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La recensione

Il riscatto di Medea in scena al Sociale di Città Alta

Duecento anni dopo, lo spettacolo torna in Città Alta rivisitato da Francesco Micheli

Bergamo. Atena, 431 a.C. Euripide, uno dei più importanti drammaturghi della Grecia antica, mette in scena il mito di Medea, una donna dotata di poteri magici, figlia del re della Colchide, sulle coste del mar Nero.

Quel momento, migliaia di anni fa, ha consacrato l’immortalità di Medea. Anche il “bavarese bergamasco” Giovanni Simone Mayr, maestro di Gaetano Donizetti, rimase affascinato da questo mito, tanto da farla diventare un’opera lirica, scritta su libretto di Felice Romani. “Medea in Corinto”, dopo aver trionfato nel 1813 al Teatro San Carlo di Napoli, arriva al Teatro Sociale di Bergamo nel 1821.

Duecento anni dopo, Medea torna nello stesso teatro a scuotere gli anni delle persone. Ha lasciato gli animi e le menti in gran fermento, la messa in scena di “Medea in Corinto”, secondo titolo in programma del Donizetti Opera 2021, il festival promosso dalla Fondazione Teatro Donizetti.

 

Medea Donizetti opera (foto Gianfranco Rota)

 

Stessa storia, diverso universo: dall’antica Corinto ad un condominio degli anni ’70. È qui che vivono Medea e il suo amato Giasone, l’uomo per cui lei ha abbandonato ogni cosa, arrivando a rinnegare famiglia e origini.

La storia del mito è arcinota: lontanissima da casa, Medea si ritrova alle prese con il tradimento del suo amato, che vuole sposare un’altra donna, Creusa, figlia di Creonte, a sua volta promessa a un altro uomo, Egeo.

La regia, affidata a Francesco Micheli, direttore artistico del festival, introduce un elemento rivoluzionario nella messinscena: il punto di vista dei figli di Medea e Giasone, le vittime principali della vicenda. Cambiando la prospettiva, Micheli riesce a svelare quanto c’è di contemporaneo e “nostro” in queste vicende apparentemente così lontane. I figli vedono, sentono e comprendono, molto spesso ancora primi dei genitori. Ma soprattutto i figli soffrono con i genitori, a volte in silenzio. Così la guerra incalzata da Medea e dall’esercito – nel tentativo di fermare le nozze clandestine tra Creusa e Giasone – diventa una guerra tra le mura domestiche.

Tutto questo di aggiunge ad un altro elemento di valore: un cast che raduna una serie di specialisti nel belcanto così difficile ma anche modernamente espressivo di Mayr. A cominciare dalla protagonista, interpretata da una magistrale Carmela Remigio, soprano noto e amato dal pubblico del festival, artista nota e amata dal pubblico del Festival. Nell’interpretazione della Remigio si è vista la vera Medea, una donna – e non un strega – forte, capace di lasciare tutto alle spalle, ma incapace di perdonare. La sua vera natura è quella di madre: lo si capisce soprattutto alla fine dell’opera, quando Medea decide di portare via con sé i figli e di lasciare Giasone, destinandolo così a una vecchiaia di solitudine.

 

Medea Donizetti opera (foto Gianfranco Rota)
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