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La protesta

Le 180 lavoratrici della Saga Coffee: “Il cuore dentro lo stabilimento, ci tolgono la dignità” fotogallery

A Gaggio Montano, in provincia di Bologna, da diversi giorni i 220 lavoratori della Saga Coffee (Evoca Group di Valbrembo) stanno scioperando. Abbiamo sentito alcune delle 180 donne che perderanno la loro occupazione

Gaggio Montano (Bologna). “Nulla da dire gentili e veloci”. “Ditta seria e professionale, servizio di assistenza molto utile”. “Professionisti e super cordiali”. Basterebbero questi commenti come carta d’identità dei lavoratori della SaGa Coffee.

Gli stessi, 220 di cui 180 donne, che dallo scorso 5 novembre sono in sciopero dopo che l’azienda ha annunciato la chiusura dello stabilimento entro la fine del 2022.
Quei commenti dicono molto della passione, della dedizione e della cura che questi lavoratori hanno riservato al marchio Saeco, nato in località Casona di Gaggio Montano nel lontano 1981. Una piccola impresa che si fa strada e nel 2017 viene rilevata dal Gruppo N&W Global Vending di Valbrembo, lo stesso gruppo che quell’anno cambia nome in Evoca.

Professionalità, gentilezza e serietà, oltre a tanta dignità, la dimostrano ancora oggi quei lavoratori della SaGa Coffee fuori dall’azienda. Nel presidio che non lasciano mai, nemmeno di notte. Da quando a tutti loro è stato detto che ciò che producevano non è più competitivo sul mercato. Così tutta la passione messa in una professione per una parte della vita di queste persone viene derubricata, annientata, svilita.

“Ho 58 anni, da 21 lavoro qui” dice fiera Franca Calabrese. Come lei tante. Accanto all’età che non nascondono per vezzo rimarcano gli anni trascorsi a lavorare in questa fabbrica. “Sto malissimo da quando ci hanno detto che non avremo più lavoro. Ho pianto fino a poco fa. Alcuni giorni riesco a stare serena, in giornate come queste mi prende lo sconforto, l’amarezza. Sono distrutta, senza il lavoro mi tolgono la mia dignità, la casa che sto ancora pagando con il mutuo: mi tolgono tutto”. E singhiozza.
“Ho iniziato in amministrazione come impiegata, poi sono passata in magazzino per seguire le bolle delle materie prime pur di mantenere il mio lavoro – continua – non mi aspettavo certo che ci chiudessero le porte in faccia così, abbiamo lavorato tanto, abbiamo fatto di tutto perché le cose andassero sempre bene e oggi siamo qui, fuori dai cancelli e senza lavoro”.

“Delle avvisaglie le avevamo avute, l’anno scorso prima del Covid con i sindacati abbiamo firmato un patto di solidarietà e l’incentivo all’esodo per 50 dipendenti – afferma Anna Nappi, 42 anni, da 17 anni alla SaGa Coffee -. Ho due figlie che vanno all’università. Per me il lavoro è fondamentale. Ora non ci rimane che confidare nelle istituzioni affinché intervengano”.

“Quando ce lo hanno detto che chiudevano lo stabilimento non abbiamo realizzato subito, era una notizia così agghiacciante e incredibile per me e mio marito – confida Stefania Valdiserra, 53 anni –. Da 27 anni lavoro qui e con me lavora anche mio marito. Casa e azienda sono la stessa cosa per noi da una vita. Dopo lo shock iniziale è iniziata la protesta, man mano andiamo avanti non sappiamo come ne usciremo e abbiamo la sensazione che per noi si riducano le speranze. Non sappiamo fare altro che gli operai, non abbiamo specializzazioni, e alla nostra età è davvero difficile ripartire da zero. In zona non c’è granché, pensare di fare i pendolari verso Bologna significa mettere davanti molti sacrifici dall’ora e mezza di auto, al lasciare casa e figli e non sapere in che condizioni lavoreremo”.

“Ho due figli grandi, uno di 27anni che sta cercando lavoro e questa scelta dell’azienda ci ha messo in crisi come famiglia. Noi come tante altre come me – ammette Angela Russo, 59 anni di questi venti passati a lavorare come operaia -. A volte mi assale un senso di disperazione, ma in fondo voglio credere di poter tornare dove ero, nello stesso capannone, con le mie colleghe. Mi dicono che manca poco alla pensione, ma quel poco sono ancora anni. E alla pensione ci vorrei arrivare lavorando, non elemosinando. Non mi sembra di chiedere molto”.

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