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I Deep Purple del 1970: è loro il manifesto dell'hard rock - BergamoNews

Musica

Gli anni d'oro

I Deep Purple del 1970: è loro il manifesto dell’hard rock

“In rock” è il loro quarto album in studio. L’alchimia tra i cinque musicisti è incredibile; ne nasce una musica finora mai ascoltata. Potente, viscerale, registrata a volume altissimo.

Terzo viaggio (dopo “Moondance” di Van Morrison e “Deja vu” di C.S.N.& Y) nella storia del rock; un disco, come gli straordinari musicisti che l’hanno realizzato, scolpito nella roccia.

Giugno 1970 – In Rock (DEEP PURPLE)

Nati nel 1968, i Deep Purple inizialmente sono una band che naviga nel mare magnum del pop, del beat, della psichedelia; realizzano cover dei Beatles, Tina Turner, Neil Diamond, assecondando quel piacione del cantante (Rod Evans), dalla voce profonda e rassicurante da crooner anni ’50. La svolta nel ’69; licenziano cantante e bassista (Nick Simper) e assumono: alla voce Ian Gillan, reduce dalle registrazioni di Jesus Christ Superstar nel ruolo del protagonista e al basso Roger Glover. Scelta azzeccatissima, si riveleranno delle star. È un sodalizio deflagrante, la formazione più amata di tutte quelle che verranno. Oltre ai due straordinari nuovi innesti comprende i fondatori della band: Ritchie Blackmore alla chitarra, Ian Paice alla batteria e Jon Lord all’organo.

In rock” è il loro quarto album in studio. L’alchimia tra i cinque musicisti è incredibile; ne nasce una musica finora mai ascoltata. Potente, viscerale, registrata a volume altissimo. Il LP esplode sul mercato discografico come una bomba. A partire dalla copertina, a dir poco, insolente. I musicisti scolpiti nella pietra (in rock) del monte Rushmore, al posto dei presidenti americani Washington, Jefferson, Lincoln e Roosevelt.

Sette brani che sono il manifesto dell’hard rock.

Partenza col botto: “Speed king” è forse il brano che meglio rappresenta il suono Purple; un intro classicheggiante tratteggiata dall’hammond di Jon Lord, poi la band deflagra in un R’n R’ pesantissimo. Nel bridge organo e chitarra battibeccano splendidamente e danno al brano un’impronta quasi jazz. Nella parte finale si ritorna al riff granitico di inizio brano.

Bloodsucker” è altrettanto potente; un rullo compressore trainato da una sessione ritmica perfetta; voce altissima, chitarra che definisce la struttura del pezzo.

Col terzo brano si entra nel mito: “Child in time”. Tre accordi ad introdurre un’improvvisazione di organo e piatti per 50 secondi; poi entra morbida e sorniona la voce di Ian Gillan. Un giro di accordi ed il cantante è già salito di un ottava, per poi scatenarsi in un falsetto beluino senza eguali. Segue una jam infinita; poi di colpo i musicisti si bloccano per riprendere dall’incipit. Un pezzo spettacolare; unico difetto, un po’ troppo somigliante a “Bombay calling” degli It’s a beautiful day, risalente al 1969.

Segue “Flight of the rat” che apre la seconda facciata; una galoppata molto tosta, caratterizzata dal rutilante assolo di Hammond del Maestro Jon Lord e dall’improvvisazione acida di Ritchie Blackmore alla chitarra.

I due brani successivi “Into the fire” e “Living wreck” hanno entrambi un riff che spacca. Ti danno l’impressione di un tir che lentamente ma inesorabilmente macini la strada, travolgendo tutto quello trova sul suo percorso.

In chiusura “Hard lovin’ man” che ritorna ad un ritmo veloce ed ossessivo. In evidenza la batteria che alterna un ritmo serrato a stacchi in levare, un organo molto space rock e un assolo di chitarra da gusto orientaleggiante.

Un album importante che segna una traccia; un prima e un dopo. Sarà il modello cui ispirarsi per tutte le band che vorranno seguire le orme dell’Hard prima e dell’Heavy poi.

Tosto, ma non monocorde, grazie anche alla presenza di due voci soliste che si rincorrono, duettano e si scontrano senza sosta: una stratocaster e un hammond.

Batteria e basso sostengono il tutto e le corde vocali di Gillan non fanno prigionieri.

Da avere senza meno: 8 pallini su 8.

I Deep Purple sono tra i fondatori (con Led Zeppelin e Black Sabbath) dell’Hard rock.

Ma si differenziano dai colleghi: incarnano maggiormente lo spirito hard dei ’70 rispetto agli Zeppelin che hanno una deriva blues/folk; sono più melodici e fantasiosi dei tetragoni Black Sabbath e Uriah Heep. Dal 1970 al 1973 quattro album in studio (“In rock”, “Fireball”, “Machine head” e “Who do you think we are”), e un live (“Made in Japan”) che decretano il successo interplanetario della band. È il loro periodo migliore in assoluto per qualità nella scrittura e nell’esecuzione dei brani. Mai più voleranno così alto. Il loro marchio di fabbrica è una musica esplosiva fatta di riff e assoli di chitarra e organo; l’ugola del cantante raggiunge acuti impensabili; la catena ritmica è un metronomo di potenza e originalità senza pari. A dir poco funambolici.

Dal ’74 al ’75 la loro musica è più nera, più funky, complice l’entrata nella band di due nuovi compagni di viaggio: David Coverdale alla voce e Glenn Hughes alla voce e al basso, che vanno a sostituire Ian Gillan e Roger Glover.

Dopo la breve parentesi con Tommy Bolin alla chitarra al posto di Ritchie Blackmore nel ’76 la band si scioglie ufficialmente. La prima reunion nel 1984. Da allora cambi di formazione e ulteriori reunion. Altri Lp (11) e concerti (migliaia) fino ai giorni nostri.

L’attuale formazione vede tre vecchi sodali degli anni ’70: Ian Gillan alla voce, Roger Glover la basso, Ian Paice alla batteria. Don Airey ha sostituito Jon Lord (mancato nel 2012) all’organo; Steve Morse (unico americano) alla chitarra. Ancora sulla breccia deliziano da quasi trent’anni orde di fans cha accorrono a sentirli suonare dal vivo i soliti meravigliosi, immarcescibili brani.

A breve un nuovo disco in arrivo fatto di cover di brani con cui i nostri eroi sono cresciuti.

Anche nel ’70 tanti i dischi che, mio malgrado, mi è toccato escludere: l’esordio di James Taylor (“ Sweet baby James”); l’omonimo LP di Elton John; “John Barleycorn must die” (Traffic); “Fun house” (The Stooges); “Morrison hotel” (Doors); “Trespass” (Genesis); “All things must pass” (George Harrison) ; “Benefit” (Jethro Tull); “Mad dogs…” (Joe Cocker); “Cosmo’s factory” e “Pendulum” (Creedence Clearwater Revival); “Lola…” (The Kinks); “Workingman’s dead” (Grateful Dead); “A question of balance” (Moody Blues); “Twelve dreams of dr. Sardonicus” (Spirit); “Bridge over trouble water” (Simon & Garfunkel); Led Zeppelin III (Led Zeppelin).

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