia fortissima al punto che andavo in confusione, non capivo più niente, facevo fatica a fare delle cose normali.

Trovava sempre dei pretesti: una volta era la casa, una volta i vicini, una volta mio padre. Se non c’erano problemi bisognava crearseli.

“Dove sei stata? Cosa hai fatto? Ci hai messo un’ora per fare la spesa” e mi ha dato una spinta. Sono caduta sul tavolino, allora mia figlia si è inginocchiata, mi ha preso le mani e mi ha detto: “mamma andiamo via, anche se andiamo a vivere in un cassonetto io vengo con te”.

Lui mi manipolava, si imponeva con la sua prepotenza, era geloso e possessivo fino a limitarmi nella mia minima libertà, mi dava ordini e divieti, facendo leva sui sensi di colpa che innescava in me.

Faceva sempre lo stesso, mi picchiava, mi picchiava, prendeva la cintura e se io contestavo qualcosa era peggio, perché lui voleva avere sempre ragione. Mi diceva “Tu devi stare zitta, basta, devi fare quello che ti dico, mi devi ubbidire.

Ogni 25 novembre è un po’ traumatico perché con la vita frenetica di tutti i giorni accantoni i tuoi pensieri e i tuoi ricordi ….ma questa mattina sono riaffiorati tutti! Ero in un fiume di lacrime …rabbia, paura, sconforto, la sensazione di sentirti sempre in difetto sono ritornate e mi sono anche sentita molto fortunata…… Di avere avuto accanto la mia famiglia, i miei bambini, le mie amiche e…… Voi dell’associazione.
Scusi per questa riflessione ma era doveroso ringraziare ancora una volta.

 

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